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Niccolò Fabi, “dal Salento all’India, l’altra vita” (di Guido Andruetto)

Niccolò FabiLa destinazione perfetta per una vacanza? “In qualunque punto lontano nel mondo, purché ci si allontani anche da se stessi” è la risposta di Niccolò Fabi, che suggerisce di partire per le ferie e di macinare chilometri con la prospettiva di ritornare a casa cambiati, migliori anche. L’idea di vacanza per il cantautore romano sarà sempre legata all’immagine del viaggio come occasione di scoperta e di arricchimento anche interiore. India, Africa, California, Turchia, Andalusia e Provenza, sono alcune fra le mete del cuore di Fabi, che negli anni ha viaggiato molto, trasferendo le emozioni vissute in alcune fra le sue canzoni più conosciute, da Il negozio di antiquariato a Vento d’estate.

“Penso che il viaggio e la vacanza siano due esperienze inscindibili fra loro — racconta Fabi — poi uno può anche decidere di riposarsi senza allontanarsi da casa, ci si rigenera anche stando fermi, ma per me il “viaggione” e la vacanza vera sono sempre quando perdi gli agganci, quando togli l’ancora”.

Sicuramente è importante il punto di approdo, ma quello che conta per l’interprete di Capelli è lo spirito con cui si parte. “Ovunque si vada, in particolar modo se in posti lontani, il bello del viaggiare è riuscire a perdersi per poi ritrovarsi. C’è una frase in una mia canzone, Oriente, che recita si parte per conoscere il mondo / si torna per conoscere se stessi: è evidente che quando sei in viaggio puoi staccare dalla routine mostrandoti per quello che sei o comunque tirando fuori delle possibilità nuove da te stesso. Per questo si torna indietro sempre arricchiti. Nella vita di tutti i giorni ciascuno di noi interpreta un ruolo, un personaggio, ma quando siamo in vacanza in posti dove nessuno ci conosce possiamo inventarci mille vite e provare ad essere diversi da come siamo normalmente nell’ambiente di lavoro oppure nella cerchia di amici”.

Ma quali sono i luoghi che per Niccolò Fabi simboleggiano le vacanze ideali? “Ce ne sono tanti. Il primo che mi viene in mente è la Sicilia, perché non penso che esista al mondo una rappresentazione di vacanza più gioiosa che saltare su un traghetto e raggiungere una qualsiasi delle isole siciliane che si tratti di Linosa o Stromboli, oppure di Pantelleria e Lampedusa. Sono posti bellissimi che regalano momenti di felicità. Un altro è la California, Los Angeles in particolare, dove vive una parte della mia famiglia, mio fratello e mia sorella. È un luogo che sento vicino, come se fosse la mia seconda casa, e poi intorno a Laurel Canyon si è sviluppata negli anni Sessanta la cultura hippie e tutto quel fenomeno culturale a cui noi musicisti siamo profondamente debitori”.

Scovare sapori e saperi può anche dare un senso diverso alla vacanza. “Io l’ho scoperto andando in Provenza, ad Aix en Provence. L’immagine di quelle fontane, di tutti quei ragazzi seduti e rilassati nei caffè, così come l’odore persistente di lavanda, mi sono rimasti dentro e mi faranno sentire per sempre uno studente. Credo che valga anche per Istanbul, dove il solo fatto di camminare sul ponte di Galata in direzione Sultanahmet, durante una vacanza, mi ha regalato la forza di prendere delle giuste decisioni “.

I viaggi, d’altronde, sono sempre stati una delle fonti di ispirazione più importanti per il cantante, dagli esordi della sua carriera fino ad oggi. “Il nuovo disco Eccoè nato non a caso d’estate, spostandomi verso sud, anche verso altre temperature. Inizialmente puntavo all’Andalusia, a Granada, Siviglia e Malaga, ma poi con gli altri del gruppo abbiamo optato per il Salento dove siamo stati tre settimane in una masseria meravigliosa. Abbiamo caricato gli strumenti sul furgone e siamo partiti per la Puglia dove ci aspettava Roy Paci per le sessioni di registrazione. È stata una vacanza nel senso più alto del termine, pura gioia, condivisione e divertimento. È stata la conferma di una cosa che ho sempre pensato: suonare significa stare insieme ed ascoltarsi, reciprocamente”.

Anche scrutando nel passato, molto più indietro nel tempo, Fabi riconosce che il viaggio ha sempre avuto per lui lo stesso valore della meta. “Il movimento innesca una diversa modalità di pensiero quando hai un orizzonte che si muove intorno a te. È strano perché in viaggio non sei più tu il centro dei tuoi pensieri, il centro si sposta al di fuori di te. Ed è un tema che ritrovo effettivamente in molti dei miei lavori, soprattutto nei video, mi torna in mente una clip in cui giro in tandem con Max Gazzé, oppure un altro dove mi si vede in macchina verso le Canarie o mentre passeggio tra i vulcani, o ancora in È non è mi trovo su un ipotetico treno o autobus ed osservo il mondo che scorre fuori. Dalle vacanze ho sempre cercato di portarmi a casa uno spirito, un modo di vivere e di vedere le cose”. Succede fin da quando era bambino, come ha rivelato nella sua nuova canzone I cerchi di gesso cantando amavo tanto quei lunghi viaggi in macchina di notte / seduto dietro ai miei genitori, pensavo, dormivo, guardavo di fuori.

Diventando grande sono cambiate solo le destinazioni dei suoi spostamenti e Fabi si è spinto sempre più lontano. “Il mal d’Africa e il mal d’India mi hanno preso con eguale intensità – dice l’autore di Rossoe Ostinatamente– e in fondo sono un po’ i capisaldi di quello che ci può mancare: da una parte l’Africa che rappresenta il corpo, l’ancoraggio alla terra madre, un’esperienza fisica, tattile, mentre dall’altra l’India ti avvicina allo spirito, ti porta più verso l’alto che verso il basso”.

Se dei viaggi in Angola Fabi ha parlato molto in questi ultimi anni soprattutto in relazione al suo impegno con la compagna Shirin Amini per la realizzazione del reparto pediatrico dell’ospedale di Chiulo (il progetto “Parole di Lulù” è condiviso con la ong Medici con l’Africa Cuamm in memoria della figlia Olivia), poco si sa dei suoi lunghi giri nel continente indiano.

“Il viaggio nel Kerala, nella parte sud dell’India, è stato certamente una delle vacanze più interessanti che abbia mai fatto. Lì ho avvertito tutta la potenza della natura, gli odori, le spezie, le “black waters”, ma è stato anche uno di quei viaggi in cui dopo cinque o sei ore di macchina quando scendi ti sembra la resurrezione. Chiunque sia stato in India può capire quello che sto dicendo. L’India però ti rasserena sempre: ha una sua cerimoniosità come ce l’hanno gli indiani stessi, una spiritualità che conforta e che ti fa del bene”.

Per concludere la conversazione gli suggeriamo un accenno di Sì, viaggiare, uno dei capolavori di Battisti e Mogol. “Parliamone, eccome. Nel nostro panorama musicale è stato un piccolo miracolo e resta un esempio, irraggiungibile. La capacità di Mogol di raccontarti cose semplicissime di un viaggio, che io per altro ho sempre ricollegato all’atmosfera della vacanza, ma senza far perdere altezza poetica al brano, è davvero sorprendente. Basti pensare alla scena dell’amico che ripara la coppa dell’olio e il filtro con le mani sporche. È inarrivabile”.

Guido Andruetto
La Repubblica
6 Luglio 2013

Ruote delle preghiere

Ruote delle preghiere

Le ruote delle preghiere sono una presenza costante nella fede buddista tibetana. In mano ai fedeli oppure lungo il perimetro murale esterno del singolo tempio, sono uno strumento di preghiera recante l’iscrizione mistica buddista Om mani padme hung. Conosciute con il nome tibetano di chokhor, le ruote delle preghiere sono, in base alle dimensioni, di due tipi. Quelle portatili che si vedono in mano ai fedeli buddisti, ovvero delle ruote cilindriche in rame con un coperchio removibile dove è nascosta una piccola cavità nella quale è attorcigliata una sottile e lunga striscia di carta di riso contenente gli antichi Mantra.

Al girare della ruota, la preghiera custodita dentro si sbriciola in tanti pezzettini che il vento trasporterà via in ogni direzione. Un giro di ruota corrisponde ad una preghiera recitata e una costante pratica religiosa porta al fedele un karma positivo per la sua prossima vita. Per questa ragione, in giro per il Tibet si vedono i fedeli a qualsiasi ora del giorno far girare la ruota della preghiera e mormorare sottoovoce i mantra indipendentemente da quello che stanno facendo in quel dato momento.

Esistono poi ruote delle preghiere di più grande dimensione e disposte in fila su supporti di legno lungo le strade oppure intorno ai templi o altri edifici sacri. I fedeli buddisti girano il tempio in senso orario (quelli di Bon, la religione tibetana antecedente al Buddismo, in senso antiorario) facendo ruotare i singoli cilindri nella speranza di trarne, il più possibile, karma positivo.

Atlas of Remote Islands (di Judith Schalansky)

Atlas of Remote Islands (di J. Schalansky)

ATLAS OF REMOTE ISLANDS
di Judith Schalansky
Ed. Penguin Books

In tanti viaggiatori la passione per l’esplorazione e la scoperta di terre lontane è iniziata fin da ragazzini con lo sfogliare le mappe di un atlante. Quanti viaggiatori aprendo una pagina a caso di un atlante geografico e puntando il dito su posti dal nome esotico e affascinante quali Samarcanda, Tibet, Hawaii oppure Patagonia hanno giocato a costruire trame avventurose improvvisandosi piccoli ma fieri protagonisti di mirabolanti storie di salgariana memoria?

L’insolito atlante, che vede come autrice Judith Schalansky, ha subito catturato la mia attenzione in libreria per via della copertina rigida in color carta di zucchero e il dorso rivestito di tela nera che gli attribuiscono il fascino di un antico libro. Si intitola Atlas of Remote Islands e raccoglie una cinquantina di piccole isole sparse nel mondo, molte inospitali, quasi irraggiungibili o disabitate, alcune con un fascino paradisiaco, altre sedi di spietate prigioni o di basi militari inquietanti.

Ogni isola riportata su questo atlante racconta una propria storia che ne svela l’anima e l’angosciante solitudine di un punto imprigionato dalla vastità degli oceani. Così veniamo a conoscere la triste storia degli abitanti deportati lontano dal loro piccolo paradiso tropicale di Diego Garcia, in pieno Oceano Indiano, per rendere possibile la costruzione di una inaccessibile base militare statunitense, oppure l’incredibile sorte toccata ai duecento abitanti dell’isola di Pingelap (Micronesia) che, a causa di un mutamento del cromosoma di un loro antenato in seguito ad un tifone, vedono solo in bianco e nero. Sfogliando le pagine dell’atlante scopriamo che sull’isola antartica di Deception nessun essere umano ha ancora messo piede, che a Socorro, un’isoletta a mille chilometri dalle coste messicane, ai primi del Novecento, il locale guardiano del faro aveva deciso di autoproclamarsi imperatore abusando per anni delle donne del posto e seminando terrore tra i pochi abitanti o, ancora, che nell’isola di Tristan da Cunha, in pieno Atlantico, a metà strada tra Brasile e Sud Africa, alcuni abitanti portano ancora il cognome dei marinai liguri di Camogli che qui vi si insediarono nell’Ottocento. Judith Schalansky ha selezionato per il suo Atlante una cinquantina di isole sparse negli oceani narrandoci, per ciascuna isola, una particolare vicenda storica o un aneddoto curioso e abbinandovi una mappa accurata in scala dell’isola medesima disegnata da lei personalmente.

In un periodo di rampante globalizzazione dove la comunicazione tecnologica spiana l’imprevisto del viaggio, dove viaggiare è ormai alla portata di molti e gran parte delle destinazioni più lontane sono raggiungibili facilmente ad un prezzo sempre più abbordabile, fare la conoscenza con queste isole ai confini del mondo, che restano indifferenti o ignare al progredire tecnologico, ha un non so che di gratificante ottimismo. Floreana, Clipperton Atoll, Trindade, Tromelin, Christmas Island. Nomi che suonano altisonanti per tutti quei viaggiatori che ancora sognano ci siano da qualche parte nel mondo mete inesplorate e sconosciute nelle quali fantasticare di poterci mettere piede un giorno.

Fosco Maraini

Fosco MarainiNon è facile riassumere in un articolo il vasto operato di un personaggio del calibro di Fosco Maraini. Alpinista, viaggiatore, etnologo, narratore, fotografo e soprattutto cittadino del mondo, in Italia come in Giappone, Fosco Maraini resta uno dei personaggi culturali italiani più prestigiosi e rinomati anche all’estero. Nato nel 1912 da papà scultore e da madre scrittrice inglese, fin dall’infanzia Fosco Maraini ha respirato un ambiente internazionale imparando a viaggiare per l’Europa con i genitori e apprendendo subito la conoscenza delle principali lingue straniere, soprattutto l’inglese, che all’età di 22 anni insegnava ai cadetti della nave scuola Amerigo Vespucci. I suoi interessi naturalistici uniti a una grande passione per la montagna lo portano a seguire da fotografo l’orientalista Giuseppe Tucci in una straordinaria spedizione in Tibet nel 1937 e questa esperienza sarà in lui fondamentale per dedicarsi alla ricerca etnologica e allo studio delle civiltà orientali.

Dopo aver conseguito la laurea in Scienze naturali a Firenze, Fosco Maraini ottiene una borsa di studio del governo giapponese e si trasferisce con la propria famiglia (la moglie Topazia Alliata e i figli Dacia, divenuta poi celebre scrittirice, Yuki e Toni) a Sapporo per compiere ricerche antropologiche sulla cultura e le tradizioni di una popolazione in via di estinzione, gli Ainu e della quale diverrà uno dei massimi esperti mondiali. Durante il secondo conflitto mondiale ricopre l’incarico di lettore di lingua italiana all’università di Kyoto ma nel 1943, rifiutandosi di aderire alla Repubblica di Salò, viene internato con la sua famiglia, fino alla fine della guerra, in un campo di concentramento.
Rientrato in Italia, per Maraini ha inizio una fase avvincente di viaggiatore, dapprima partecipando ad una seconda spedizione tibetana (1948) e in seguito abbinando la sua passione per i viaggi a quella per la montagna seguendo le spedizioni alpiniste italiane sul Gasherbrum IV (7980 metri), nel Karakorum, e sulla cima himalayana dello Saraghrar, nell’Hindu-Kush e le quali sue esperienze verranno redatte in due libri che saranno tradotti in divers elingue in tutto il mondo: G4-Karakorum e Paropamiso (1960).

All’inizio degli anni sessanta, Fosco Maraini ha alternato ‘incarico di fellow presso il St. Anthony’s College di Oxford con lunghi viaggi in Asia (India, Nepal, Tailandia, Cambogia, Giappone e Corea) e successivamente, dal 1972 al 1983, gli è stata assegnata la cattedra di Lingua e Letteratura Giapponese presso la Facoltà di Magistero dell’Università di Firenze, dove ha lavorato, a lungo, all’ordinamento dei materiali raccolti in oltre 60 anni di viaggi, studi e ricerche in una fototeca di oltre 25 mila immagini e in una biblioteca orientale di ben 7500 volumi.
A Fosco Maraini, morto a 91 anni nel giugno 2004, va il grande merito di aver saputo viaggiare attraverso popoli, culture, religioni, cime montuose inviolate e anche attraverso l’uomo stesso con le sue idee e i suoi mille modi diversi di amare, credere, pregare e convivere in questo mondo, seguendo un concetto a lui tanto caro che è quello dei muri d’idee:

I viaggi li vedrei di due tipi fondamentali. Uno, quelli all’esterno dei grandi muri d’idee. Due, quelli con perforazione o salto dei muri d’idee … I viaggi del secondo tipo portano sempre adesperienze mentali e spirituali stimolanti, piene di suggestione (…). In un viaggio del secondo tipo potrà capitare che tu resti sotto lo stesso cielo e nello stesso clima di casa (come avviene a chi passa da Salonicco ad Istanbul, o da Lahore ad Agra), può darsi che la gente non cambi notevolmente d’aspetto fisico (come scopre chi naviga, per esempio, da Trapani a Tunisi), può darsi che i sistemi di governo siano simili, può anche avvenire di parlare la medesima lingua (come nota chi vola da Mosca a Samarcanda, o chi segue una carovana da Skardu a Leh), eppure ben presto noterai qualcosa nell’aria che ti farà concludere d’aver varcato uno di quei confini tra gli uomini oltre il quale cessano le variazioni quantitative e s’instaura un salto qualitativo.

LIBRI CONSIGLIATI

IL SITO DI FOSCO MARAINI

Un mondo che non esiste più (di Tiziano Terzani)

Un mondo che non esiste più di Tiziano Terzani

UN MONDO CHE NON ESISTE PIU’
di Tiziano Terzani
Ed. Longanesi

Tiziano Terzani era un ottimo comunicatore, dote non sempre scontata per un giornalista. Nei suoi incontri con la gente per strada, con i monaci nei templi e con i drammi della guerra o della povertà, ha saputo raccontarci quell’Asia, diventata negli anni ormai casa sua, in modo diretto, semplice, ma soprattutto umano. In questo suo splendido libro facciamo conoscenza anche con il Terzani fotografo perché, come era solito dire, l’immagine è un’esigenza lì dove le parole da sole non bastano. Ecco allora affiorare, nelle circa trecento pagine di questo libro, le immagini di molti dei volti e dei luoghi spesso narrati nei suoi libri: la fine della guerra in Vietnam, gli orrori del genocidio in Cambogia, l’esultanza del popolo filippino alla caduta del dittatore Marcos, le inquadrature dei cinesi ancora vestiti con l’inconfondibile divisa maoista scattate nei suoi giri in bicicletta, i paesaggi più remoti e sconfinati del Mustang o del Tibet raggiunti a dorso di cavallo, una scuola di piccoli monaci buddhisti o il primo piano sofferente di un muratore indiano.

Di fotogramma in fotogramma, come se fosse il film in bianco e nero della sua vita, affiorano tanti ricordi che testimoniano alcuni dei grandi eventi che hanno fatto la Storia e un mondo, soprattutto quello cinese, inesorabilmente cancellato proprio da quella travolgente corsa alla modernizzazione che Terzani stesso disprezzava pienamente. La duplice narrazione, attraverso le sue parole e i suoi scatti fotografici, ci restituiscono luoghi, volti, eventi intensamente vissuti e amati da un passato ormai lontano. Un’ultima possibilità di conoscere meglio l’affascinante animo dell’uomo Terzani.