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I luoghi dell’avventura (di Marco Steiner)

I luoghi dell'avventura di Marco Steiner

I LUOGHI DELL’AVVENTURA
di Marco Steiner
Ed. Rizzoli Lizard

Una mostra per omaggiare il genio creativo di Hugo Pratt attraverso le avventure del suo figlio più illustre Corto Maltese ha rappresentato l’ennesimo invito al viaggio e alla scoperta. Tra le tante mostre dedicate al più celebre disegnatore italiano, quella tenutasi nel 2011 a Lugano dal titolo I luoghi dell’avventura è forse quella che, finora, è riuscita ad esaltare il fascino dell’avventura amalgamandolo con lo spirito del viaggio attraverso l’ironia e il disincantato romanticismo del celebre marinaio .

L’idea di quella mostra naque dai viaggi del fotografo  Marco d’Anna e dello scrittore Marco Steiner. Tra il 2004 e il 2010, ripercorsero le rotte di Corto Maltese soffermandosi in tutti quei luoghi che ispirarono la creatività del più celebre disegnatore italiano per le avventure del bel marinaio: da Venezia all’Amazzonia passando anche per le steppe della Manciuria,  gli altipiani etiopi, i Caraibi, l’Argentina. Il loro lungo viaggio è diventato, oltre che tema della mostra, anche un libro che raccoglie un bellissimo reportage giornalistico firmato da Marco Steiner ed illustrato con le fotografie di Marco d’Anna, sgranate quasi per esaltare un nostalgico passato, oppure  con un bianco e nero che accentua i contrasti in un riuscito ed efficace gioco di luci ed ombre.

I luoghi dell’avventura è un viaggio fatto di incontri casuali con gente comune, di storie ed aneddoti raccontati, il tutto condito da una dettagliata descrizione di aromi, paesaggi, persone e colori che scatenano la fantasia del lettore proiettato da un luogo all’altro attraverso i continenti. La storia e il progresso hanno modificato il paesaggio e i confini dei luoghi percorsi un secolo fa da Corto Maltese ma non hanno piegato il desiderio di conoscere ed esplorare nel segno della curiosità e dell’attrazione esercitata dalla diversità delle altre culture e degli altri popoli. Il viaggio geografico di Steiner e D’Anna si snoda anche in un percorso letterario attraverso le citazioni e i curiosi spunti biografici di Jack London, Herman Hesse ed altri scrittori che hanno avuto modo, nell’immaginario, di planare nel bel mezzo delle avventure di Corto Maltese. I luoghi dell’avventura è un libro che si legge come una storia di Corto Maltese: intriga, affascina, fa sognare e stimola la curiosità per intraprendere un viaggio con lo stesso entusiasmo del marinaio disegnato da Pratt.

Ruote delle preghiere

Ruote delle preghiere

Le ruote delle preghiere sono una presenza costante nella fede buddista tibetana. In mano ai fedeli oppure lungo il perimetro murale esterno del singolo tempio, sono uno strumento di preghiera recante l’iscrizione mistica buddista Om mani padme hung. Conosciute con il nome tibetano di chokhor, le ruote delle preghiere sono, in base alle dimensioni, di due tipi. Quelle portatili che si vedono in mano ai fedeli buddisti, ovvero delle ruote cilindriche in rame con un coperchio removibile dove è nascosta una piccola cavità nella quale è attorcigliata una sottile e lunga striscia di carta di riso contenente gli antichi Mantra.

Al girare della ruota, la preghiera custodita dentro si sbriciola in tanti pezzettini che il vento trasporterà via in ogni direzione. Un giro di ruota corrisponde ad una preghiera recitata e una costante pratica religiosa porta al fedele un karma positivo per la sua prossima vita. Per questa ragione, in giro per il Tibet si vedono i fedeli a qualsiasi ora del giorno far girare la ruota della preghiera e mormorare sottoovoce i mantra indipendentemente da quello che stanno facendo in quel dato momento.

Esistono poi ruote delle preghiere di più grande dimensione e disposte in fila su supporti di legno lungo le strade oppure intorno ai templi o altri edifici sacri. I fedeli buddisti girano il tempio in senso orario (quelli di Bon, la religione tibetana antecedente al Buddismo, in senso antiorario) facendo ruotare i singoli cilindri nella speranza di trarne, il più possibile, karma positivo.

Atlas of Remote Islands (di Judith Schalansky)

Atlas of Remote Islands (di J. Schalansky)

ATLAS OF REMOTE ISLANDS
di Judith Schalansky
Ed. Penguin Books

In tanti viaggiatori la passione per l’esplorazione e la scoperta di terre lontane è iniziata fin da ragazzini con lo sfogliare le mappe di un atlante. Quanti viaggiatori aprendo una pagina a caso di un atlante geografico e puntando il dito su posti dal nome esotico e affascinante quali Samarcanda, Tibet, Hawaii oppure Patagonia hanno giocato a costruire trame avventurose improvvisandosi piccoli ma fieri protagonisti di mirabolanti storie di salgariana memoria?

L’insolito atlante, che vede come autrice Judith Schalansky, ha subito catturato la mia attenzione in libreria per via della copertina rigida in color carta di zucchero e il dorso rivestito di tela nera che gli attribuiscono il fascino di un antico libro. Si intitola Atlas of Remote Islands e raccoglie una cinquantina di piccole isole sparse nel mondo, molte inospitali, quasi irraggiungibili o disabitate, alcune con un fascino paradisiaco, altre sedi di spietate prigioni o di basi militari inquietanti.

Ogni isola riportata su questo atlante racconta una propria storia che ne svela l’anima e l’angosciante solitudine di un punto imprigionato dalla vastità degli oceani. Così veniamo a conoscere la triste storia degli abitanti deportati lontano dal loro piccolo paradiso tropicale di Diego Garcia, in pieno Oceano Indiano, per rendere possibile la costruzione di una inaccessibile base militare statunitense, oppure l’incredibile sorte toccata ai duecento abitanti dell’isola di Pingelap (Micronesia) che, a causa di un mutamento del cromosoma di un loro antenato in seguito ad un tifone, vedono solo in bianco e nero. Sfogliando le pagine dell’atlante scopriamo che sull’isola antartica di Deception nessun essere umano ha ancora messo piede, che a Socorro, un’isoletta a mille chilometri dalle coste messicane, ai primi del Novecento, il locale guardiano del faro aveva deciso di autoproclamarsi imperatore abusando per anni delle donne del posto e seminando terrore tra i pochi abitanti o, ancora, che nell’isola di Tristan da Cunha, in pieno Atlantico, a metà strada tra Brasile e Sud Africa, alcuni abitanti portano ancora il cognome dei marinai liguri di Camogli che qui vi si insediarono nell’Ottocento. Judith Schalansky ha selezionato per il suo Atlante una cinquantina di isole sparse negli oceani narrandoci, per ciascuna isola, una particolare vicenda storica o un aneddoto curioso e abbinandovi una mappa accurata in scala dell’isola medesima disegnata da lei personalmente.

In un periodo di rampante globalizzazione dove la comunicazione tecnologica spiana l’imprevisto del viaggio, dove viaggiare è ormai alla portata di molti e gran parte delle destinazioni più lontane sono raggiungibili facilmente ad un prezzo sempre più abbordabile, fare la conoscenza con queste isole ai confini del mondo, che restano indifferenti o ignare al progredire tecnologico, ha un non so che di gratificante ottimismo. Floreana, Clipperton Atoll, Trindade, Tromelin, Christmas Island. Nomi che suonano altisonanti per tutti quei viaggiatori che ancora sognano ci siano da qualche parte nel mondo mete inesplorate e sconosciute nelle quali fantasticare di poterci mettere piede un giorno.

Le strane piramidi di Visoko

Piramidi di Visoko

Vicino a Sarajevo, la cittadina di Visoko potrebbe custodire il più grande segreto della Bosnia e diventare in futuro meta turistica e archeologica di prim’ordine, nel caso che le tesi di un ricercatore naturalizzato statunitense trovassero riscontro. Qualche anno fa, infatti, Semir Osmanagić, archeologo bosniaco trapiantato negli Stati Uniti, durante un sopralluogo a Visoko, notò negli immediati dintorni della cittadina, due alture geometricamente simmetriche ricoperte di fitti boschi e di evidente forma piramidale. Le forme e gli angoli piramidali da lui osservati assomigliavano alle strutture analoghe studiate nei siti archeologici del centro e sud America e in quelli egiziani. Tesi confermata anche dagli scavi geologici, successivamente intrapresi, che hanno confermato che le piramidi non hanno una forma naturale. Gli stessi scavi hanno riportato alla luce anche una porzione di mura risalenti al periodo della civiltà pre-illirica in Herzegovina e Dalmazia. Le due alture sono state ribattezzate Piramide del Sole e Piramide della Luna. Gli scavi sono tuttora in corso nel tentativo di dare una risposta concreta ad un mistero archeologico che se dovesse trovare conferma potrebbe contribuire a ricrivere la storia del paese e, addirittura, dell’Europa. Nell’attesa che il mistero venga finalmente svelato, si può percorrere un sentiero che, direttamente dal paese, conduce in cima attraverso rigogliosi boschi che aprono finestre panoramiche su campi fioriti e, una volta arrivati sulla sommità, nel  silenzio rotto appena dal vento si può ammirare un bel panorama sulle verdi vallate circostanti puntellate di ordinati paesini di montagna e svettanti minareti.

Stefano racconta il mondo nel suo zaino (La Prealpina)

Stefano racconta il mondo nel suo zaino, La Prealpina, 11 agosto 2011

Il tutto nasce in una bagnata e afosa serata di luglio dinanzi ad una birra che fa presto a sparire dal boccale. Si parla di viaggi alle spalle, di progetti e prospettive per il futuro, si inventano percorsi per nuove mete, il tutto condito da discorsi che hanno anche un non so che di velleitario. La lunga chiacchierata nel trambusto, amplificato per tutto il locale, si trascina senza sosta fin quasi mezzanotte. Carlo recepisce le mie risposte e spara nuove domande a raffica. Di quella serata a parlare di viaggi ne ha fatto un articolo apparso oggi in cronaca sul principale quotidiano di Varese.