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Ruote delle preghiere

Ruote delle preghiere

Le ruote delle preghiere sono una presenza costante nella fede buddista tibetana. In mano ai fedeli oppure lungo il perimetro murale esterno del singolo tempio, sono uno strumento di preghiera recante l’iscrizione mistica buddista Om mani padme hung. Conosciute con il nome tibetano di chokhor, le ruote delle preghiere sono, in base alle dimensioni, di due tipi. Quelle portatili che si vedono in mano ai fedeli buddisti, ovvero delle ruote cilindriche in rame con un coperchio removibile dove è nascosta una piccola cavità nella quale è attorcigliata una sottile e lunga striscia di carta di riso contenente gli antichi Mantra.

Al girare della ruota, la preghiera custodita dentro si sbriciola in tanti pezzettini che il vento trasporterà via in ogni direzione. Un giro di ruota corrisponde ad una preghiera recitata e una costante pratica religiosa porta al fedele un karma positivo per la sua prossima vita. Per questa ragione, in giro per il Tibet si vedono i fedeli a qualsiasi ora del giorno far girare la ruota della preghiera e mormorare sottoovoce i mantra indipendentemente da quello che stanno facendo in quel dato momento.

Esistono poi ruote delle preghiere di più grande dimensione e disposte in fila su supporti di legno lungo le strade oppure intorno ai templi o altri edifici sacri. I fedeli buddisti girano il tempio in senso orario (quelli di Bon, la religione tibetana antecedente al Buddismo, in senso antiorario) facendo ruotare i singoli cilindri nella speranza di trarne, il più possibile, karma positivo.

Atlas of Remote Islands (di Judith Schalansky)

Atlas of Remote Islands (di J. Schalansky)

ATLAS OF REMOTE ISLANDS
di Judith Schalansky
Ed. Penguin Books

In tanti viaggiatori la passione per l’esplorazione e la scoperta di terre lontane è iniziata fin da ragazzini con lo sfogliare le mappe di un atlante. Quanti viaggiatori aprendo una pagina a caso di un atlante geografico e puntando il dito su posti dal nome esotico e affascinante quali Samarcanda, Tibet, Hawaii oppure Patagonia hanno giocato a costruire trame avventurose improvvisandosi piccoli ma fieri protagonisti di mirabolanti storie di salgariana memoria?

L’insolito atlante, che vede come autrice Judith Schalansky, ha subito catturato la mia attenzione in libreria per via della copertina rigida in color carta di zucchero e il dorso rivestito di tela nera che gli attribuiscono il fascino di un antico libro. Si intitola Atlas of Remote Islands e raccoglie una cinquantina di piccole isole sparse nel mondo, molte inospitali, quasi irraggiungibili o disabitate, alcune con un fascino paradisiaco, altre sedi di spietate prigioni o di basi militari inquietanti.

Ogni isola riportata su questo atlante racconta una propria storia che ne svela l’anima e l’angosciante solitudine di un punto imprigionato dalla vastità degli oceani. Così veniamo a conoscere la triste storia degli abitanti deportati lontano dal loro piccolo paradiso tropicale di Diego Garcia, in pieno Oceano Indiano, per rendere possibile la costruzione di una inaccessibile base militare statunitense, oppure l’incredibile sorte toccata ai duecento abitanti dell’isola di Pingelap (Micronesia) che, a causa di un mutamento del cromosoma di un loro antenato in seguito ad un tifone, vedono solo in bianco e nero. Sfogliando le pagine dell’atlante scopriamo che sull’isola antartica di Deception nessun essere umano ha ancora messo piede, che a Socorro, un’isoletta a mille chilometri dalle coste messicane, ai primi del Novecento, il locale guardiano del faro aveva deciso di autoproclamarsi imperatore abusando per anni delle donne del posto e seminando terrore tra i pochi abitanti o, ancora, che nell’isola di Tristan da Cunha, in pieno Atlantico, a metà strada tra Brasile e Sud Africa, alcuni abitanti portano ancora il cognome dei marinai liguri di Camogli che qui vi si insediarono nell’Ottocento. Judith Schalansky ha selezionato per il suo Atlante una cinquantina di isole sparse negli oceani narrandoci, per ciascuna isola, una particolare vicenda storica o un aneddoto curioso e abbinandovi una mappa accurata in scala dell’isola medesima disegnata da lei personalmente.

In un periodo di rampante globalizzazione dove la comunicazione tecnologica spiana l’imprevisto del viaggio, dove viaggiare è ormai alla portata di molti e gran parte delle destinazioni più lontane sono raggiungibili facilmente ad un prezzo sempre più abbordabile, fare la conoscenza con queste isole ai confini del mondo, che restano indifferenti o ignare al progredire tecnologico, ha un non so che di gratificante ottimismo. Floreana, Clipperton Atoll, Trindade, Tromelin, Christmas Island. Nomi che suonano altisonanti per tutti quei viaggiatori che ancora sognano ci siano da qualche parte nel mondo mete inesplorate e sconosciute nelle quali fantasticare di poterci mettere piede un giorno.

Le strane piramidi di Visoko

Piramidi di Visoko

Vicino a Sarajevo, la cittadina di Visoko potrebbe custodire il più grande segreto della Bosnia e diventare in futuro meta turistica e archeologica di prim’ordine, nel caso che le tesi di un ricercatore naturalizzato statunitense trovassero riscontro. Qualche anno fa, infatti, Semir Osmanagić, archeologo bosniaco trapiantato negli Stati Uniti, durante un sopralluogo a Visoko, notò negli immediati dintorni della cittadina, due alture geometricamente simmetriche ricoperte di fitti boschi e di evidente forma piramidale. Le forme e gli angoli piramidali da lui osservati assomigliavano alle strutture analoghe studiate nei siti archeologici del centro e sud America e in quelli egiziani. Tesi confermata anche dagli scavi geologici, successivamente intrapresi, che hanno confermato che le piramidi non hanno una forma naturale. Gli stessi scavi hanno riportato alla luce anche una porzione di mura risalenti al periodo della civiltà pre-illirica in Herzegovina e Dalmazia. Le due alture sono state ribattezzate Piramide del Sole e Piramide della Luna. Gli scavi sono tuttora in corso nel tentativo di dare una risposta concreta ad un mistero archeologico che se dovesse trovare conferma potrebbe contribuire a ricrivere la storia del paese e, addirittura, dell’Europa. Nell’attesa che il mistero venga finalmente svelato, si può percorrere un sentiero che, direttamente dal paese, conduce in cima attraverso rigogliosi boschi che aprono finestre panoramiche su campi fioriti e, una volta arrivati sulla sommità, nel  silenzio rotto appena dal vento si può ammirare un bel panorama sulle verdi vallate circostanti puntellate di ordinati paesini di montagna e svettanti minareti.

Stefano racconta il mondo nel suo zaino (La Prealpina)

Stefano racconta il mondo nel suo zaino, La Prealpina, 11 agosto 2011

Il tutto nasce in una bagnata e afosa serata di luglio dinanzi ad una birra che fa presto a sparire dal boccale. Si parla di viaggi alle spalle, di progetti e prospettive per il futuro, si inventano percorsi per nuove mete, il tutto condito da discorsi che hanno anche un non so che di velleitario. La lunga chiacchierata nel trambusto, amplificato per tutto il locale, si trascina senza sosta fin quasi mezzanotte. Carlo recepisce le mie risposte e spara nuove domande a raffica. Di quella serata a parlare di viaggi ne ha fatto un articolo apparso oggi in cronaca sul principale quotidiano di Varese.

Fosco Maraini

Fosco MarainiNon è facile riassumere in un articolo il vasto operato di un personaggio del calibro di Fosco Maraini. Alpinista, viaggiatore, etnologo, narratore, fotografo e soprattutto cittadino del mondo, in Italia come in Giappone, Fosco Maraini resta uno dei personaggi culturali italiani più prestigiosi e rinomati anche all’estero. Nato nel 1912 da papà scultore e da madre scrittrice inglese, fin dall’infanzia Fosco Maraini ha respirato un ambiente internazionale imparando a viaggiare per l’Europa con i genitori e apprendendo subito la conoscenza delle principali lingue straniere, soprattutto l’inglese, che all’età di 22 anni insegnava ai cadetti della nave scuola Amerigo Vespucci. I suoi interessi naturalistici uniti a una grande passione per la montagna lo portano a seguire da fotografo l’orientalista Giuseppe Tucci in una straordinaria spedizione in Tibet nel 1937 e questa esperienza sarà in lui fondamentale per dedicarsi alla ricerca etnologica e allo studio delle civiltà orientali.

Dopo aver conseguito la laurea in Scienze naturali a Firenze, Fosco Maraini ottiene una borsa di studio del governo giapponese e si trasferisce con la propria famiglia (la moglie Topazia Alliata e i figli Dacia, divenuta poi celebre scrittirice, Yuki e Toni) a Sapporo per compiere ricerche antropologiche sulla cultura e le tradizioni di una popolazione in via di estinzione, gli Ainu e della quale diverrà uno dei massimi esperti mondiali. Durante il secondo conflitto mondiale ricopre l’incarico di lettore di lingua italiana all’università di Kyoto ma nel 1943, rifiutandosi di aderire alla Repubblica di Salò, viene internato con la sua famiglia, fino alla fine della guerra, in un campo di concentramento.
Rientrato in Italia, per Maraini ha inizio una fase avvincente di viaggiatore, dapprima partecipando ad una seconda spedizione tibetana (1948) e in seguito abbinando la sua passione per i viaggi a quella per la montagna seguendo le spedizioni alpiniste italiane sul Gasherbrum IV (7980 metri), nel Karakorum, e sulla cima himalayana dello Saraghrar, nell’Hindu-Kush e le quali sue esperienze verranno redatte in due libri che saranno tradotti in divers elingue in tutto il mondo: G4-Karakorum e Paropamiso (1960).

All’inizio degli anni sessanta, Fosco Maraini ha alternato ‘incarico di fellow presso il St. Anthony’s College di Oxford con lunghi viaggi in Asia (India, Nepal, Tailandia, Cambogia, Giappone e Corea) e successivamente, dal 1972 al 1983, gli è stata assegnata la cattedra di Lingua e Letteratura Giapponese presso la Facoltà di Magistero dell’Università di Firenze, dove ha lavorato, a lungo, all’ordinamento dei materiali raccolti in oltre 60 anni di viaggi, studi e ricerche in una fototeca di oltre 25 mila immagini e in una biblioteca orientale di ben 7500 volumi.
A Fosco Maraini, morto a 91 anni nel giugno 2004, va il grande merito di aver saputo viaggiare attraverso popoli, culture, religioni, cime montuose inviolate e anche attraverso l’uomo stesso con le sue idee e i suoi mille modi diversi di amare, credere, pregare e convivere in questo mondo, seguendo un concetto a lui tanto caro che è quello dei muri d’idee:

I viaggi li vedrei di due tipi fondamentali. Uno, quelli all’esterno dei grandi muri d’idee. Due, quelli con perforazione o salto dei muri d’idee … I viaggi del secondo tipo portano sempre adesperienze mentali e spirituali stimolanti, piene di suggestione (…). In un viaggio del secondo tipo potrà capitare che tu resti sotto lo stesso cielo e nello stesso clima di casa (come avviene a chi passa da Salonicco ad Istanbul, o da Lahore ad Agra), può darsi che la gente non cambi notevolmente d’aspetto fisico (come scopre chi naviga, per esempio, da Trapani a Tunisi), può darsi che i sistemi di governo siano simili, può anche avvenire di parlare la medesima lingua (come nota chi vola da Mosca a Samarcanda, o chi segue una carovana da Skardu a Leh), eppure ben presto noterai qualcosa nell’aria che ti farà concludere d’aver varcato uno di quei confini tra gli uomini oltre il quale cessano le variazioni quantitative e s’instaura un salto qualitativo.

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IL SITO DI FOSCO MARAINI