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Diario di viaggio Yosemite National Park

Diario di viaggio Yosemite National Park

Yosemite National Park, California (USA)
Dicembre 2013

Anche in pieno inverno le cascate di Yosemite cantano a modo loro. Non con il roboante salto nel vuoto di mezzo chilometro delle tonnellate d’acqua alimentate dalla fusione delle nevi invernali o dalle piogge improvvise, ma attraverso un tuonare inquietante e cupo di blocchi di ghiaccio che si distaccano all’improvviso dalle pareti granitiche della montagna. E’ il solo rumore che, come un’ovattata e distante esplosione, turba un silenzio altrimenti cristallino, nel quale è precipitato il fondovalle di uno dei più antichi e celebri parchi nordamericani.

Una sciabolata di gelo artico piombata come un treno impazzito dal Canada ha ammantato il suolo di una trentina di centimetri di soffice neve, ibernato completamente le acque placide dei laghi e in parte anche quelle del  torrente, mentre la nebbia congelata, formatasi con il cielo ridiventato sereno dopo la tempesta, ha trasformato i boschi di querce e sequoie in magnifiche sculture artistiche rivestite di ghiaccio e brina. In questi insoliti gelidi e tersi giorni di inizio dicembre, con il termometro precipitato a dodici gradi sottozero, non c’è quasi traccia umana degli oltre tre milioni di turisti che mediamente visitano il parco o, per meglio dire, purtroppo, ne turbano il fragile ecosistema violandone l’intimità. Mi trovo pressapoco alla latitudine di Napoli ma il paesaggio che mi circonda sembra uscito direttamente da una cartolina invernale dell’Alaska. Le distese di neve modellate dal vento hanno cancellato i sentieri, lasciato a malapena trapelare i rami di arbusti rivestiti di una sottile coltre di ghiaccio e adesso inghiottono le tracce dei miei scarponi in questo mio incessante girovagare che si infittisce di nuovi scatti fotografici.

Lo scenario nel quale mi muovo, incurante del freddo polare e senza quasi altra presenza umana nei paraggi, incanta sempre più in un crescendo di emozioni ad ogni nuovo passo: una piccola cappella in legno color nocciola nel bosco innevato pare uscita da una pubblicità natalizia della Coca Cola, i raggi di sole riflessi dalle chiazze di ghiaccio che ricoprono il torrente, la granitica cupola incendiata di rosso nella luce del tramonto dell’Half Dome che, come un panettone amputato di netto, si innalza oltre il limitare del bosco innevato. Solo allora la stanchezza esplode all’improvviso dopo una giornata trascorsa fin dall’alba a fotografare i tanti incantevoli scorci invernali di Yosemite, aggravata dal peso dell’attrezzatura fotografica con tanto di treppiedi in spalla.

Prima di soccombere definitivamente ad una giornata già ricca di bombardamenti emotivi, ecco sopraggiungere inattesa la sorpresa finale dietro l’angolo nel sentiero innevato che mi riporta al piccolo villaggio di Yosemite. Un coyote sbuca dal bosco giusto una ventina di metri davanti a me. I nostri rispettivi sguardi si incrociano meravigliati e densi di curiosità per un breve lasso di tempo. Io resto di botto immobile per lo spavento, forse ingiustificato, e lui inizia a gironzolare su se stesso con fare circospetto e, guadagnando lentamente la via di fuga, mi concede voltandosi un ultimo sguardo tagliente come un rasoio. Resto ibernato come il bosco che mi circonda tanto é l’entusiasmo che mi assale e che, per qualche secondo, mi fa dimenticare il freddo, il buio imminente e l’autobus che mi attende per riportarmi all’ostello.

Quando Starbucks era una piccola torrefazione di quartiere

Il primo caffé Starbucks, Seattle (USA)Seattle, la città statunitense splendidamente circondata dall’acqua in uno scenario incantevole di laghi e di fiordi disegnati dal Puget Sound, lega il proprio nome ad alcune dei più famosi colossi economici internazionali quali Boeing, Microsoft, Amazon e sul piano musicale a tutti gli artisti che hanno reso illustre la scena del grunge negli anni novanta del secolo scorso: Nirvana e Soundgarden in primo luogo.

Pochi sanno però che in questa città schiacciata nel selvaggio nordovest americano quasi al confine con il Canada una ventina d’anni fa è nata anche Starbucks, la celebre catena di caffetterie che ha diffuso l’arte di gustare il caffè. Lo ha fatto proponendo una ricca gamma di ricette diverse e di miscele di questa bevanda al di la del solito espresso o cappuccino. In pochi anni,  questa catena ha aperto migliaia di caffetterie in tutto il mondo divenendo un’icona internazionale quasi quanto la Coca Cola.

A Seattle, proprio dinanzi al variopinto e affollato Pike Place Market si può gustare un espresso o acquistare del caffè per casa presso il primissimo Starbucks in assoluto che aprì i battenti nel lontano 1971 quale piccola torrefazione di quartiere.
All’interno ha conservato la vecchia calda atmosfera di allora tra sacchi di iuta profumati di caffè appena tostato e una confusione di gente che conferisce al posto un aspetto più simile ad bar italiano che non ad uno dei tanti asettici e ordinati locali Starbucks sparsi per il mondo. Persino il marchio è rimasto quello originale quasi a voler prendere le debite distanze dal logo e dai colori che hanno successivamente reso famoso il nome di Starbucks in tutti i continenti.

Diario di viaggio Hawaii

diario di viaggio hawaii

Honolulu, Hawaii
Dicembre 1993

Risveglio all’alba del mio ultimo giorno alle Hawaii tra il vento che agita le palme nel cortile e i cumuli gonfi di pioggia che si rincorrono nel cielo aprendo, di tanto in tanto, i loro rubinetti. Sdraiato ancora a letto, la finestra aperta sui primi rumori soffusi e lontani del nuovo giorno, fuori l’aria ancora fresca di pioggia, i miei ricordi riavvolgono la mia permanenza hawaiana in un veloce rewind di immagini, sentimenti, emozioni.

Uno dei miei compagni di stanza di questo ostello intrappolato tra i grattacieli di Waikiki si è già alzato per recarsi a lavorare. E scappato dalla Carolina qualche mese fa e qui a Honolulu non fa che spalare merda a quintali dalle navi ormeggiate nel porto. Alla sera, quando fa ritorno, gli resta solamente la forza di imprecare e spararsi una contraerea di canne per togliersi la nausea e la disperazione di dosso, laddove non sia sufficiente una doccia. Un altro, invece, è un mio connazionale. Si chiama Sergio e viene da Roma. E’ una sagoma. Sprizza simpatia da tutti i pori e in questo backpacker può meritatamente fregiarsi del titolo di alfiere della simpatia, in materia di battute e goliardie varie. Ieri l’altro ha vinto una gara di nuoto disputata nelle acque di una baia vicino a Honolulu.

Una bella soddisfazione, no? gli faccio e lui See! Mi hanno consegnato un trofeo che più pacchiano non si può e che da solo mi occupa tutta la valigia; poi non ti vado mica a battere il locale campione di nuoto. Non ci ha visto più per la rabbia e durante la cerimonia di premiazione, ancora incazzato nero, ha voluto davanti a tutti la rivincita. Il trofeo? Ma che se lo tenga pure una schifezza del genere! Dopodomani, all’alba, lo attende la fatidica rivincita e anche stamani si è svegliato primo fra tutti per recarsi, correndo sotto la pioggia, all’allenamento di nuoto nella piscina olimpionica dell’Università.

Il sole si fa strada tra gli squarci di azzurro che vanno aprendosi qua e là nel cielo e finisce con l’abbagliare le strade di Honolulu, ancora lucide di pioggia e di pozzanghere. In meno di due ore, a bordo di un autobus, sono a Waimea Bay, dall’altra parte dell’isola di Oahu. Qui lo scandire del tempo non ha più alcun senso, se rapportato alla bellezza armoniosa dell’oceano che va ad esplodere, con tutta la sua energia, nella naturale solitudine di un punto perso nell’azzurro del Pacifico, a 17 ore di volo dall’Italia, undici fusi orari più a ovest.

Il lungo e caldo pomeriggio mi risucchia nella luminosità lacerante dei suoi colori, corona la violenza delle onde e la bellezza artistica dei cavalloni di spuma bianca che, prima di morire sulla spiaggia, si esibiscono in sontuosi oleodotti di acqua, come felice epilogo di un viaggio durato migliaia di chilometri. Sono le onde più alte della terra; il paradiso di tutti quei surfisti che hanno sognato almeno una volta nella loro vita di cavalcare queste autentiche ed impressionanti muraglie di acqua alte anche sette metri.

In equilibrio sulle tavole variopinte sono in centinaia i temerari affluiti oggi a Waimea a sfidare la potenza dell’oceano, esibendosi nei più arditi virtuosismi. Richiamati dai bollettini dei meteorologi, che prevedevano oggi onde alte fino a 5 metri, decine di kamikaze esaltati si sono riversati qui fin dalle prime ore dell’alba alla ricerca dell’onda perfetta. Eccoli adesso disegnare acrobatici aerials sulle creste spumeggianti, le discendono e poi, quando l’onda accenna a piegarsi su se stessa, infilano a tutta velocità il tunnel d’acqua. E’ una sfida lanciata all’oceano, che promette massicce dosi di adrenalina su per il buco del culo di qualsiasi surfista! Quando sei alle prese con le onde di Banzai Pipeline la differenza tra pazzia e coraggio si fa sottile come un filo d’erba. La sfida sta tutta (e ti pare poco!) nel saper uscire dal micidiale tubo, prima che il suo potente moto centrifugo risucchi il surfista sott’acqua in pasto ai pesci. Le onde di Kona, sfidate solo due giorni fa con il body board, la lava del Kilauea, la notte in spiaggia sulla sabbia vulcanica sotto un oceano di stelle, gli amici hawaiani, inaspettatamente conosciuti in un dimenticato villaggio di pescatori escluso dalle guide turistiche, tutte le cose passate, quelle a venire, le frasi da romanzo che stupidamente sorgono spontanee nella mente, non hanno più importanza alcuna dinanzi alle emozioni che la vista di questo spettacolo mi procura.

Sono felice. Come potrei non esserlo, d’altronde?

Più in là, la barriera corallina confina la violenza maestosa dei cavalloni al largo e la costa finisce così con il diventare un continuo susseguirsi di solitari ed incantevoli insenature di sabbia bianca e di palme tra montagne ricoperte da una lussureggiante vegetazione di un verde intenso e la trasparenza cristallina del mare. Il pigro pomeriggio segue il mio peregrinare per l’isola fino a morire all’orizzonte delle prime case della periferia di Honolulu, inghiottita dal verde ed estasiata dai profumi naturali dei tropici.

La serata trascorsa al ristorante giapponese, assieme a Sergio e alla famiglia del suo simpatico allenatore, mi ha ricordato, per un attimo, il più classico degli incontri che nasce, sovente per caso, nello scompartimento di un treno. La lunga distanza da percorrere il più delle volte ci spinge a solidarizzare con le altre persone presenti a bordo. Forse è solo il futile pretesto di esorcizzare la nostra solitudine del viaggio. E’ vero, non manca mai il solito rompicoglioni di turno, ma spesso è altrettanto vero che possono anche nascere divertenti ed insolite conversazioni, quasi delle commedie di viaggio, con i passeggeri nel ruolo improvvisato di inaspettati attori a recitare se stessi. Il breve intrecciarsi di destini dinanzi a tanti specchi introspettivi che finisce poi, una volta giunti a destinazione, con il frantumarsi in tanti arrivederci di persone consapevoli che non si vedranno mai più. Anche il quadretto che si è creato qui a tavola non è diverso.

Si ride alle battute di Sergio, al suo inglese cadenzato alla romana e che tanto mi ricorda l’Albertone nazionale, alla simpatia e alla disponibilità, da me davvero apprezzata, del suo allenatore di nuoto e della moglie Barbara. Ci conosciamo appena, ma grazie al clima che si è instaurato in questa bellissima serata, l’ultima per me qui alle Hawaii, sembra di essere tutti quanti amici da sempre, uniti da quel simpatico clima quasi cameratesco creatosi. Quante volte mi è capitato di pensare a questo, a tutte le amicizie consumate in un attimo, eppure così belle e sincere?

Addio Hawaii? Arterie pulsanti e assetate di vita sulle quali scorrono serpenti automobilistici ridondanti di rock e motori. Nella calda sera tropicale appena ventilata dalla brezza, i mille rumori della strada riecheggiano in una kermesse di colori, voci, sorrisi e spensieratezze confuse nel fiume di gente che affolla la promenade. Oltre i profili degli alberghi di Waikiki, il cielo si perde in un infinito firmamento di stelle, la cui luminosità viene appena smorzata dalle mille luci riflesse dalla città. I lampioni accesi, le insegne autostradali che indicano nuove uscite, la città che si allontana sempre più, rimpicciolita e, alla fine, risucchiata all’indietro dallo specchietto retrovisore.

Sulla strada per l’aeroporto ogni chilometro in più mi allontana da questo mondo fatato fatto di colori, sorrisi e seduzioni. E anche adesso, mentre i reattori dell’aereo, impaziente di decollare, ruggiscono sempre più forti, mi accorgo che questo sogno sembra già appartenere all’inesorabile trascorrere del tempo che come una sfera celeste si allontana nello spazio della memoria e dei ricordi.

Diario di viaggio San Francisco

Diario di viaggio San Francisco

San Francisco
Luglio 1993

Nel tardo pomeriggio il vento rinforza e trascina dall’oceano brandelli di nebbia strappati dal più compatto manto grigio, che una mano invisibile sembra trattenere sulla sommità di Twin Peaks. Sembrano punti di sospensione che veleggiano nel cielo per poi dissolversi sulla verticale della baia, ponendo fine ad uno strano incantesimo naturale. Da nessun’altra parte, come qui a San Francisco, la nebbia rivela un inconsueto sodalizio tra la natura meteorologica del fenomeno e il tessuto urbano. Urta le cime dei grattacieli che sembrano assurgere a vette alpine perse fra le nuvole. Raggela, anche in pieno luglio, il tepore di un pomeriggio di sole e inghiotte, assieme alle spettrali sirene delle navi ancorate nella baia, il lontano profilo del Golden Gate in una grigia atmosfera che per nulla si addice alla solatia California.

Seduto al Caffè Trieste ho mandato giù l’ennesimo refile di caffè, ma la ragazza, prontamente accortasi, si precipita premurosa, destreggiandosi abilmente tra i tavolini, verso la mia tazza vuota ancora per poco e, voilà, il caffè è nuovamente servito. Vecchie fotografie tappezzano le pareti e sembrano raccontare la storia di questo locale ormai demodé. Tra i primi piani della Loren e di Modugno, con tanto di autografi, affiorano dal passato istantanee ormai scolorite di banchetti e ricevimenti di italoamericani o premi letterari assegnati proprio qua. Assomigliano a istanti strappati dalla storia di questa città e immortalati su stampe ingiallite che hanno perso il filo della memoria e dalle quali affiorano nostalgici, per chi li ha vissuti, tutti i fasti di un tempo.

Un vecchio juke box che mi accorgo funzionare anche con le 200 lire, continua a riproporre ai clienti intenti, chi a leggere il giornale, chi addirittura a scrivere poesie, le più belle arie di Del Monaco o Gigli. Ma a parte questo e il cappuccino, di italiano al Caffè Trieste è rimasto ben poco: uno dei camerieri è asiatico, la ragazza che passa per i tavoli è americana. E’ caruccia e sorride con la proverbiale disinvoltura e ingenuità degli americani. La parola o il saluto, che qui in America un cameriere o un passante ti rivolge in strada o su di un autobus, è indubbiamente un gesto che sorge tra i più sinceri e spontanei e non per cortesia o necessità. Se non i più simpatici, di sicuro quelli di San Francisco sono, tra tutti gli americani, i più tolleranti. In uno stato come la California, tradizionale roccaforte dei conservatori, San Francisco da sempre è un’isola felice di ampio respiro culturale e di rispetto verso qualsiasi eccesso aberrante fuori dal coro. La beat generation, gli hippies, la liberalizzazione dell’LSD, l’immensa comunità gay, la tragedia dell’AIDS, in ordine di tempo. Tutto ciò che il resto degli States ha ritenuto e ritiene trasgressivo e contrario all’etica e alla morale, qui a San Francisco finisce invece con l’acquisire un tacito consenso e non importa a quale costo, talvolta.

L’AIDS, sono in molti a sostenerlo, ha portato assieme ai venti di tragedia anche un crescente degrado e impoverimento di alcune aree cittadine. Market Street, arteria diagonale che taglia in due il centro di San Francisco, è una chiara demarcazione sociale che separa due mondi lontani. La crescente disperazione alimentata da qualche tempo dalle fiamme dell’AIDS, il clima di abbandono e la sporcizia di chi resta confinato a sud di questa arteria del destino e, in netto contrasto, a nord le facciate delle case vittoriane distese come variopinti domini tra gli eleganti quartieri residenziali di Nob Hill e Marina.

Alla sera i lunghi boulevards di South of Market sono tutto uno sfrecciare di auto quasi a simboleggiare una fuga a tutti i costi da questo mondo dimenticato e da dimenticare. Il vento freddo spazza vecchi fogli di giornali, ormai ingialliti, e cartoni con i quali i figli della strada che crescono sempre più di numero improvvisano ogni sera la loro piccola dimora, accanto ad una lattina di Bud, unica loro compagna. Tra una strada e l’altra gli isolati sembrano non finire mai e, illuminati appena dai lampioni, celano lateralmente inquietanti vicoli ciechi che il buio inghiotte assieme alla disperazione di chi abita qui. Ma il motto di questa città è Vivi (se ci riesci) e lascia vivere, anche quando ti capita di assistere, in un locale notturno, alla scena di un prete intento a suonare il piano e a baciare, con la massima disinvoltura, il suo compagno. Il mio simpatico compagno di stanza australiano Mario Hropic, capace di fare amicizia anche con un sasso, divertito, gli ha offerto una birra.

Del resto in quale altra città al mondo ci si può permettere una simile trasparenza gestuale senza correre il rischio di venire poi ricoperti di improperi? Ed è proprio questo civico senso di tolleranza della gente a farmi innamorare di San Francisco, forse ancor più della sua incantevole baia, delle sue case multicolori in stile vittoriano che sembrano uscite dal mondo dei Lego e dei suoi sferraglianti tram alpinisti.

Herbert List (1956)