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Trans Europa Express (di Paolo Rumiz)

Trans Europa Express (di Paolo Rumiz)

TRANS EUROPA EXPRESS
di Paolo Rumiz
ed. Feltrinelli

Caduta l’ultima frontiera comunitaria oltre Trieste, Paolo Rumiz trova proprio nella ricerca della frontiera il pretesto per intraprendere un originale viaggio geografico e ancor più umano. Dal Mar Glaciale Artico ad Istanbul seguendo le ultime frontiere europee che resistono ad oriente. Oltre un mese trascorso a ridiscendere verticalmente l’Europa frontaliera in autobus, treno e con l’autostop attraverso paesaggi di rara bellezza e regioni sconosciute al turismo e ai più ma dai nomi dolci e altisonanti quali Carelia, Polesia, Podolia, Bucovina, Volinia.  Mille incontri, alcuni commoventi, in un viaggio intenso durato oltre un mese dai quali emerge l’autentico animo semplice e generoso della comune gente slava sempre pronta ad aiutarti, a condividere i pochi averi in nome dell’ospitalità e a chiacchierare per farti sentire il meno possibile straniero quando sei lontano da casa.

Con questo suo libro, Paolo Rumiz si riconferma umile e profondo scrittore viaggiatore. Il suo diario di viaggio è un’ intrinseca ed intensa raccolta di testimonianze dense di profumi, stati d’animo, emozioni che si amalgamano con descrizioni da brivido della natura attraversata e degli scempi storici e non dell’uomo attraverso il disgelo della tundra, le mostruosità industriali di sovietica memoria, le infinite distese di grano dell’Ucraina, l’asprezza dei Carpazi, il vuoto comunitario lasciato dalla fuga degli ultimi ebrei d’oriente e un mondo contadino che fatica a sopravvivere sempre più minacciato dalla globalizzazione. Uno dei più bei libri di viaggio mai letti.

La Padania a zig-zag: Asti-Torino-Pavia-Mantova (di Paolo Rumiz)

L'Italia in seconda classe di Paolo RumizNell’estate del 2002, Paolo Rumiz attraversò l’Italia da nord a sud, isole comprese, a bordo di quel bellissimo mezzo di trasporto che a suo tempo aveva facilitato la nascita e l’unità del nostro paese: il treno. Nell’Italia di oggi che esalta le privatizzazioni, l’arrivar prima a tutti i costi e i tagli di tutto ciò che risulta “improduttivo”, Rumiz ha scelto di esplorare lentamente la nostra penisola a bordo dei treni locali seguendo linee ferroviarie secondarie ormai condannate dall’alta velocità. Tra incontri umani esilaranti, paesaggi mozzafiato, ritardi cronici, coincidenze perse e le tristi testimonianze dei macchinisti e dei controllori conosciuti sui treni che hanno fatto la storia delle nostre ferrovie, ne è uscito un gran bel diario di viaggio su rotaie attraverso un’Italia dimenticata lungo oltre settemila chilometri. Più o meno la stessa distanza percorsa dalla Transiberiana! Dal viaggio di Rumiz, appena riproposto sotto forma di libro, ho estrapolato questo paragrafo.

Dodici treni, cinquecento chilometri, uno slalom fra i temporali. Comincia la giornata più lunga, zigzaghiamo come palline da flipper nel grande vuoto della Padania in ferie. Gli unici viaggiatori son quelli che mandano avanti l’Italia mentre noi mettiamo le chiappe al sole: immigrati. Stazione di Alessandria, una volta ci passavano fiumi di terroni diretti alla Fiat. Oggi, il vuoto. Gli italiani vanno su gomma. C’è l’apartheid d’estate, a Nord della Linea Gotica: il mezzo privato alla razza bianca, quello pubblico agli altri.

Casale Monferrato, primo passaggio del Po. L’unico bianco a bordo è un chitarrista classico, capelli lunghi e barba nera. Suona concentratissimo Respighi, mentre fra l’acqua grigia e il cielo cupo il ponte emette un basso continuo. E’ incredibile l’acustica dei ponti ferroviari. In Germania sussurrano, in Francia rimbombano, quelli inglesi emettono un tuono lungo. Il treno va, in un’aureola di pioggia, pare un famoso quadro di William Turner. E i nomi dei paesi cominciano a cantare. Frascarolo, Frassineto, Crescentino. La motrice gioca col Grande Fiume, lo cercherà fino a notte. Gli si terrà accanto come un ippopotamo allo Zambesi o un elefante al Limpopo. Spaventa anatre, folaghe, aironi. Al timone della sua baleniera, Marco guida concentratissimo nel labirinto di acque, cerca il fondo della pignatta padana. Verso Vercelli, il suo Pequod avvista prima una cicogna, alta sul nido in cima a un palo. Poi, una nuvola di uccelli, un vortice che segnala una montagna bianca come la gobba di Moby Dick. E’ riso. Una fabbrica splendente di riso, coperta da migliaia di gabbiani. Un incubo, come nel film di Hitchkock.

Per andare a Santhià, entriamo nel risucchio della Milano-Torino, e subito ce ne pentiamo. Il Governatore dei flussi ci frega: lui vuole utenti, non viaggiatori. Il treno per Santhià non ferma a Santhià, vola oltre in silenzio, ci porta a Torino sotto un cielo triste, operaio, francese. Accanto a noi, bengalesi che si sentono a casa, sguazzano allegri nel monsone di questa pazza estate italiana. Paolini deve rimediare, consulta orari, cerca un nuovo passaggio a Nordest. La soluzione esiste: Biella. Ma ormai siamo prigionieri di un gioco pazzesco di coincidenze. Per fortuna i macchinisti ci conoscono, ci siutano, si passano la voce chiamandosi al telefonino. Ci vogliono a bordo, nelle stazioni arrivano al punto di aspettarci sforando gli orari. Ormai, è un dirottamento in piena regola. Biella ci saluta con secchiate d’acqua, i ferrovieri riparano nel bar, ci offrono Barbera. Ma Paolini vuol continuare nella tempesta, come Achab. Ha un chiodo fisso, arrivare a Rovasenda. Già, Rovasenda. Come fai a dire di conoscere la Padania se non sei stato a Rovasenda? Come fai a non sentirla che ti chiama nella pioggia, con quel nome da romanzo di Calvino? E noi la cerchiamo, in un treno tra i fulmini che diventa una gabbia di Faraday, finché il suo campanile buca la pianura, in mezzo a pioppi indemoniati e a mille antifurti che friggono, eccitati dal temporale. Sulla pensilina, una ragazza magra, pallidissima, sandali alti e tailleur nero. Capelli biondi lunghi, trema di freddo. Sembra uscita da una storia di Tolkien. Eccola Rovasenda. Quattro case, le Alpi lontane, due-stazioni-due che si guatano. Vicinissime, vuote e sfasate di otto metri di dislivello. Paolini racconta: c’erano due linee private. Per non incrociarsi, si scavalcarono con un terrapieno. Ne nacque un perfetto paradosso all’italiana. Rovasenda Alta e Rovasenda Bassa, nel piattume assoluto delle risaie.

Il treno va in un labirinto di rogge e risorgive. Mi chiedo come faccia, d’inverno, a trovare queste stazioni nella nebbia. Che fai se non le vedi in tempo? Rischi di andar oltre, con i pendolari a bestemmiare sulla pensilina. Così a volte non bastano le segnalazioni luminose: servono quelle acustiche. Paolini racconta di suo padre ferroviere: “Mettevano mortaretti sulla rotaia, quando il capotreno sentiva tre botti secchi, frenava”. Mortara è un ragno che ti cattura nella pianura, tutte le linee padane sembrano passare di lì. All’ingresso in paese, un cartellone pubblicitario allarmante: “Gratta e viaggia”. La stazione ha perso ogni regalità sabauda. E’ pratica, disadorna, in una parola: lumbard. Leggo fantastici annunci di feste leghiste con spadoni medievali, ma sulla pensilina vedo solo tre negrette infreddolite, un cinese addormentato, noi due alieni del Nordest e un giovane ciclista tedesco. Si chiama Wolfi, è felice nella pioggia padana e aspetta il treno per Novara. Quando quel treno arriva, Wolfi scopre che è popolato di sole donne. Diavolo, sono tutte giovani. E tutte stanno truccandosi. “Ja”, camerata Wolfi. E’ un treno di lucciole, la mitica vagona-baldracca, avvolta in una nube di profumo. E appena il biondo sale a bordo, con la sua tutina nero-rosa, l’intero scompartimento ha un soprassalto. Le belle in ghingherli sguainano rossetti, innescano fondi tinta. In un surreale silenzio, fanno presentat-arm all’unico maschietto a bordo. Sono felici: una volta tanto son loro che imbarcano un uomo sul marciapiede.

Un ponte dopo l’altro. Il Ticino verde e gonfio, l’Olona, il Lambro, l’Adda, la passerella di barche sull’Oglio. C’è un crescendo nelle metamorfosi della nostra macchina in corsa. Flipper, bulldozer, mulo, trivella, machete, bruco, sommergibile, bisonte. Il “sound” cambia ancora, il viaggio padano diventa country music, Woodie Guthrie, Pete Seeger, Bruce Springsteen. Un assolo per batteria su ferro sgangherato con sterpaglia.

Annotta, passano aironi, gabbiani. Nella sabbia il Po scava immense volute verso Est, pare un anaconda. Ormai ci sentiamo su un Orient Express in corsa verso il Danubio. Ci sarà pure un motivo per cui i viaggi finiscono sempre per cercare l’Oriente. Dev’essere lo stesso motivo per cui “cercare la direzione” si dice “orientarsi”. La consultazione delle mappe si intensifica, mancano solo 1500 chilometri alla fine. Dobbiamo studiare un finale come si deve, non possiamo rischiare di esaurire i chilometri a Saronno, o a Sacile.

A Mantova cena sul lago con lucciole. Discutiamo dell’elogio del Duce agli italiani “santi e navigatori”, scolpito all’Eur di Roma. L’ultimo dei mestieri citati è “trasmigratori”. Fu geniale mistificazione: non si poteva dire “emigranti”, faceva pensare troppo a toppe sul culo e a valigie di cartone. Ma oggi la parola diventa vera. Ci aiuta a chiamare allo stesso modo quelli che partono e quelli che arrivano. Ci fa capire che pendolari e profughi, emigranti e turisti fanno parte della stessa macchina maledetta. Pensierino della sera. Visto che nessuno dice più cose di sinistra, perché non rubare questa parolina alla destra? Deciso: siamo “trasmigratori” anche noi.

Paolo Rumiz

L’altra Europa (di Paolo Rumiz)

Altra Europa di Paolo Rumiz

Dal Mar Glaciale Artico fino a Istanbul alla scoperta di un’altra Europa, quella lontana dal benessere e dalla sicurezza dell’Unione Europea. Con uno zaino di 6 chili appena sulle spalle  e spostandosi per migliaia di chilometri seguendo una direttrice nord sud a bordo di treni, autobus, traghetti o facendo l’autostop, Paolo Rumiz si è reso protagonista di un altro suo memorabile viaggio.Un viaggio attraverso la Russia più a ponente, la Bielorussia, l’Ucraina e una miriade di regioni all’interno di questi stati tra un caleidoscopio di etnie e dialetti. Terre dove sono ancora i reticolati a sancire i confini tra gli stati, dove l’occhio attento del poliziotto ancora studia attentamente a lungo il tuo passaporto, distanti anni luce dal resto privilegiato del vecchio continente ma dove si possono ancora scoprire storie, ospitalità genuine e incontri di un’umanità di altri tempi, da noi praticamente scomparsa. Rumiz ha raccontato, a puntate, questo suo lungo viaggio nell’estate 2008 sulle pagine di Repubblica.

L’altra Europa (di Paolo Rumiz)

Il ritorno di Annibale (di Paolo Rumiz)

Il ritorno di Annibale di Paolo Rumiz

Sulle orme del grande condottiero cartaginese che oltre duemila anni fa piegò per ben tre volte in battaglia la potenza romana. Paolo Rumiz, nel suo consueto appuntamento estivo con i suoi reportage di viaggio per i lettori di Repubblica ricostruisce le gesta e le imprese di Annibale percorrendo il tormentato itinerario di uno dei più grandi strateghi del passato attraverso il Mediterraneo dalla Spagna a Creta passando per l’Italia e giungendo fino alla lontana Armenia. Il ritorno di Annibale di Paolo Rumiz si conferma un’altra grande prova di talento letterario di questo scrittore viaggiatore.

Il ritorno di Annibale (di Paolo Rumiz)

La leggenda dei monti naviganti (di Paolo Rumiz)

La leggenda dei monti naviganti (di Paolo Rumiz)

LA LEGGENDA DEI MONTI NAVIGANTI
di Paolo Rumiz
ed. Feltrinelli

Cronaca di un viaggio straordinario rigorosamente italiano (con qualche sconfinamento) attraverso le Alpi che proteggono la nostra penisola a nord e gli Appennini che ne incidono longitudinalmente il paesaggio e la storia come una lunga cerniera fino alle porte dell’Africa. Paolo Rumiz, grande giornalista e scrittore, ha dedicato in questi ultimi anni anima e cuore a queste due leggendarie catene montuose che dovrebebro appartenerci maggiormente e che dovremmo imparare ad amare e rispettare di più. Ha attraversato con ogni mezzo i paesaggi e le culture più diverse e variopinte delle Alpi ora a piedi su sentieri di alta quota, ora a bordo di puntuali e lindi trenini svizzeri o su fatiscenti carrozze delle nostre ferrovie o in sella alla sua fida bicicletta, partendo dai pressi della costa dalmata per ritrovare alla fine del viaggio di nuovo il mare a Nizza.
Nel lungo cammino ha attraversato valli strette e profonde prive di energia elettrica, esplorato interminabili tunnel ferroviari in costruzione, incontrato l’orso bruno in Trentino, bracconieri, bivacchi e personaggi curiosi restituiti da un lontano passato, si è inchinato dinanzi alla saggezza di personaggi quali Mario Rigoni Stern, Ryszard Kapuscinski e Walter Bonatti, ha riportato alla luce l’immane tragedia dimenticata (una delle tante alle quali siamo abituati in Italia) della diga del Vajont, indagato sul giallo della mummia di Ötzi.
La seconda parte del libro è la cronaca del suo viaggio compiuto nella primavera del 2006 a bordo di una Topolino d’epoca lungo le strade secondarie che attraversano l’Italia dimenticata e spopolata degli Appenini, dalla riviera di ponente fino a Capo Sud, in Calabria. Migliaia di chilometri fatti di asfalto, paesaggi selvaggi ora spazzati dal vento e dalla pioggia, ora accecati di sole africano, incontri con frati e custodi di luoghi leggendari, musicanti in cerca di radici come Francesco Guccini e Vinicio Capossela, gente umile e piena di cuore e saggi contadini. Un viaggio lungo strade bellissime mai dritte, spesso sconosciute o dimenticate, alla ricerca dell’identità perduta per raccontare un’Italia di montagna trascurata e quasi invisibile che diviene splendido e intenso poema fatto di uomini, storie e luoghi. I nostri.