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Nel giardino del profeta (di Stuart Butler)

Stuart Butler

Sono tornato, sono di nuovo qui, ma nulla tornerà più come prima. La mia vita ha preso una strada che ancora non conosco. Sono appena tornato da un luogo in cui la vita di un uomo costa quanto una pallottola di Kalashnikov. Nel mondo occidentale mi sento sicuro. Qui la mia vita vale più di una pallottola ma sono anche disilluso e stanco. Nel giardino del Profeta non ero al sicuro ma ero vivo. Ed è stato tra le sue dune che sentimenti e pensieri da tempo latenti nella mia mente si sono cristallizzati in una solida convinzione ed in un sentimento potente come l’Odio. Odio quello che abbiamo fatto al surf e all’oceano e provo terrore verso il futuro

Nel giardino del Profeta ho pensato l’impensabile: mi sono accorto di odiare il mondo del surf e la sua immagine. Di odiare tutto quello che il surf rappresenta. Odio Hossegor, Newquay e la California, odio chi sta tentando di propinarci oggetti inutili utilizzando l’immagine “cool” del surf, odio il fatto di dover essere un clone, uguale a tutti gli altri per dimostrare al resto del mondo di essere diverso. Ma più di tutti odio gli interessi milionari che hanno permesso ed incoraggiato tutto questo. Il modo in cui questa consapevolezza ha preso forma in me è strano in quanto è avvenuto durante il surf trip più puro della mia vita e surfando onde che tutti i surfisti sognano. Ma forse proprio questo è stato il punto di svolta. Naturalmente io adoro surfare. Attorno a questo semplice gesto ha ruotato tutta la mia vita. La mia è in verità una fuga. L’esigenza di staccare col mondo degli sponsor, dell’Aloha e dei festival a tema e di rifugiarmi in un luogo selvaggio, pristino, un luogo dove ti aspetti di trovare idee, visioni profetiche, non surf-shop: un luogo come lo Yemen.

Lo Yemen è situato all’estremità Sud della Penisola Arabica, e confina con stati “tranquilli” come Oman, Arabia Saudita e, oltre il Golfo di Aden, Etiopia e Somalia. Lo Yemen è sempre stato un paese libero. Dalle oasi di Marib un tempo passavano le piste carovaniere, controllate dalla famosa e bellissima Bilqis, amante del re Salomone e conosciuta a i più come Regina di Saba. Sotto la sua autorità lunghe file di cammelli trasportavano preziose mercanzie attraverso il deserto fino alle coste del Mediterraneo. E’ dallo Yemen che provenivano l’incenso e la mirra portati dai Magi in dono a Betlemme. Il nostro primo incontro col più mistico dei paesi islamici avviene nella capitale. Sana è una città fin troppo dolce: non esiste un luogo tanto romantico e vitale in tutto l’Islam. Da Sana alla costa la strada attraversa alte montagne ed infinite dune di un tenue rosa pesca.

Non so cosa abbia spinto Brandon, Toby e me ad affrontare cinque giorni di deserto per cercare onde in Yemen. Sicuramente non siamo partiti con l’idea di trovare un profeta e, men che meno, ci aspettavamo un luogo tanto puro e bello da far vacillare tutte le nostre convinzioni sul surf. Sapevamo però che in Yemen anche l’impossibile può accadere e l’irreale si intreccia quotidianamente col mondano. Questa dicotomia si manifesta appena fuori Sana al checkpoint militare. Da questa parte tutto sembra calmo e normale ma mentre attraversiamo vedo i soldati diventar piccoli e sparire nello specchietto retrovisore e mi accorgo che è dall’altra parte del filo spinato che comincia il mondo vero. Da sotto i sedili della Jeep i nostri accompagnatori estraggono fucili e granate. Ad ogni villaggio il nostro bagaglio di armi cresce. La popolazione yemenita è in assoluto la più armata al mondo con 60 milioni di armi da fuoco in mano ad una popolazione di appena 18 milioni. Tutto quello che vuoi da un coltello ad una testata nucleare può essere acquistato nei tanti mercati d’armi che attraversiamo. I Kalashnikov costano 300 Dollari e se non ti basta puoi sbizzarrirti tra bombe a mano, mitragliatrici, lanciarazzi e fucili anticarro.

Shibam, Yemen (foto di Stuart Butler)

Oltrepassato il checkpoint di Sana la vita di tutti ruota attorno all’onore e all’orgoglio tribale. La tribù è tutto per uno Yemenita visto che il volere delle tribù ha la priorità persino sulle leggi dello stato. La vita tribale è orgogliosamente tradizionalista e rifiuta ogni autorità esterna: la legge che regna è quella di “occhio per occhio”. In Yemen le faide tra famiglie durano per generazioni e si trasformano spesso in vere e proprie battaglie con decine di morti da entrambe le parti. Dopo la tribù e la famiglia viene la religione che qui è vissuta in maniera molto tradizionale.
Niente accade senza la volontà di Dio, recita il Corano e pare proprio che questo Dio non voglia far precipitare la sua gente nel turbine della vita moderna come la intendiamo noi. Siamo sulla prima linea della “Lotta al Terrore” di Bush e ad ogni checkpoint siamo invitati a mostrare i permessi di transito, tra carri armati e cannoni. La nostra presenza viene anticipata ogni volta via radio al checkpoint successivo il quale ha il compito di venirci a cercare in caso non arrivassimo nel tempo stabilito. Il pericolo di essere rapiti è reale nel deserto.

Tra un presidio militare e l’altro siamo in mano a simpatizzanti di Al Qaeda e questo pensiero non ci rassicura. Otto anni fa nel mio primo viaggio in Yemen, mi fu intimato di andarmene immediatamente da Marib o sarei stato rapito in capo a pochi minuti. L’odio verso l’occidente ed i rapimenti da allora sono addirittura cresciuti. Pochi anni fa un membro del parlamento arrivò a sostenere che essere rapiti era un buon modo per conoscere l’ospitalità e le tradizioni delle tribù. Anche il grottesco è reale in Yemen.
Il Profeta Maometto descrisse gli Yemeniti come il popolo più amabile e gentile del mondo. Nonostante l’apparenza minacciosa questo è ancora vero oggi, ce ne danno una dimostrazione i nostri accompagnatori che nonostante ci costringano a dormire armati, si dimostrano gentilissimi e disponibili a fare due chiacchiere. Il capo del nostro gruppo e la guida.

Mohammed ha abitato alcuni anni negli Stati Uniti prima di accorgersi che non era un buon posto per mettere su famiglia. Allora è tornato nel suo villaggio natale tra le sue amate montagne portandosi in valigia alcuni fucili come souvenir. Una volta tornato a casa è rimasto invischiato in ogni sorta di avventure tribali non ultima uno scontro armato che gli ha fatto perdere un fratello ed uccidere due mèmbri della fazione opposta. Dopo un assedio di sei mesi ed infiniti negoziati tra i due villaggi, a Mohammed venne risparmiata la pena capitale ma passo due anni in carcere per bilanciare l’offesa inflitta. E Mohammed non è nulla se paragonato alle timide guardie Beduine che ci accompagnano: un team di padre e figlio onginari del deserto attorno a Marib. Sono uomini duri silenziosi anche per via del lutto che portano per i famigliari caduti appena quindici giorni fa negli scontri.

Nel loro paese natale i bambini maneggiano armi ancor prima di camminare. Oggi i due si guadagnano ufficialmente da vivere guidando una Jeep senza targa nel deserto, proteggendo i viaggiatori dalle altre tribù e spostando illegalmente armi tra Arabia Saudita, Oman, Damasco e Baghdad. Anche loro come Mohammed hanno divertenti storie da raccontare. Ali, il padre, mentre mi mostra tre fori di pallottola, mi racconta di quando la sua Jeep venne colpita da un razzo. I due non ci nascondono che, se incontrassimo membri di una famiglia rivale, si verrebbe subito allo scontro armato indipendentemente dalla nostra presenza. Il primo incontro con l’oceano dopo un viaggio di cinque giorni è sempre pieno di aspettativa e tensione. Ne sarà valsa la pena? Troveremo la nostra Kirra dietro il promontorio? In vero dopo tanto deserto, splendide oasi e grattacieli di fango il viaggio si è trasformato di per sé in ricompensa. Il giardino del Profeta però ha in serbo molte altre sorprese, non ultime le onde.

Sbuchiamo dal deserto vicino al confine con l’Oman ed è ai piedi di montagne fiorite che riceviamo il regalo del Profeta. I monti si sciolgono in mare creando una serie infinita di baie. La nostra prima visione del blu è accompagnata da picchi altezza-testa che frangono a perdita d’occhio su reef e spiagge completamente deserte. Le mareggiate che generano queste onde provengono dall’intensa bassa pressione stagionalmente presente nel Golfo Arabico, un fenomeno legato al sistema monsonico indiano e quindi affidabilissimo. Il potenziale in onde di quest’area è tale da far impallidire le coste atlantiche europee ed anche molte surf-mecca di fama mondiale.

Durante le tre settimane spese in Yemen abbiamo surfato ogni singolo giorno onde mai sotto il metro. Negli ultimi 3 anni ho passato circa 3 mesi nel Mare Arabico e devo ancora trovare un giorno di mare piatto. Neppure l’Indonesia può arrivare a tanto in consistenza. Ogni sentiero porta ad una sorpresa, ogni baia racchiude onde ed ogni giorno per dieci giorni surfiamo spot diversi spostandoci lungo le strade sabbiose della regina di Saba. Come una carovana di mercanti attraversiamo colline ed insistiamo con la Jeep lungo strade che spessso si spengono nel nulla ma è proprio oltre il punto di insabbiamento dell’auto che troviamo l’onda più intensa del viaggio. E’ Brandon ad insistere ed a convincerci a proseguire sotto il sole a picco ed è lui a vedere per primo il gioiello.

Brandon salta in acqua immediatamente e ne esce dopo una ventina di minuti frastornato dalla violenza dell’onda. Con gli occhi sbarrati mi dice: E’ un’onda molto pesante! Di certo uno dei migliori wedge che ho surfato poi si tuffa di nuovo. L’onda è una sinistra col labbro grossissimo e tante sezioni tubanti, rompe ad ogni marea, il vento è sempre da terra e funziona cinque mesi all’anno. Sarà stata la lontananza dal mondo occidentale o i tanti giorni spesi nel deserto o le onde stesse ma a questo punto del viaggio cominciai seriamente a pensare che lo Yemen stesse salvando la mia passione per il surf e la mia stessa vita.

E quando venne il giorno di lasciare il giardino del Profeta queste sensazioni che convulsamente sobbalzavano nella mia mente da tre settimane presero forma e consistenza. Forse non sono come dovrei essere, forse non sono abbastanza cool per essere un surfista, forse tutto veramente dipende da che pantaloncini porti o da che tavola usi. Anche se solo un pazzo può affermare che la vita in un posto così non sia dura, lo Yemen ha un vantaggio rispetto all’occidente: la vita qui è vera. Sulla via di casa l’aereo fa scalo in Bahrain. Entriamo in una di quelle asettiche librerie tipiche degli aeroporti e tutti questi pensieri mi si ripropongono come un ceffone improvviso. Ben in evidenza su una mensola del reparto “internazionali” c’è un libretto intitolato Come essere un Surfista. All’interno una serie di sorridenti professionisti mi spiega come atteggiarmi, come vestire, come parlare, cosa comprare e che luoghi frequentare per essere cool come loro.
Sono veramente questi i profeti del surf? Abbiamo veramente bisogno di tutto questo? Cosa abbiamo fatto allo sport dei Re? Cosa siamo diventati?

Stuart Butler

 

CHI E’ STUART BUTLER

Stuart Butler

Stuart Butler ama surfare, viaggiare fin da piccolo, quando, i suoi genitori gli raccontavano dei loro viaggi hippy insegnandogli a rispettare la natura e ad amare gli animali. Stuart ha iniziato a viaggiare in autostop dalla costa francese fino al Marocco e più giù con sottobraccio la tavola da surf e pochi soldi in tasca. Da quel viaggio Stuart ha poi girato il mondo in cerca di onde da surfare: dall’Etiopia al Pakistan, dall’India alla Mauritania. Curioso per natura, avverso alla scena troppo colorata del surf spettacolo, desideroso di entrare in diretto contatto con le realtà locali, spesso fatte di villaggi sperduti, luoghi impervi e per nulla turistici, Stuart Butler oggi collabora con Lonely Planet in qualità di autore di guide, gira video dai suoi surf trip in giro per il mondo e si conferma essere un grande viaggiatore alla scoperta di onde lontane che attendono di essere surfate in santa pace.

Once more upon the waters! (di George Gordon Byron)

Once more upon the waters! (di George Gordon Byron)

Sull’acqua, ancora, ancora sull’acqua!
E le onde sotto di me scalpitano come un destriero che conosce il cavaliere.
Benvenuto, il loro mugghiare!
Mi guidino rapide, ovunque mi portino!
Anche se l’albero teso dovesse fremere come una canna,
e sventolando la tela lacerata si perdesse nella burrasca,
io devo andare, perché sono simile a un’alga
divelta degli scogli nelle schiume oceaniche,
a salpare ovunque la sbattano i flutti, o vinca il respiro della tempesta.

George Gordon Byron

Diario di viaggio Hawaii

diario di viaggio hawaii

Honolulu, Hawaii
Dicembre 1993

Risveglio all’alba del mio ultimo giorno alle Hawaii tra il vento che agita le palme nel cortile e i cumuli gonfi di pioggia che si rincorrono nel cielo aprendo, di tanto in tanto, i loro rubinetti. Sdraiato ancora a letto, la finestra aperta sui primi rumori soffusi e lontani del nuovo giorno, fuori l’aria ancora fresca di pioggia, i miei ricordi riavvolgono la mia permanenza hawaiana in un veloce rewind di immagini, sentimenti, emozioni.

Uno dei miei compagni di stanza di questo ostello intrappolato tra i grattacieli di Waikiki si è già alzato per recarsi a lavorare. E scappato dalla Carolina qualche mese fa e qui a Honolulu non fa che spalare merda a quintali dalle navi ormeggiate nel porto. Alla sera, quando fa ritorno, gli resta solamente la forza di imprecare e spararsi una contraerea di canne per togliersi la nausea e la disperazione di dosso, laddove non sia sufficiente una doccia. Un altro, invece, è un mio connazionale. Si chiama Sergio e viene da Roma. E’ una sagoma. Sprizza simpatia da tutti i pori e in questo backpacker può meritatamente fregiarsi del titolo di alfiere della simpatia, in materia di battute e goliardie varie. Ieri l’altro ha vinto una gara di nuoto disputata nelle acque di una baia vicino a Honolulu.

Una bella soddisfazione, no? gli faccio e lui See! Mi hanno consegnato un trofeo che più pacchiano non si può e che da solo mi occupa tutta la valigia; poi non ti vado mica a battere il locale campione di nuoto. Non ci ha visto più per la rabbia e durante la cerimonia di premiazione, ancora incazzato nero, ha voluto davanti a tutti la rivincita. Il trofeo? Ma che se lo tenga pure una schifezza del genere! Dopodomani, all’alba, lo attende la fatidica rivincita e anche stamani si è svegliato primo fra tutti per recarsi, correndo sotto la pioggia, all’allenamento di nuoto nella piscina olimpionica dell’Università.

Il sole si fa strada tra gli squarci di azzurro che vanno aprendosi qua e là nel cielo e finisce con l’abbagliare le strade di Honolulu, ancora lucide di pioggia e di pozzanghere. In meno di due ore, a bordo di un autobus, sono a Waimea Bay, dall’altra parte dell’isola di Oahu. Qui lo scandire del tempo non ha più alcun senso, se rapportato alla bellezza armoniosa dell’oceano che va ad esplodere, con tutta la sua energia, nella naturale solitudine di un punto perso nell’azzurro del Pacifico, a 17 ore di volo dall’Italia, undici fusi orari più a ovest.

Il lungo e caldo pomeriggio mi risucchia nella luminosità lacerante dei suoi colori, corona la violenza delle onde e la bellezza artistica dei cavalloni di spuma bianca che, prima di morire sulla spiaggia, si esibiscono in sontuosi oleodotti di acqua, come felice epilogo di un viaggio durato migliaia di chilometri. Sono le onde più alte della terra; il paradiso di tutti quei surfisti che hanno sognato almeno una volta nella loro vita di cavalcare queste autentiche ed impressionanti muraglie di acqua alte anche sette metri.

In equilibrio sulle tavole variopinte sono in centinaia i temerari affluiti oggi a Waimea a sfidare la potenza dell’oceano, esibendosi nei più arditi virtuosismi. Richiamati dai bollettini dei meteorologi, che prevedevano oggi onde alte fino a 5 metri, decine di kamikaze esaltati si sono riversati qui fin dalle prime ore dell’alba alla ricerca dell’onda perfetta. Eccoli adesso disegnare acrobatici aerials sulle creste spumeggianti, le discendono e poi, quando l’onda accenna a piegarsi su se stessa, infilano a tutta velocità il tunnel d’acqua. E’ una sfida lanciata all’oceano, che promette massicce dosi di adrenalina su per il buco del culo di qualsiasi surfista! Quando sei alle prese con le onde di Banzai Pipeline la differenza tra pazzia e coraggio si fa sottile come un filo d’erba. La sfida sta tutta (e ti pare poco!) nel saper uscire dal micidiale tubo, prima che il suo potente moto centrifugo risucchi il surfista sott’acqua in pasto ai pesci. Le onde di Kona, sfidate solo due giorni fa con il body board, la lava del Kilauea, la notte in spiaggia sulla sabbia vulcanica sotto un oceano di stelle, gli amici hawaiani, inaspettatamente conosciuti in un dimenticato villaggio di pescatori escluso dalle guide turistiche, tutte le cose passate, quelle a venire, le frasi da romanzo che stupidamente sorgono spontanee nella mente, non hanno più importanza alcuna dinanzi alle emozioni che la vista di questo spettacolo mi procura.

Sono felice. Come potrei non esserlo, d’altronde?

Più in là, la barriera corallina confina la violenza maestosa dei cavalloni al largo e la costa finisce così con il diventare un continuo susseguirsi di solitari ed incantevoli insenature di sabbia bianca e di palme tra montagne ricoperte da una lussureggiante vegetazione di un verde intenso e la trasparenza cristallina del mare. Il pigro pomeriggio segue il mio peregrinare per l’isola fino a morire all’orizzonte delle prime case della periferia di Honolulu, inghiottita dal verde ed estasiata dai profumi naturali dei tropici.

La serata trascorsa al ristorante giapponese, assieme a Sergio e alla famiglia del suo simpatico allenatore, mi ha ricordato, per un attimo, il più classico degli incontri che nasce, sovente per caso, nello scompartimento di un treno. La lunga distanza da percorrere il più delle volte ci spinge a solidarizzare con le altre persone presenti a bordo. Forse è solo il futile pretesto di esorcizzare la nostra solitudine del viaggio. E’ vero, non manca mai il solito rompicoglioni di turno, ma spesso è altrettanto vero che possono anche nascere divertenti ed insolite conversazioni, quasi delle commedie di viaggio, con i passeggeri nel ruolo improvvisato di inaspettati attori a recitare se stessi. Il breve intrecciarsi di destini dinanzi a tanti specchi introspettivi che finisce poi, una volta giunti a destinazione, con il frantumarsi in tanti arrivederci di persone consapevoli che non si vedranno mai più. Anche il quadretto che si è creato qui a tavola non è diverso.

Si ride alle battute di Sergio, al suo inglese cadenzato alla romana e che tanto mi ricorda l’Albertone nazionale, alla simpatia e alla disponibilità, da me davvero apprezzata, del suo allenatore di nuoto e della moglie Barbara. Ci conosciamo appena, ma grazie al clima che si è instaurato in questa bellissima serata, l’ultima per me qui alle Hawaii, sembra di essere tutti quanti amici da sempre, uniti da quel simpatico clima quasi cameratesco creatosi. Quante volte mi è capitato di pensare a questo, a tutte le amicizie consumate in un attimo, eppure così belle e sincere?

Addio Hawaii? Arterie pulsanti e assetate di vita sulle quali scorrono serpenti automobilistici ridondanti di rock e motori. Nella calda sera tropicale appena ventilata dalla brezza, i mille rumori della strada riecheggiano in una kermesse di colori, voci, sorrisi e spensieratezze confuse nel fiume di gente che affolla la promenade. Oltre i profili degli alberghi di Waikiki, il cielo si perde in un infinito firmamento di stelle, la cui luminosità viene appena smorzata dalle mille luci riflesse dalla città. I lampioni accesi, le insegne autostradali che indicano nuove uscite, la città che si allontana sempre più, rimpicciolita e, alla fine, risucchiata all’indietro dallo specchietto retrovisore.

Sulla strada per l’aeroporto ogni chilometro in più mi allontana da questo mondo fatato fatto di colori, sorrisi e seduzioni. E anche adesso, mentre i reattori dell’aereo, impaziente di decollare, ruggiscono sempre più forti, mi accorgo che questo sogno sembra già appartenere all’inesorabile trascorrere del tempo che come una sfera celeste si allontana nello spazio della memoria e dei ricordi.