Archivi tag: Medio Oriente

Ramadan

Ramadan

RAMADAN 2015
inizio: 18 giugno
termine: 17 luglio

E’ meglio evitare viaggi nel mondo arabo durante la festività religiosa islamica del Ramadan. Quasi tutti i ristoranti restano chiusi durante il giorno, bar e discoteche sono, invece, chiusi del tutto e gli orari di apertura dei negozi, musei e monumenti vengono ridotti. Anche spostarsi, sia via terra, sia in aereo, può diventare un problema.
I viaggiatori occidentali, nell’intero periodo del Ramadan, dovrebbero mangiare e bere privatamente senza farsi vedere durante il giorno e non consumare alcolici per rispettare le usanze locali.

Il Ramadan corrisponde al nono mese del calendario musulmano e la cadenza di questo periodo varia di anno in anno. In questo mese, corrispondente al periodo in cui fu rivelato il Corano come guida per gli uomini e prova chiara di retta direzione e salvezza, i musulmani sono tenuti a digiunare astenendosi dal mangiare, bere, fumare, avere rapporti sessuali durante il giorno e limitandosi a consumare un piccolo pasto serale chiamato iftar dopo una preghiera che interrompe il digiuno fino al mattino successivo.

Durante il Ramadan, è pratica comune per i fedeli recarsi a pregare in moschea. Oltre alle solite cinque preghiere giornaliere, in questo periodo, si aggiunge una preghiera speciale detta Taraweeh(preghiera notturna). La sera del 27 del mese, che coincide con la credenza che Maometto ricevette proprio in quel giorno la rivelazione del sacro Corano, i musulmani celebrano la Laylat-al-Qadr (la notte del potere). La fine del Ramadan è festeggiata, in corrispondenza del primo giorno del mese di Shawwal, con una festività di tre giorni (Id-al-Fitr) che vede il ricongiungimento di amici e parenti, scambi di regali e pranzi di famiglia.

Le torri del vento

Torri del vento

Le torri del vento costituiscono uno dei più antichi ed ingegnosi metodi di raffreddamento naturale dell’aria all’interno di un edificio. Se ne possono vedere ancora molte in Iran ma anche in altre città e villaggi affacciati sul Golfo Persico.  Il loro semplice funzionamento ha permesso alle popolazioni locali, per secoli, di difendersi, in modo naturale, dal tremendo caldo torrido estivo che, in quelle zone, supera spesso i 40 gradi. Conosciute con il nome di badgir in persiano e di malqaf in arabo, le torri erano state progettate con lo scopo di catturare ogni minimo alito di vento ed incanalarlo verso le stanze sottostanti della casa. L’aria, passando attraverso le fessure laterali in cima alla torre, veniva incanalata con flusso discendente verso le stanze poste sotto la torre e, contemporaneamente, un secondo flusso d’aria ascendeva dal lato opposto permettendo in tal modo una ventilazione all’interno della casa.

Un secondo metodo, più complesso, permetteva un maggiore rinfresco interno con un procedimento illustrato nel disegno qui sotto. L’aria calda esterna veniva incanalata sottoterra, tramite un condotto e passando lungo un canale d’acqua subiva un significativo raffreddamento prima di risalire, attraverso un altro condotto, su per le stanze della casa, prima di fuoriuscire, infine, dalle fessure superiori della torre del vento.

Tra le torri del vento più antiche e anche più alte, spiccano quelle di Yazd, in Iran. Basta salire su una delle due torri dello splendido complesso di Amir Chakhmaq per constatare l’impressionante numero di torri del vento che dominano, con raffinata eleganza, il panorama urbano della città.

Schema di raffreddamento attraverso una torre del vento

Merry Christmas!

Sanaa (Yemen)

Una tessera plastificata di forma rettangolare conosciuta con il nome di bancomat rischia incredibilmente di mandare a gambe all’aria il regolare fluire del viaggio. Nel mio portafogli le poche banconote rimaste in valuta locale cambiate al mio arrivo all’aeroporto ammontano pressapoco al valore di un pranzo in un ristorantino alla buona. Una dopo l’altra, le strette fessure degli sportelli bancari incontrati lungo la  principale arteria della città, hanno sputato sdegnosamente la mia principale forma di sostentamento da viaggio senza elargirmi neppure un soldo e, ad ogni richiesta circa dove potessi trovare una banca che accettasse i bancomat internazionali, l’impiegato di turno mi faceva capire in un mix di scarno inglese e teatrali sbracciate che, con la banca immediatamente più avanti, la sorte mi sarebbe stata sicuramente amica.

Così trascorro l’intero mattino in strada sotto un sole invernale ma caldo come un nostro giorno di maggio, rimbalzando da una banca all’altra come la pallina in un flipper impazzito, prigioniero di una sottile e crescente disperazione che va insinuando in me la peggiore delle ipotesi pronte a materializzarsi, ovvero, restare senza più un soldo in un paese, per giunta, povero già per conto suo. Giungo presso l’ennesimo sportello automatico di una banca e incredibilmente stavolta faccio bingo. Oltre alla tessera, la fessura del bancomat sputa pure un bel mazzo di banconote. Memorizzo il suo nome per i prelievi sucessivi, tiro un sospiro di sollievo nel rivedere il mio portafogli assumere un rassicurante gonfiore e mi rituffo, stavolta con tranquillità e sorriso ritrovati, nell’ordinaria atmosfera caotica di una città mediorientale fatta di incessanti strombazzate di clacson per strada, grida di mercanti, acri profumi speziati nell’aria mescolati a polvere e sabbia e gente ovunque.

Mi faccio strada a fatica tra la folla e le auto quando, all’improvviso, un anziano uomo in abiti tradizionali yemeniti, constatato in un lampo il mio aspetto occidentale, mi elargisce nello straripante sorriso, con i pochi denti rimastigli in bocca, un sincero Merry Christmas! Resto inebetito per un lasso di tempo impercettibilmente lungo che abbatte del tutto la martellante confusione intorno a me e, solo in quell’istante, mi ricordo che è il 25 dicembre. Un giorno qualunque per lo Yemen. Lo ringrazio di cuore, ricambio il suo sorriso e procedo nuovamente per la mia strada. L’augurio inaspettato di uno sconosciuto e, per giunta, di fede musulmana, resterà indelebile nei miei ricordi come il più bel Buon Natale mai ricevuto.

Il museo di arte islamica di Doha

Il Museo di Arte Islamica a Doha (Qatar)

Con mezza giornata a disposizione tra un volo e l’altro a Doha, ho avuto giusto il tempo per andare a vedere la principale attrazione culturale offerta dalla capitale del piccolo emirato del Qatar: il Museo di Arte Islamica. Inaugurato nel 2008, il Museum of Islamic Art è stato progettato dall’architetto Im Pei (autore della celebre piramide di vetro presso il museo del Louvre a Parigi) e sorge su un’isoletta artificiale collegata al bel lungomare cittadino da un molo ombreggiato da palme. L’edificio, che assomiglia vagamente ad un’antica fortezza araba, ospita la più grande collezione al mondo di oggetti artistici e reperti archeologici islamici provenienti dall’intero Medio Oriente e da altri paesi quali India e Uzbekistan.

Distribuite su tre piani, le gallerie d’arte sono suddivise in base alle due principali tematiche: il linguaggio e il viaggio nell’arte islamica. La ricca collezione artistica spazia da preziosi tappeti persiani tessuti in seta e raffiguranti scene di leggende o splendidi motivi floreali fino a antichi manoscritti e copie del Corano scritte e dipinte a mano. Accanto ad oggetti scientifici, quali astrolabi di epoca medievale, a testimonianza delle profonde conoscenze raggiunte dagli arabi nell’astronomia, sono esposte anche armi e maschere da guerra di provenienza siriana, porte intarsiate in legno con motivi geometrici di origine marocchina, bellissimi esempi di ceramica persiana e maioliche azzurre dove le scritte cufiche divengono piccoli capolavori artistici. Nei due piani espositivi affiora tutta la bellezza intrinseca e la semplicità armoniosa dell’arte e della cultura di un mondo visto con troppo sospetto e timore in occidente negli ultimi anni. Una visita a questo museo, tra l’altro gratuita, rappresenta la chiave per entrare, con discrezione, nel mondo islamico e conoscere, direttamente dal passato, quel suo fascino artistico e culturale così ancora poco conosciuto e apprezzato  da noi occidentali.

Nel giardino del profeta (di Stuart Butler)

Stuart Butler

Sono tornato, sono di nuovo qui, ma nulla tornerà più come prima. La mia vita ha preso una strada che ancora non conosco. Sono appena tornato da un luogo in cui la vita di un uomo costa quanto una pallottola di Kalashnikov. Nel mondo occidentale mi sento sicuro. Qui la mia vita vale più di una pallottola ma sono anche disilluso e stanco. Nel giardino del Profeta non ero al sicuro ma ero vivo. Ed è stato tra le sue dune che sentimenti e pensieri da tempo latenti nella mia mente si sono cristallizzati in una solida convinzione ed in un sentimento potente come l’Odio. Odio quello che abbiamo fatto al surf e all’oceano e provo terrore verso il futuro

Nel giardino del Profeta ho pensato l’impensabile: mi sono accorto di odiare il mondo del surf e la sua immagine. Di odiare tutto quello che il surf rappresenta. Odio Hossegor, Newquay e la California, odio chi sta tentando di propinarci oggetti inutili utilizzando l’immagine “cool” del surf, odio il fatto di dover essere un clone, uguale a tutti gli altri per dimostrare al resto del mondo di essere diverso. Ma più di tutti odio gli interessi milionari che hanno permesso ed incoraggiato tutto questo. Il modo in cui questa consapevolezza ha preso forma in me è strano in quanto è avvenuto durante il surf trip più puro della mia vita e surfando onde che tutti i surfisti sognano. Ma forse proprio questo è stato il punto di svolta. Naturalmente io adoro surfare. Attorno a questo semplice gesto ha ruotato tutta la mia vita. La mia è in verità una fuga. L’esigenza di staccare col mondo degli sponsor, dell’Aloha e dei festival a tema e di rifugiarmi in un luogo selvaggio, pristino, un luogo dove ti aspetti di trovare idee, visioni profetiche, non surf-shop: un luogo come lo Yemen.

Lo Yemen è situato all’estremità Sud della Penisola Arabica, e confina con stati “tranquilli” come Oman, Arabia Saudita e, oltre il Golfo di Aden, Etiopia e Somalia. Lo Yemen è sempre stato un paese libero. Dalle oasi di Marib un tempo passavano le piste carovaniere, controllate dalla famosa e bellissima Bilqis, amante del re Salomone e conosciuta a i più come Regina di Saba. Sotto la sua autorità lunghe file di cammelli trasportavano preziose mercanzie attraverso il deserto fino alle coste del Mediterraneo. E’ dallo Yemen che provenivano l’incenso e la mirra portati dai Magi in dono a Betlemme. Il nostro primo incontro col più mistico dei paesi islamici avviene nella capitale. Sana è una città fin troppo dolce: non esiste un luogo tanto romantico e vitale in tutto l’Islam. Da Sana alla costa la strada attraversa alte montagne ed infinite dune di un tenue rosa pesca.

Non so cosa abbia spinto Brandon, Toby e me ad affrontare cinque giorni di deserto per cercare onde in Yemen. Sicuramente non siamo partiti con l’idea di trovare un profeta e, men che meno, ci aspettavamo un luogo tanto puro e bello da far vacillare tutte le nostre convinzioni sul surf. Sapevamo però che in Yemen anche l’impossibile può accadere e l’irreale si intreccia quotidianamente col mondano. Questa dicotomia si manifesta appena fuori Sana al checkpoint militare. Da questa parte tutto sembra calmo e normale ma mentre attraversiamo vedo i soldati diventar piccoli e sparire nello specchietto retrovisore e mi accorgo che è dall’altra parte del filo spinato che comincia il mondo vero. Da sotto i sedili della Jeep i nostri accompagnatori estraggono fucili e granate. Ad ogni villaggio il nostro bagaglio di armi cresce. La popolazione yemenita è in assoluto la più armata al mondo con 60 milioni di armi da fuoco in mano ad una popolazione di appena 18 milioni. Tutto quello che vuoi da un coltello ad una testata nucleare può essere acquistato nei tanti mercati d’armi che attraversiamo. I Kalashnikov costano 300 Dollari e se non ti basta puoi sbizzarrirti tra bombe a mano, mitragliatrici, lanciarazzi e fucili anticarro.

Shibam, Yemen (foto di Stuart Butler)

Oltrepassato il checkpoint di Sana la vita di tutti ruota attorno all’onore e all’orgoglio tribale. La tribù è tutto per uno Yemenita visto che il volere delle tribù ha la priorità persino sulle leggi dello stato. La vita tribale è orgogliosamente tradizionalista e rifiuta ogni autorità esterna: la legge che regna è quella di “occhio per occhio”. In Yemen le faide tra famiglie durano per generazioni e si trasformano spesso in vere e proprie battaglie con decine di morti da entrambe le parti. Dopo la tribù e la famiglia viene la religione che qui è vissuta in maniera molto tradizionale.
Niente accade senza la volontà di Dio, recita il Corano e pare proprio che questo Dio non voglia far precipitare la sua gente nel turbine della vita moderna come la intendiamo noi. Siamo sulla prima linea della “Lotta al Terrore” di Bush e ad ogni checkpoint siamo invitati a mostrare i permessi di transito, tra carri armati e cannoni. La nostra presenza viene anticipata ogni volta via radio al checkpoint successivo il quale ha il compito di venirci a cercare in caso non arrivassimo nel tempo stabilito. Il pericolo di essere rapiti è reale nel deserto.

Tra un presidio militare e l’altro siamo in mano a simpatizzanti di Al Qaeda e questo pensiero non ci rassicura. Otto anni fa nel mio primo viaggio in Yemen, mi fu intimato di andarmene immediatamente da Marib o sarei stato rapito in capo a pochi minuti. L’odio verso l’occidente ed i rapimenti da allora sono addirittura cresciuti. Pochi anni fa un membro del parlamento arrivò a sostenere che essere rapiti era un buon modo per conoscere l’ospitalità e le tradizioni delle tribù. Anche il grottesco è reale in Yemen.
Il Profeta Maometto descrisse gli Yemeniti come il popolo più amabile e gentile del mondo. Nonostante l’apparenza minacciosa questo è ancora vero oggi, ce ne danno una dimostrazione i nostri accompagnatori che nonostante ci costringano a dormire armati, si dimostrano gentilissimi e disponibili a fare due chiacchiere. Il capo del nostro gruppo e la guida.

Mohammed ha abitato alcuni anni negli Stati Uniti prima di accorgersi che non era un buon posto per mettere su famiglia. Allora è tornato nel suo villaggio natale tra le sue amate montagne portandosi in valigia alcuni fucili come souvenir. Una volta tornato a casa è rimasto invischiato in ogni sorta di avventure tribali non ultima uno scontro armato che gli ha fatto perdere un fratello ed uccidere due mèmbri della fazione opposta. Dopo un assedio di sei mesi ed infiniti negoziati tra i due villaggi, a Mohammed venne risparmiata la pena capitale ma passo due anni in carcere per bilanciare l’offesa inflitta. E Mohammed non è nulla se paragonato alle timide guardie Beduine che ci accompagnano: un team di padre e figlio onginari del deserto attorno a Marib. Sono uomini duri silenziosi anche per via del lutto che portano per i famigliari caduti appena quindici giorni fa negli scontri.

Nel loro paese natale i bambini maneggiano armi ancor prima di camminare. Oggi i due si guadagnano ufficialmente da vivere guidando una Jeep senza targa nel deserto, proteggendo i viaggiatori dalle altre tribù e spostando illegalmente armi tra Arabia Saudita, Oman, Damasco e Baghdad. Anche loro come Mohammed hanno divertenti storie da raccontare. Ali, il padre, mentre mi mostra tre fori di pallottola, mi racconta di quando la sua Jeep venne colpita da un razzo. I due non ci nascondono che, se incontrassimo membri di una famiglia rivale, si verrebbe subito allo scontro armato indipendentemente dalla nostra presenza. Il primo incontro con l’oceano dopo un viaggio di cinque giorni è sempre pieno di aspettativa e tensione. Ne sarà valsa la pena? Troveremo la nostra Kirra dietro il promontorio? In vero dopo tanto deserto, splendide oasi e grattacieli di fango il viaggio si è trasformato di per sé in ricompensa. Il giardino del Profeta però ha in serbo molte altre sorprese, non ultime le onde.

Sbuchiamo dal deserto vicino al confine con l’Oman ed è ai piedi di montagne fiorite che riceviamo il regalo del Profeta. I monti si sciolgono in mare creando una serie infinita di baie. La nostra prima visione del blu è accompagnata da picchi altezza-testa che frangono a perdita d’occhio su reef e spiagge completamente deserte. Le mareggiate che generano queste onde provengono dall’intensa bassa pressione stagionalmente presente nel Golfo Arabico, un fenomeno legato al sistema monsonico indiano e quindi affidabilissimo. Il potenziale in onde di quest’area è tale da far impallidire le coste atlantiche europee ed anche molte surf-mecca di fama mondiale.

Durante le tre settimane spese in Yemen abbiamo surfato ogni singolo giorno onde mai sotto il metro. Negli ultimi 3 anni ho passato circa 3 mesi nel Mare Arabico e devo ancora trovare un giorno di mare piatto. Neppure l’Indonesia può arrivare a tanto in consistenza. Ogni sentiero porta ad una sorpresa, ogni baia racchiude onde ed ogni giorno per dieci giorni surfiamo spot diversi spostandoci lungo le strade sabbiose della regina di Saba. Come una carovana di mercanti attraversiamo colline ed insistiamo con la Jeep lungo strade che spessso si spengono nel nulla ma è proprio oltre il punto di insabbiamento dell’auto che troviamo l’onda più intensa del viaggio. E’ Brandon ad insistere ed a convincerci a proseguire sotto il sole a picco ed è lui a vedere per primo il gioiello.

Brandon salta in acqua immediatamente e ne esce dopo una ventina di minuti frastornato dalla violenza dell’onda. Con gli occhi sbarrati mi dice: E’ un’onda molto pesante! Di certo uno dei migliori wedge che ho surfato poi si tuffa di nuovo. L’onda è una sinistra col labbro grossissimo e tante sezioni tubanti, rompe ad ogni marea, il vento è sempre da terra e funziona cinque mesi all’anno. Sarà stata la lontananza dal mondo occidentale o i tanti giorni spesi nel deserto o le onde stesse ma a questo punto del viaggio cominciai seriamente a pensare che lo Yemen stesse salvando la mia passione per il surf e la mia stessa vita.

E quando venne il giorno di lasciare il giardino del Profeta queste sensazioni che convulsamente sobbalzavano nella mia mente da tre settimane presero forma e consistenza. Forse non sono come dovrei essere, forse non sono abbastanza cool per essere un surfista, forse tutto veramente dipende da che pantaloncini porti o da che tavola usi. Anche se solo un pazzo può affermare che la vita in un posto così non sia dura, lo Yemen ha un vantaggio rispetto all’occidente: la vita qui è vera. Sulla via di casa l’aereo fa scalo in Bahrain. Entriamo in una di quelle asettiche librerie tipiche degli aeroporti e tutti questi pensieri mi si ripropongono come un ceffone improvviso. Ben in evidenza su una mensola del reparto “internazionali” c’è un libretto intitolato Come essere un Surfista. All’interno una serie di sorridenti professionisti mi spiega come atteggiarmi, come vestire, come parlare, cosa comprare e che luoghi frequentare per essere cool come loro.
Sono veramente questi i profeti del surf? Abbiamo veramente bisogno di tutto questo? Cosa abbiamo fatto allo sport dei Re? Cosa siamo diventati?

Stuart Butler

 

CHI E’ STUART BUTLER

Stuart Butler

Stuart Butler ama surfare, viaggiare fin da piccolo, quando, i suoi genitori gli raccontavano dei loro viaggi hippy insegnandogli a rispettare la natura e ad amare gli animali. Stuart ha iniziato a viaggiare in autostop dalla costa francese fino al Marocco e più giù con sottobraccio la tavola da surf e pochi soldi in tasca. Da quel viaggio Stuart ha poi girato il mondo in cerca di onde da surfare: dall’Etiopia al Pakistan, dall’India alla Mauritania. Curioso per natura, avverso alla scena troppo colorata del surf spettacolo, desideroso di entrare in diretto contatto con le realtà locali, spesso fatte di villaggi sperduti, luoghi impervi e per nulla turistici, Stuart Butler oggi collabora con Lonely Planet in qualità di autore di guide, gira video dai suoi surf trip in giro per il mondo e si conferma essere un grande viaggiatore alla scoperta di onde lontane che attendono di essere surfate in santa pace.