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Once more upon the waters! (di George Gordon Byron)

Once more upon the waters! (di George Gordon Byron)

Sull’acqua, ancora, ancora sull’acqua!
E le onde sotto di me scalpitano come un destriero che conosce il cavaliere.
Benvenuto, il loro mugghiare!
Mi guidino rapide, ovunque mi portino!
Anche se l’albero teso dovesse fremere come una canna,
e sventolando la tela lacerata si perdesse nella burrasca,
io devo andare, perché sono simile a un’alga
divelta degli scogli nelle schiume oceaniche,
a salpare ovunque la sbattano i flutti, o vinca il respiro della tempesta.

George Gordon Byron

Rapa Nui, il misterioso “ombelico del mondo”

Rapa NuiMisteri e perplessità per la gioia di storici ed archeologi aleggiano ancora nel passato di Rapa Nui, piccola e sperduta isola nel Pacifico meridionale, meglio conosciuta come Isola di Pasqua. Poco si conosce ancora circa la provenienza dei suoi abitanti originari e riguardo ai famosi moai divenuti icona in tutto il mondo di questa isola  lontana da tutto e da tutti. Le più recenti teorie  degli studiosi in materia fanno risalire al V secolo l’arrivo a Rapa Nui dei primi abitanti. Probabilmente avevano raggiunto questo angolo sperduto nell’oceano provenienti dalle  lontane isole Marchesi o forse dalle isole Cook.

In una società dominata da una casta sacerdotale e dove erano  presenti una classe guerriera oltre a operai ed artigiani gli abitanti iniziarono a crescere e moltiplicarsi fino a rappresentare una seria minaccia per le limitate risorse alimentari ed agricole disponibili sull’isola. Si  suppone ancora oggi che questa sia stata la ragione principale dello scatenarsi di una serie di conflitti  sanguinosi tra gli isolani circa il possesso delle terre coltivate che ridussero notevolmente il numero degli  abitanti. L’arrivo degli Europei nell’isola di Pasqua sul finire del XVII secolo contribuì a decimare ulteriormente  la popolazione locale con deportazioni per schiavitù in Sud America o per effetto delle malattie apportate dagli  stessi colonizzatori e contro le quali poco o nulla potevano fare gli isolani per difendersi.

Mappa di Rapa Nui

La scomparsa degli  abitani locali ha lasciato nel mistero il significato di tutte quelle centinaia di statue in pietra vulcanica che i  primi Europei videro al loro arrivo a Rapa Nui spesso coricate e seriamente danneggiate, alcune ancora erette  verticalmente contro il cielo. I moai erano presumibilmente dei tumuli funerari alti mediamente 5-7 metri (il più  alto addirittura 21 metri ma rimasto incompiuto!) che sorgevano spesso su piattaforme di pietre vulcaniche tenute  insieme da muri di sostegno dette ahu. Avevano teste allungate e di forma rettangolare, nasi prominenti, bocca  piccola, labbre sottili e con lineamenti del volto ben delineati. L’ampio cratere del vulcano Rano Raraku ospitava  la cava da dove venivano estratti i grossi blocchi di tufo utilizzati per la costruzione dei moai.

Ancora oggi  sulle pendici dell’antico vulcano giacciono sparsi decine di moai di ogni grandezza e nelle condizioni più  svariate, spesso sepolti fino alla testa nel terreno. Molti di loro sono rimasti incompiuti a testimonianza di un  probabile graduale calo del lavoro. I moai venivano scolpiti a faccia in su in posizione orizzontale e soltanto la  schiena era attaccata alla roccia. Alcuni moai venivano “abbelliti” da una sorte di copricapo cilindrico rossastro  detto pukao, forse un’acconciatura un tempo diffusa tra i maschi che popolavano l’isola. Successivamente il moai veniva staccato ed eretto verticalmente in un canale precedentemente scavato dagli operai per le ultime rifiniture.  Quindi, per mezzo dei tronchi delle palme, venivano fatti rotolare verso gli ahu spesso situati a strapiombo sul  mare dove venivano poi eretti definitivamente con lo sguardo rivolto in direzione opposta all’oceano. Anche questo  resta uno dei tanti misteri di quest’isola soprannominata dai suoi stessi abitanti originari “l’ombelico del mondo”.

Sapore di mare

Giovane pescatore, Akko (Israele)Agosto 1998. Sono appena rientrato dalla stazione degli autobus più grande di Israele dove mi ero assicurato in anticipo il mio biglietto per Gerusalemme e decido di concedermi un pomeriggio in spiaggia perchè a Tel Aviv non c’è molto da fare in realtà. Il disco solare sopra la mia testa rifulge sporco di foschia e afa, il caldo è decisamente padano ma stranamente vedo pochissima gente stesa sulla sabbia e, incredibilmente, ancor meno in acqua. Il mare che bagna la costa israeliana non è tra i più limpidi. Il fondale basso e sabbioso dona gli stessi connotati tordbidi dell’alto adriatico ma di solito avevo notato molti più bagnanti negli ultimi giorni. Appoggio il mio telo mare vicino a un altro abbandonato sul quale scopro semiaperto un libro di Elsa Morante: La storia. Dopo qualche minuto appare il suo proprietario reduce da una nuotata e si sdraia sul telo ad asciugarsi al sole. Mi presento con un Allora non eri andato a suicidarti dopo averlo letto!
Facciamo subito amicizia. E’ di Milano e lavora in una società di informatica a Tel Aviv e, siccome il mondo è più piccolo di quanto si può supporre, scopro anche essere amico di un ragazzo che conosco! Si parla di attualità, viaggi, soprattutto si discute animatamente del paese in cui ci troviamo, dei suoi abitanti, di politica. La realtà di questo posto non è cosa da poco conto e la discussione si trascina per un bel pò confrontando le nostre idee e i rispettivi punti di vista su israeliani e palestinesi. L’afa si fa sentire e decidiamo di sconfiggerla (almeno per poco) con una nuotata nell’acqua che scopriamo essere tutta a nostra disposizione. Tornati ad asciugarci in spiaggia ci chiediamo entrambi il motivo della bandiera rossa che sventola dal pennone bianco non distante da noi. Il mare è piatto. Salutatici sul finire del pomeriggio me ne torno in ostello.
Il giorno dopo parto per Gerusalemme. Alla stazione degli autobus di Tel Aviv, una bolgia dantesca distribuita su più piani, straripante di passeggeri e di soldati che vanno e tornano da caseme e luoghi strategici sparsi per il piccolo stato, getto un’occhiata sul titolo in inglese di un giornale esposto in un’edicola e resto pietrificato per qualche secondo dopo averlo letto una, due, tre volte per timore di non aver tradotto bene: “SCARICHI FOGNARI IN MARE VIETATA LA BALNEAZIONE A TEL AVIV”.

Diario di viaggio Yemen

Diario di viaggio Yemen

San’a’, Yemen
Gennaio 2007

Il cerchio si chiude. Come una ruota, emblema di spostamenti, il viaggio, ancora una volta, mi è sembrato la metafora di una strada che ti spinge a guardare in avanti per capire ciò che ti sei lasciato indietro inseguendo ora i misteri del tuo io che ti porti appresso ora la tappa successiva da raggiungere. Sono di nuovo a Sanaa. Tutto era iniziato un paio di settimane fa proprio su questo tetto a terrazza ritornato ad accogliermi sul fare della sera, accarezzato da una fresca brezza portata dai vicini monti, dorato dagli ultimi raggi del sole e dai cangianti riflessi emanati da calce e adobe delle case a torre che svettano verso il cielo in compagnia di eleganti minareti. L’improvviso catapultarmi nel cuore della notte dall’aeroporto, finalmente benedetto da un visto d’ingresso, tra labirintiche stradine deserte all’ombra di incantevoli e secolari grattacieli in mattoni di fango imbiancati a calce, decorati con eleganti motivi geometrici e rivestiti di magnifiche vetrate istoriate a doppia lastra dai caleidoscopici riflessi di luce. Così Sanaa mi aveva elargito il suo biglietto di visita alla vigilia di un Natale che qui non esiste neppure negli spot televisivi. Era stato come fare l’ingresso, in punta di piedi, nelle pagine di un racconto tratto da mille e una notte prima di cadere vittima gradita di un buon sonno ristoratore.

 

Perso nello sguardo contemplativo disteso su quel fiabesco panorama urbano unico al mondo che è Sanaa ho rivissuto alla moviola lo Yemen esplorato in queste due settimane. Una panoplia di immagini, conoscenze ed emozioni a volte uniche, irripetibili che solo il viaggio sa donarti: l’isteria informe degli automobilisti, a bordo di vecchi rottami che solo per pietoso eufemismo si possono ancora definire automobili e che trasforma uomini cordiali fino a pochi minuti prima che si mettessero al volante in bastardi di prim’ordine, il rito collettivo, per certi versi definibile quasi aulico, della masticazione del qat che coinvolge una buona parte della popolazione maschile yemenita gonfiando sul finire del giorno le loro guance sinistre a livelli ascessuali mai visti prima, il classico andirivieni serale di contraeree di bombole di gas da cambiare in decine di abitazioni della vecchia Sanaa salutato da una marea di persone che gridano tutte all’unisono uno sull’altro, la litania liturgica scatenata all’alba dal muezzin della moschea di Sayun a pochissime decine di metri di distanza in linea d’aria dal mio letto e responsabile di sonni infranti da infarto garantito. Ho ghermito dai ricordi di strada l’altalenante susseguirsi di dune di sabbia ora color ocra, ora dell’argilla separate dal rettilineo d’asfalto per Shibam e assorbito panorami lunari e vulcanici riempiti in ordine sparso da impervie montagne percorse nei fianchi da profonde scanalature rocciose miste a sabbia dorata quasi sul punto di sgretolarsi, da un momento all’altro, sotto il sole impietoso del deserto.

Avrei voluto scendere dall’auto lanciata a folle velocità in mezzo a quel nulla e raggelare il vuoto riempito di silenzi arsi dal sole con un mio urlo liberatorio per il solo gusto di dire che esistevo pure io in quel panorama di desolante ma rara bellezza e che volevo bene a quella parte del mondo sulla quale poggiavano i miei occhi e le mie emozioni di instancabile viandante del mondo. Le strade percorse in due settimane di viaggio sono state teatro di nuove conoscenze, ora di viaggiatori, ora di semplice gente del posto. Piccole occasioni per apprendere la realtà del posto attraverso l’inglese rudimentale di qualche abitante del luogo, per essere interrogato sulle formazioni calcistiche da frotte di ragazzini sempre pronti ad inseguire un pallone o anche per dire che in occidente non tutti debbano necessariamente pensarla come Blair e Bush! Frasi, parole, fluido conversare infilando magari le parole tra virgolette, uncinando l’aria con le dita per dare maggiore enfasi a ciò che si stava dicendo.

Ripenso ai tre simpatici studenti africani della madrassa di Tarim con i quali ho condiviso in piacevole compagnia un passaggio in auto o, dinanzi ad un irresistibile frullato di frutta di un baretto scrauso sulla piazza principale di Sayun, all’amico bavarese da troppi anni a zonzo per il mondo con quel suo inconfondibile mix di risate soffocate e pronuncia sincopata dell’inglese o ancora a quel fuori di testa di un backpacker giapponese che ha attraversato l’intera Asia via terra prima di giungere nell’estremità meridionale della penisola arabica e … scattarmi una foto ricordo!

Avrei desiderato essere padrone di un numero di vocaboli in arabo sufficienti a chiedere a quell’uomo, intento a valutare attentamente quale confezione di biscotti acquistare nella corsia di un piccolo supermercato di Marib, che bisogno reale avesse di portarsi a tracolla un kalashnikov ormai logoro nella canna e nell’impugnatura metallica e perché mai facessero altrettanto uomini e persino ragazzi neppure maggiorenni in quella fin troppo tranquilla e sonnolenta cittadina invasa di sabbia del deserto e andirivieni di autobotti dalla vicina Arabia Saudita. Avrei voluto urlare la mia indignazione dinanzi alla sporcizia atomica in cui versa ogni angolo del paese laddove ci sia la minima parvenza di insediamenti umani e dare un senso a tutti quei milioni di variopinti sacchetti di plastica allegramente spazzati ovunque dal vento e infilzati tra i rami degli alberi e le spine di arbusti nel deserto che stanno trasformando lo Yemen nella più immensa discarica a cielo aperto sulla terra.

Nell’ultimo sipario di luce del giorno su Sanaa ripenso a tutto il viaggio che è stato e anche a tutto quello che mi sarebbe piaciuto fare in queste due settimane, al modo schietto e genuino di essere degli yemeniti, alla naturalezza del loro interagire e all’attenzione che danno all’ospitalità e alla gentilezza, valori che sono fondamentali a non farti sentire necessariamente straniero in un paese lontano da casa tua. A volte basta un sorriso o una parola scambiata con un passante e così anche un inaspettato Merry Christmas auguratomi da un anziano nel trambusto di una strada trafficata della nuova Sanaa il 25 dicembre è stato il dono più gradito che potessi ricevere a Natale in un paese musulmano! Adesso è tempo di pensare ad un nuovo viaggio. Il cerchio si è chiuso.

Diario di viaggio Yemen

Diario di viaggio Uzbekistan

Diario di viaggio Uzbekistan

Khiva, Uzbekistan
Agosto 2003

La strada per Muynak è, in realtà, una via di fuga da un mondo che non c’è più e da seppellire. Muynak la si può solo lasciare punto e basta. Soltanto quelli, che, come me, su questo suolo uzbeko, sono di passaggio, viaggiano per passione, portano una reflex a tracolla e un passaporto lontano, possono concedersi il privilegio di percorrerla nella direzione inversa. Questa interminabile e sottile linea di Maginot, asfaltata alla meglio, separa un  fiabesco mondo di cupole turchesi, mura rosate dal sole e minareti che si innalzano al cielo come giganteschi macinapepe, dal più assurdo e raccapricciante degli inferni esistenti sulla terra che si annuncia all’orizzonte. Neppure i versi di Dante e Milton potevano narrare un luogo più perfido del panorama di desolazione e di morte che attendono il mio sguardo, una volta giunto a destinazione. Il vorticoso condominio interrato a gironi, tra urla, fiamme, disperazione, luciferi senza pietà a domare la marea di dannati peccatori, qui cede il posto a qualcosa di ancor più spettrale, ma invisibile, a conferma che l’inferno può essere anche frutto di un micidiale distillato della mente malata dell’uomo e non una creazione esclusivamente divina o figlia della miglior letteratura classica.

Muynak un tempo, come nelle migliori fiabe ma senza lieto fine, era una fiorente capitale dell’economia ittica sovietica, grazie alla lauta pescosità di uno dei mari interni più grandi del pianeta: l’Aral. Migliaia di pescatori traevano sostegno proprio dalle profonde acque del mare finché la testarda filosofia sovietica di sfidare e alterare il corso della natura non fece capolino pure in quest’angolo dell’immensa confederazione. Le coltivazioni di cotone dell’Uzbekistan andavano ampliate e irrigate, in nome di un assurdo piano economico partorito dal socialismo reale, e per farlo occorreva deviare il percorso di due grandi affluenti, da sempre autentici rubinetti vitali per alimentare l’Aral. La bomba ad orologeria era già pronta ad esplodere e col passare del tempo l’uomo ha stravolto il corso della natura oltre a quella dei fiumi. In trent’anni la superficie del mare esteso due volte e mezzo la Lombardia  si è dimezzata, quella del deserto è aumentata, il clima ha stravolto l’habitat della regione. I pesci sono soltanto un ricordo iconografico riprodotto nel piccolo museo impolverato di Muynak dalle fotografie in bianco e nero, di ricche battute di pesca, e da una scatoletta di tonno arrugginita che, in cirillico, porta la dicitura pescato nell’Aral.

La Muynak del terzo millennio è l’immagine spettrale di se stessa in questo mattino di cielo imbiancato e arroventato: un pugno di case e di abitanti, eroi al capolinea della vita e della speranza e maestri nell’arte dell’arrangiarsi in qualche modo. Ogni anno centinaia  di persone cadono falciate nell’epicentro mondiale della tubercolosi, mentre innumerevoli bambini restano vittime predestinate di malattie respiratorie, malformazioni e tumori vari. Il mare si è ritirato ormai di oltre cento chilometri spezzandosi in tre laghi morti e quella che all’epoca della guerra fredda era il più segreto dei laboratori sovietici, dove si testavano sostanze biologiche e chimiche su un’isola dannata, oggi è una ricca dispensa di veleni e di morte seminata a grandi distanze dal gioco dei venti. Ciò che resta di un vasto mare è oggi una fucina di tumori. Non c’è peggiore inferno di un luogo dove morte e nemico sono entrambi entità invisibili e dove non ci sono fiamme e neppure acqua a dare un senso divino al male.

Isaak Usmanov è il simpatico Caronte che a bordo del suo taxi ci ha traghettato all’alba, dalla lontana Khiva, verso il più inospitale angolo dell’Asia Centrale. La sua Daewoo Nexia ci conduce verso quello che una volta era il lungomare, all’ombra di una vela di cemento a ricordare i soldati del posto che partivano per il fronte dell’ultima guerra, imbarcandosi su quello che adesso è solo il precipizio roccioso su un mare che non c’è più. Imbocchiamo la discesa verso gli inferi, percorrendo  i pochi di chilometri di sterrato che un tempo erano fondale marino e vita, e approdiamo nel cimitero delle navi e dei pescherecci arrugginiti dagli anni e dal sale. Ci muoviamo all’ombra dei capodogli metallici, come increduli astronauti al contrario e ogni nuovo passo è un tuffo amaro al cuore dove evaporano al sole stupore, indignazione e vergogna. Tutto attorno è un silenzio spaventoso quanto un grido abortito alla Munch e soltanto il vento è messaggero animato di morte per mezzo di sali e veleni tossici sparsi su quel poco di vegetazione che lotta a tutti i costi per la sopravvivenza.

In paese, gli anziani, dallo sguardo impietrito e immobile, ricordano un passato pieno di vita: il porto animato, la flotta di pescherecci che al loro rientro, al tramonto, era tutta una grande festa, il mare increspato dalla furia del vento. La tragedia fa tabula rasa di tutto tranne che dei ricordi. I bambini controbilanciano il grigio distacco generazionale elargendo ai rari turisti catapultati qui, dopo parecchie ore di auto una contraerea di sorrisi e di saluti in inglese. Giocano e vivono la loro infanzia come se nulla fosse e come se le vie impolverate di Muynak fossero il più bel campo di gioco del mondo. Le lenti azzurrate dei miei occhiali da sole calamitano anche qui l’attenzione dei ragazzi che, con un gesto, mi fan capire che fanno figo e  a chi ne domanda il prezzo la mia risposta, già bella che confezionata, recita che i regali non si possono vendere. Come spiegare che, a migliaia di chilometri da qui, nel sicuro e confortevole rifugio della società occidentale, un paio di occhiali da sole può costare quanto tre mesi di stipendio da queste parti?  A volte la bugia è più razionale e sincera di un’insulsa verità.

Un’ora soltanto di permanenza a Muynak e poi il nostro tassista, forse intristito dinanzi all’ennesima vista di quel baratro agonizzante, vuole fare retromarcia e allontanarsi al più presto da questo punto perso nella topografia della disperazione. Come dargli torto?

Una settimana fa ero a Samarcanda, in concomitanza della visita lampo di Vladimir Putin, che rientrava da un viaggio in Malesia, e con il presidente uzbeko a fare i dovuti onori di casa. Per accogliere lo zar della nuova Russia, neo Tamerlano del terzo millennio e punto di riferimento ancora oggi per il giovane paese, dopo la frantumazione della galassia sovietica, la città era stata prima tirata a lustro e messa poi in stato di assedio poliziesco, sotto il tiro di innumerevoli cecchini appostati, tanto era elevato il timore di un attentato.  I lunghi viali alberati, che regalano ombra e refrigerio alla torrida estate, erano stati riasfaltati, i giardini arricchiti di nuovi fiori, le strade avevano ritrovato il bianco smagliante delle mezzerie dopo tempo immemorabile e una nuova fontana era, come per incantesimo, sorta nel giro di una notte!

La proverbiale ospitalità uzbeka aveva accolto Putin nel migliore dei modi e Samarcanda non poteva che essere il più sontuoso dei biglietti di visita presentabili. Poche ore di sosta e poi l’aereo con Putin a bordo, al calare della notte, ha spiccato il volo in direzione di Mosca, sorvolando, con tutta probabilità, le acque immobili di un mare al capezzale. Non una parola sull’Aral, ne sono certo, nessun  accenno alle tante giovani vite umane già condannate a morte o a sofferenze atroci e su quale futuro attende quel posto dimenticato anche dalla pietà. La strada per Muynak è una via di fuga da un mondo che non c’è più e da seppellire. Punto e basta.