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Diario australiano (di Rodolfo Sonego)

Diario australiano di rodolfo sonego

DIARIO AUSTRALIANO
di Rodolfo Sonego
ed. Adelphi

Nel 1970, Rodolfo Sonego, sceneggiatore principe di Alberto Sordi, partì per l’Australia con l’idea in testa di ambientarvi un film che raccontasse la realtà dei tanti italiani emigrati nella terra dei canguri alla ricerca di lavoro e di miglior vita. Da questa sua lunga e minuziosa esplorazione per trovare spunti e incontri, sarebbe nato, due anni più tardi, il celebre film di Luigi Zampa Bello, onesto, emigrato Australia sposerebbe compaesana illibata interpretato da Alberto Sordi e Claudia Cardinale. Gli appunti personali e le testimonianze raccolte in viaggio da Sonego ricostruiscono un’immagine  chiaramente amara e solitaria della vita dei nostri connazionali in Australia. Chi alle prese con il duro lavoro nelle miniere d’oro in pieno deserto, chi è riuscito a mettere da parte un gruzzolo di soldi sufficienti per aprire un ristorante, chi è ritornato in Italia ma ha perso tutto. Gli italiani incontrati da Sonego faticano ad adattarsi agli usi e alla realtà del paese che li ospita. La donna australiana è un pianeta inarrivabile per i nostri connazionali: troppo emancipata, pretende che l’uomo che la desideri in sposa abbia un buon lavoro e pure l’auto americana. Ecco quindi che Sonego scopre numerose storie di matrimoni per procura con ragazze italiane che arrivano nella terra dei canguri senza idea alcuna di come siano fatti i propri mariti. Gli appunti e le testimonianze raccolte diventeranno una splendida commedia grottesca interpretata dal magico duetto Alberto Sordi e Claudia Cardinale sull’immigrato che vive di stenti, disposto ad una bugia di troppo pur di combattere solitudine e nostalgia di casa. Tutto l’esotismo e la bellezza degli splendidi paesaggi australiani attraversati in treno e in aereo, dal deserto fino alla grande barriera corallina, hanno un minimo ruolo marginale nel libro. Il viaggio di Sonego resta per lo più una raccolta di testimonianze amare, fatica, povertà e solitudine umana.

Atlas of Remote Islands (di Judith Schalansky)

Atlas of Remote Islands (di J. Schalansky)

ATLAS OF REMOTE ISLANDS
di Judith Schalansky
Ed. Penguin Books

In tanti viaggiatori la passione per l’esplorazione e la scoperta di terre lontane è iniziata fin da ragazzini con lo sfogliare le mappe di un atlante. Quanti viaggiatori aprendo una pagina a caso di un atlante geografico e puntando il dito su posti dal nome esotico e affascinante quali Samarcanda, Tibet, Hawaii oppure Patagonia hanno giocato a costruire trame avventurose improvvisandosi piccoli ma fieri protagonisti di mirabolanti storie di salgariana memoria?

L’insolito atlante, che vede come autrice Judith Schalansky, ha subito catturato la mia attenzione in libreria per via della copertina rigida in color carta di zucchero e il dorso rivestito di tela nera che gli attribuiscono il fascino di un antico libro. Si intitola Atlas of Remote Islands e raccoglie una cinquantina di piccole isole sparse nel mondo, molte inospitali, quasi irraggiungibili o disabitate, alcune con un fascino paradisiaco, altre sedi di spietate prigioni o di basi militari inquietanti.

Ogni isola riportata su questo atlante racconta una propria storia che ne svela l’anima e l’angosciante solitudine di un punto imprigionato dalla vastità degli oceani. Così veniamo a conoscere la triste storia degli abitanti deportati lontano dal loro piccolo paradiso tropicale di Diego Garcia, in pieno Oceano Indiano, per rendere possibile la costruzione di una inaccessibile base militare statunitense, oppure l’incredibile sorte toccata ai duecento abitanti dell’isola di Pingelap (Micronesia) che, a causa di un mutamento del cromosoma di un loro antenato in seguito ad un tifone, vedono solo in bianco e nero. Sfogliando le pagine dell’atlante scopriamo che sull’isola antartica di Deception nessun essere umano ha ancora messo piede, che a Socorro, un’isoletta a mille chilometri dalle coste messicane, ai primi del Novecento, il locale guardiano del faro aveva deciso di autoproclamarsi imperatore abusando per anni delle donne del posto e seminando terrore tra i pochi abitanti o, ancora, che nell’isola di Tristan da Cunha, in pieno Atlantico, a metà strada tra Brasile e Sud Africa, alcuni abitanti portano ancora il cognome dei marinai liguri di Camogli che qui vi si insediarono nell’Ottocento. Judith Schalansky ha selezionato per il suo Atlante una cinquantina di isole sparse negli oceani narrandoci, per ciascuna isola, una particolare vicenda storica o un aneddoto curioso e abbinandovi una mappa accurata in scala dell’isola medesima disegnata da lei personalmente.

In un periodo di rampante globalizzazione dove la comunicazione tecnologica spiana l’imprevisto del viaggio, dove viaggiare è ormai alla portata di molti e gran parte delle destinazioni più lontane sono raggiungibili facilmente ad un prezzo sempre più abbordabile, fare la conoscenza con queste isole ai confini del mondo, che restano indifferenti o ignare al progredire tecnologico, ha un non so che di gratificante ottimismo. Floreana, Clipperton Atoll, Trindade, Tromelin, Christmas Island. Nomi che suonano altisonanti per tutti quei viaggiatori che ancora sognano ci siano da qualche parte nel mondo mete inesplorate e sconosciute nelle quali fantasticare di poterci mettere piede un giorno.

In una stanza sconosciuta (di Damon Galgut)

In una stanza sconosciuta di Damon Galgut

DAMON GALGUT
In una stanza sconosciuta
ed. e/o

La strada è fatta di incontri e di persone soprattutto. Il protagonista dell’ultimo romanzo dello scrittore sudafricano Damon Galgut è un giovane ed irrequieto viaggiatore con zaino in spalla che esplora il mondo in solitaria senza avere un’idea precisa di quello che sta cercando. Ogni volta, tornare a casa è un’idea che lo deprime quel che basta per costringerlo a mettersi ancora in marcia e lasciarsi alle spalle la sua dimora fatta soltanto di un mucchio di scatoloni che vengono traslocati abitualmente di casa in casa di amici a Cape Town. Damon parte e si ritrova a seguire, quasi per inerzia, i percorsi di viaggiatori bizzarri ed enigmatici incontrati lungo la strada.

Nei tre paragrafi del romanzo, il viaggiatore sudafricano viene prima trattato da amante di un viaggiatore tedesco alquanto silenzioso ed enigmatico conosciuto in Grecia, poi lo troviamo accompagnatore di un gruppo di backpackers risalendo il continente nero e, infine, nel ruolo di guardiano in India di un’amica sull’orlo di un precipizio esistenziale. Non gli sarà facile dover digerire i lutti strada facendo, ma la volontà di rimettersi in cammino sarà decisamente sempre più forte e caparbia. Brillante esempio di romanzo che evoca, con pathos, stile ed intensa emozione, tutto lo spirito del viaggio nomade.

iBackpacker

Backpacker in BirmaniaInternet ha cambiato anche il modo di viaggiare dei backpacker. Se un tempo che ormai risale all’era giurassica del viaggiare, si partiva soltanto con lo zaino, uno o due libri tascabili e con una guida turistica da integrare poi con i consigli e i moniti raccolti da altri viaggiatori incontrati strada facendo, oggi le cose sono cambiate irrimediabilmente. Le nuove tecnologie sono entrate prepotentemente nello zaino dei viaggiatori indipendenti. Molti di noi non rinunciano a partire se non hanno il cellulare in tasca, meglio ancora se uno smartphone che ci permette, tramite una recente fichissima applicazione, di conoscere un buon ristorante economico a portata di mano mentre passeggiamo per Buenos Aires o di prenotare in tempo una stanza in un ostello di Amsterdam. C’è poi chi si porta dietro il proprio portatile o l’iPad così in viaggio scaccia la noia di un lungo volo intercontinentale o di ore estenuanti a bordo di un autobus indonesiano guardandosi un film di prima visione scaricato dalla rete. Parenti e amici rimasti a casa si vedono recapitare per email le fotografie scattate in tempo reale dall’altra parte del mondo. Chi si ricorda quando si spediva una cartolina che di esotico aveva pure il francobollo?

Il fascino imprevedibile e il lato avventuroso che ciascun viaggio una volta teneva in serbo al backpacker in procinto di partire, si sono notevolmente affievoliti. Sono pochi, ormai, quelli che se ne vanno all’altro lato del mondo senza aver prima prenotato su internet un posto dove dormire all’arrivo. Della destinazione prescelta si conosce praticamente tutto grazie ai viaggiatori interpellati sui forum della rete. Non hanno perso tempo nel consigliarti di andare in quella data spiaggia remota oppure di non visitare quel dato tempio che tanto è una fregatura. Grazie a loro conosci con esattezza anche il costo del biglietto dell’autobus che ti porta in quella sperduta località andina o a che ore parte il traghetto per il Sulawesi. Insomma, perché ti accada un banale contrattempo quando sei in giro per il mondo, devi ormai proprio andartelo a cercare con il lanternino!

Nel mio ultimo viaggio nel sudest asiatico, mi sono imbattuto nel mio primo viaggiatore che leggeva un romanzo scaricato su iPad mentre noto sempre più viaggiatori che ad un approccio amichevole con un nuovo viaggiatore preferiscono chattare su Facebook con gli amici lasciati a casa solo pochi giorni prima. Insomma, la schiacciante evoluzione tecnologica della comunicazione è stato dirompente come uno tsunami anche nel nostro modo di viaggiare. Un mattino a colazione in una guesthouse di Yangon ho assistito ad una scena che, temo, tra non molto, non sarà poi più così scontata:  una ragazza seduta a tavolino immersa nella lettura di un romanzo cartaceo fatto di vere  pagine da sfogliare e da gustare una ad una. Nel suo zaino non c’era traccia alcuna di cellulare o portatile eppure aveva un’espressione serena! Quando un giorno sarà persino difficile imbattersi in viaggiatori intenti a leggere un libro, il viaggio avrà allora perso un ulteriore fascino poetico e allora anch’io, viaggiatore di lunga data, mi sentirò un po’ più giurassico.

Un mondo che non esiste più (di Tiziano Terzani)

Un mondo che non esiste più di Tiziano Terzani

UN MONDO CHE NON ESISTE PIU’
di Tiziano Terzani
Ed. Longanesi

Tiziano Terzani era un ottimo comunicatore, dote non sempre scontata per un giornalista. Nei suoi incontri con la gente per strada, con i monaci nei templi e con i drammi della guerra o della povertà, ha saputo raccontarci quell’Asia, diventata negli anni ormai casa sua, in modo diretto, semplice, ma soprattutto umano. In questo suo splendido libro facciamo conoscenza anche con il Terzani fotografo perché, come era solito dire, l’immagine è un’esigenza lì dove le parole da sole non bastano. Ecco allora affiorare, nelle circa trecento pagine di questo libro, le immagini di molti dei volti e dei luoghi spesso narrati nei suoi libri: la fine della guerra in Vietnam, gli orrori del genocidio in Cambogia, l’esultanza del popolo filippino alla caduta del dittatore Marcos, le inquadrature dei cinesi ancora vestiti con l’inconfondibile divisa maoista scattate nei suoi giri in bicicletta, i paesaggi più remoti e sconfinati del Mustang o del Tibet raggiunti a dorso di cavallo, una scuola di piccoli monaci buddhisti o il primo piano sofferente di un muratore indiano.

Di fotogramma in fotogramma, come se fosse il film in bianco e nero della sua vita, affiorano tanti ricordi che testimoniano alcuni dei grandi eventi che hanno fatto la Storia e un mondo, soprattutto quello cinese, inesorabilmente cancellato proprio da quella travolgente corsa alla modernizzazione che Terzani stesso disprezzava pienamente. La duplice narrazione, attraverso le sue parole e i suoi scatti fotografici, ci restituiscono luoghi, volti, eventi intensamente vissuti e amati da un passato ormai lontano. Un’ultima possibilità di conoscere meglio l’affascinante animo dell’uomo Terzani.