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Le torri del vento

Torri del vento

Le torri del vento costituiscono uno dei più antichi ed ingegnosi metodi di raffreddamento naturale dell’aria all’interno di un edificio. Se ne possono vedere ancora molte in Iran ma anche in altre città e villaggi affacciati sul Golfo Persico.  Il loro semplice funzionamento ha permesso alle popolazioni locali, per secoli, di difendersi, in modo naturale, dal tremendo caldo torrido estivo che, in quelle zone, supera spesso i 40 gradi. Conosciute con il nome di badgir in persiano e di malqaf in arabo, le torri erano state progettate con lo scopo di catturare ogni minimo alito di vento ed incanalarlo verso le stanze sottostanti della casa. L’aria, passando attraverso le fessure laterali in cima alla torre, veniva incanalata con flusso discendente verso le stanze poste sotto la torre e, contemporaneamente, un secondo flusso d’aria ascendeva dal lato opposto permettendo in tal modo una ventilazione all’interno della casa.

Un secondo metodo, più complesso, permetteva un maggiore rinfresco interno con un procedimento illustrato nel disegno qui sotto. L’aria calda esterna veniva incanalata sottoterra, tramite un condotto e passando lungo un canale d’acqua subiva un significativo raffreddamento prima di risalire, attraverso un altro condotto, su per le stanze della casa, prima di fuoriuscire, infine, dalle fessure superiori della torre del vento.

Tra le torri del vento più antiche e anche più alte, spiccano quelle di Yazd, in Iran. Basta salire su una delle due torri dello splendido complesso di Amir Chakhmaq per constatare l’impressionante numero di torri del vento che dominano, con raffinata eleganza, il panorama urbano della città.

Schema di raffreddamento attraverso una torre del vento

Metti un biglietto omaggio a Teheran

Metropolitana di Teheran (Iran)

Con la lingua ancora impastata di sonno e in pieno stato catatonico per la stanchezza accumulata nella notte insonne, affronto la mia prima giornata sul suolo persiano approdando in una stazione della metropolitana che offre riparo dalla luce abbagliante del cielo e una gradita parvenza di refrigerio dopo tanto camminare. La mano si intrufola veloce nella tasca dei jeans alla ricerca di qualche spicciolo mentre i miei occhi sono intenti a setacciare nella selva dell’incomprensibile, per me, scrittura cuneiforme araba di un cartellone informativo per i passeggeri, una cifra numerica che possa indicare l’esatto costo del biglietto.

L’esigua coda davanti alla biglietteria si libera di una coppia di fidanzati che, avendo osservato il mio sguardo interrogativo appiccicato al cartellone, ha appena acquistato i biglietti per loro e anche uno per me a mia insaputa. Mi infilano il biglietto in mano con un caldo sorriso di benvenuto e mi salutano rapidamente senza che io possa ringraziarli. Ancora incredulo del gesto gentile, infilo la scala mobile che conduce al mio binario e, mentre attendo l’arrivo del treno, ecco materializzarsi, all’improvviso, davanti a me  la stessa coppia che mi aveva lasciato basito appena qualche minuto prima. Il ragazzo mi passa bruscamente il proprio cellulare invitandomi con un gesto a parlare. Dall’altro capo, una suadente voce femminile si presenta, in un buon inglese, come amica della coppia e mi chiede se ho bisogno di aiuto, di un passaggio in automobile, di qualsiasi informazione necessaria per districarmi nella metropoli iraniana. La ringrazio di cuore, nel mio stupore ormai straripante e le rispondo che ho già buttato un itinerario per i luoghi più interessanti della città e la invito a ringraziare in farsi i suoi amici per la loro gentilezza. Restituisco il cellulare, saluto la simpatica coppia che se ne torna al suo di binario dopo avermi cercato per tutta la stazione ed ecco che il treno fa il suo ingresso preceduto da una forte corrente che asciuga le mie ultime gocce di sudore addosso. Salgo a bordo felice di aver avuto anch’io il mio primo simpatico aneddoto da raccontare agli amici una volta rientrato a casa circa la proverbiale ospitalità degli iraniani. La mia stanchezza è già svanita.

Chi bussa alla porta?

Tipica porta con due batacchi, Kashan (Iran)

Kashan è una delle più antiche città iraniane ed è indubbiamente una tra le più interessanti da visitare. Famosa fin dall’XI secolo per la produzione di rinomate ceramiche e di tessuti e strategicamente posizionata nelle vicinanze di quel costante e intenso flusso di traffici commerciali assicurato dalla Via della Seta tra Mediterraneo e Oriente, Kashan conserva ancora oggi innumerevoli splendidi edifici risalenti allo splendore dell’epoca qagiara. Le ricche e potenti famiglie della città decoravano le loro residenze con bellissimi pannelli di stucco intarsiato, soffitti adornati da raffinati disegni geometrici, vetri colorati con eleganti riproduzioni spesso floreali. La bellezza di questi palazzi era completata da magnifici giardini attraversati da un intelligente sistema di canaletti d’acqua che avevano il compito di dare refrigerio nella lunga e torrida estate persiana.

Girando ancora oggi per le strette vie della città antica alla scoperta delle case tradizionali si possono osservare su innumerevoli porte di legno massiccio spesso intarsiato due battacchi, uno tondo e spesso, l’altro, invece, lungo e alquanto sottile. Il primo era riservato agli uomini e il secondo alle donne. Le due forme diverse producevano rumori diversi in modo tale che chi era in casa sapeva se a bussare alla porta era un uomo oppure una donna. Si trattava di una “invenzione” fondamentale per l’epoca in un contesto sociale che vedeva le donne segregate in casa nei loro appartamenti oppure nascoste da un velo.

Diario di viaggio Iran

diario di viaggio iran

Sul treno da Yazd a Teheran
Agosto 2008

Il treno taglia una notte di luna piena e di stelle smorzate. Nella sua lenta risalita verso Teheran  ondeggia e ansima sulla strada ferrata che lambisce il Dasht e Kavir, il vasto deserto salato, disteso come un mondo perduto sull’altipiano iraniano. Lo scompartimento cuccette è di prima classe, secondo il biglietto mostrato al controllore giusto poco prima, ma un 2 in carattere cubitale sbiadito dal tempo ancora stampato nel corridoio e gli avvisi in spagnolo rivelano un lontano passato nel quale queste carrozze trasportavano su e giù per la Spagna i passeggeri di seconda classe quando probabilmente Franco era ancora vivo.

Come ombre sulla mia insonnia, esaltata dal ritmico tu-tum delle rotaie proprio sotto la mia cuccetta, planano i ricordi dei tanti incontri sanciti dalla casualità di un viaggio ormai prossimo al capolinea.  Ragazzi e ragazze soprattutto, perché qui due abitanti su tre hanno meno di trent’anni e questo dato basta a fare dell’Iran uno dei paesi più giovani al mondo, un miraggio per l’Europa demograficamente straripante di anziani.
Carnagione olivastra, lineamenti caucasici, gli occhi  spesso un autentico spettacolo visivo: bellissimi, scuri, luminosi, a volte di uno splendido blu cobalto, altre invece di un verde così intenso e profondo da ipnotizzare lo sguardo e congelarti in bocca un oh! di stupore. I loro volti sono il naturale biglietto di visita di una terra da sempre autostrada di migrazioni e di conquiste, orgogliosi eredi di quegli achemenidi guidati da Ciro prima e da Dario e Serse poi, che realizzarono un vasto impero ancor prima dei greci e stupirono  il mondo con la sontuosità dei palazzi di Persepolis quando Roma non esisteva ancora.
Sensuali, maledettamente curiosi verso gli stranieri, informati, sensibili alla poesia e alla cultura molto più dei loro coetanei occidentali, tremendamente ospitali e consapevolmente delusi dalle limitate libertà concesse da un regime distante anni luce dai loro sogni e dalle loro ambizioni.

Lasciataci alle spalle una Teheran caotica e indifferente, a Kashan la gioventù iraniana ci ha travolto con l’impeto di uno tsunami. La frenesia dell’antico bazar sormontato da tetti a cupola e i molti caravanserragli testimoniano ancora oggi la secolare importanza commerciale di questa città strategicamente posta tra i margini della via della Seta e il non lontano golfo Persico. Le antiche mura in fango e argilla sembrano essere state edificate per separare l’ambiente ostile dello spietato deserto circostante dai rigogliosi giardini rinvigoriti da un dedalo di canaletti d’acqua, frutto dell’ingegno persiano. Le antiche case tradizionali delle potenti famiglie dell’epoca qagiara. riportate all’originale splendore dopo un’attenta opera di restauro, custodiscono da occhi indiscreti splendidi cortili fioriti, sale adornate da bellissimi motivi a stalattiti, affreschi, soffitti adornati di disegni geometrici a specchio che ricordano quelli dei tappeti orientali. Uno spettacolo.

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Ci imbattiamo in Amir in una calda serata sulla via principale brulicante di gente in cerca di refrigerio, di un kebab o di acquisti perché in Iran i negozi sembrano non voler mai abbassare le saracinesche. E’ giovane ma di corporatura assai robusta, gli occhi scuri come il mare alla sera. Vedendoci stranieri tra la folla ci ha chiesto se desideravamo aiuto ma in realtà era il classico pretesto che i giovani di questo paese hanno per poter chiacchierare e soddisfare la loro innata curiosità nei confronti dei “forestieri”. Le braccia lunghe sorreggono due sacchetti di plastica ricolmi di banane e angurie da spartire con gli altri studenti con i quali condivide un appartamento. Studia ingegneria e in Iran i futuri ingegneri hanno un unico chiodo fisso in testa: fuggire all’estero dopo la laurea.
Lo abbiamo invitato a sedersi in un bar e la sua curiosità, dimostrata con una sorta di terzo grado, si è tramutata in un appassionato sfogo personale. Specchiandosi nel denso e refrigerante frullato di banana proclama: Non sopporto il mio paese, non c’è libertà, non mi piacciono le donne iraniane, i miei coetanei neppure. Voglio solo emigrare. Dubai, Europa. L’importante è andarmene via di qui. Il suo sguardo punta dritto verso i nostri occhi: In Italia potrei farcela? E’ una domanda che ci spiazza perché ce lo siamo immaginati per un istante soltanto tramutato in lavavetri al semaforo e a maledire l’Italia, l’occidente e la libertà. Non è tutto oro quel che luccica e neanche noi ce la passiamo molto bene proviamo a replicare ma dall’espressione stampata in volto è chiaro che non crede alle nostre parole e che una volta laureato finirà con l’ingrossare pure lui le fila di ragazzi pronti a far carte false pur di lasciare l’Iran.
E Ahmanidejad? La mia suona come una provocazione nel tentativo di far virare la serata verso acque più rilassanti. Amir appoggia la scelta nucleare del leader così disprezzato in occidente. E’ sicuro che sia finalizzato per scopi energetici pacifici e non nasconde affatto la propria ammirazione per il suo sapersi imporre al mondo intero. E quasi a voler giustificare Ahmadinejad aggiunge: E’ piovuto poco in primavera e l’energia nucleare porrebbe fine ai troppi blackout giornalieri qui come in gran parte del paese. Antonio ironizza che i blackout sono nient’altro che la trovata di Ahmanidejad per giustificare agli iraniani la politica energetica nucleare, ma questo ad Amir non lo diciamo e lo lasciamo rientrare a casa dove i suoi compagni di appartamento lo attendono impazienti a cena.

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Isfahan. Solo a scandirlo lentamente il nome di questa gloriosa città persiana mi evoca un orizzonte di moschee, minareti, giardini fioriti, cultura, vino, miele, poesia. La vastità della piazza dell’Imam con i suoi giardini meticolosamente curati, i refrigeranti getti della fontana al centro e l’eleganza architettonica dei minareti svettanti al cielo e delle moschee dalle cupole turchesi, ricordo dello splendido impero safavide, ci lasciano attoniti. Al tramonto di un giorno infuocato la luce nel cielo color pesca diviene più morbida e decine di famiglie del posto si sdraiano nei giardini, in compagnia di cestini da picnic, thermos ricolmi di te caldo e dell’immancabile narghilè. Gli iraniani adorano cenare all’aperto e la cornice magica offerta al crepuscolo dalla piazza gremita di gente distesa sull’erba, con i riflettori che esaltano ogni tonalità immaginabile del turchese, sui mosaici che avvolgono i minareti e la sontuosa moschea dell’Imam, è semplicemente impagabile.

Kimia, conosciuta per caso nel pomeriggio, ci presenta l’amica Marzieh ai bordi della sterminata piazza improvvisamente piombata nell’oscurità del blackout di turno. Ci rechiamo in taxi in un caffè alla moda nel distretto armeno, dove si respira un’atmosfera più “liberale” rispetto ai parametri iraniani. Le strade del centro sono caotici fiumi di lamiere nel traffico assurdo del dopocena.
Kimia è archeologa presso un museo cittadino, Marzieh è ingegnere ma nella società dove ha trovato impiego la sua laurea può pure riporla nel cassetto. Le dico che molti giovani laureati da noi sono nelle sue stesse condizioni. Accenna ad un mezzo sorriso decapitato sulle labbra truccate perché le mie parole  non la confortano più di tanto. Vorrei aprire un caffè come questo dove ci troviamo. I libri in una piccola biblioteca e i giornali sulle mensole, la musica soffusa, tanti giovani. Magari a Teheran dove possiamo illuderci di essere un po’ più libere.  I suoi occhi si illuminano alla sola idea. “E il velo?” avanzo io pentendomi subito di averlo chiesto perché non si può liquidare la libertà riducendola nella sola possibilità di potersi scoprire capo e spalle. Siamo governati da un idiota ridicolizzato dal mondo intero, il numero dei disoccupati fa paura e molti di loro sono giovani come me, molte libertà per voi elementari qui non esistono. Credimi, il velo per le donne, in questo momento è l’ultimo dei problemi! Sua sorella vive in Canada. E’ emigrata diversi anni fa. Avrebbe voluto seguirla oltreoceano. Ho perso il treno aggiunge, ripensando a dove l’ha portata la laurea, con un tono di rimpianto che svanisce, tuttavia, rapidamente dal suo bel volto. Si parla molto di cultura, di cinema. Conoscono il genio di Antonioni e questo mi fa ripensare a quel ragazzo conosciuto una sera a Kashan che ci aveva confessato di aver letto Umberto Eco e Luigi Pirandello. Non capita ad ogni mio viaggio di imbattermi in una gioventù così curiosa e così colta.

L’Iran è un paese ricco di contraddizioni. Nuove moschee proliferano ovunque, anche in pieno deserto, ma la stragrande maggioranza dei giovani al venerdì a pregare non ci va neppure con una pistola alla tempia. Se ne avesse la possibilità lo farebbe il ragazzo con la barba che gli incornicia un viso lungo ma piacevole, ma non in una moschea. Era seduto in compagnia della propria ragazza nella cattedrale armena di Isfahan. Vedendoci mentre stavamo contemplando scettici i macabri affreschi alle pareti si è alzato per venirci incontro. Ne ha dette di sante ragioni sul governo che ad Ahmadinejad, mi sa, le orecchie ancor gli fischiano. Non ho voluto espormi più di tanto alla sua più che giustificata rabbia e diplomaticamente gli ho fatto presente che nulla è per sempre e che anche in Iran le cose cambieranno prima o poi. Quando avranno portato alla rovina il mio paese? mi ha allora apostrofato e poi, dopo essersi rassicurato che non ci fossero orecchi indiscreti, ha confessato di essere buddista. Questo regime oppressivo mi vieta di dirlo apertamente e di poter professare liberamente il mio credo. Lo dice con una punta d’invidia osservando gli armeni liberi di andare in chiesa e pregare quanto vogliono, così come gli zoroastriani di onorare il tempio del fuoco. Ma un musulmano che rinnega il suo dio a favore di una religione per giunta così lontana dalla cultura persiana qui rischia davvero grosso se colto, per così dire, in flagrante.

Di dire la propria in tema di religione non aveva esitato un solo istante un tassista di mezza età che ci ha condotto da Shiraz a Persepolis in un pomeriggio arroventato. Ci racconta che un giorno aveva portato due turisti europei ad ammirare il panorama dei tetti di Shiraz al tramonto, dal tetto di un’antica scuola coranica. Un mullah lo aveva preso da parte e gli aveva promesso le solite chiavi del paradiso e le solite vergini di turno, da spupazzarsi per bene, qualora fosse riuscito a  traghettare i turisti sulla sponda del credo musulmano. Scoppiato a ridergli in faccia per l’inverosimile proposta gli aveva confessato di non credere affatto all’inferno ne tanto meno al paradiso e che se proprio doveva scegliere forse l’inferno stuzzicava più la sua curiosità. Il mullah lo aveva scacciato via in malomodo ma se avesse potuto lo avrebbe fulminato direttamente sul posto!

E’ un aneddoto che aggiunge un ulteriore anello alla catena di contraddizioni di questo paese: ragazze con i  jeans e le Nike sotto il chador, ragazzi con improbabili tagli punk sotto i giganteschi cartelloni che ritraggono l’ayatollah Khomeini, gruppi rock che spuntano dappertutto in un paese dove il presidente attuale ha vietato a radio e televisione di trasmettere la decadente musica occidentale, l’amore smodato per la poesia sufi ma anche per i blog su internet, uno smodato orgoglio per il proprio paese ma anche il desiderio di lasciarlo.

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In tre settimane di viaggio abbiamo incontrato innumerevoli iraniani. Ci hanno spesso sottoposto ad un terzo grado da non poterne più ma altrettanto spesso hanno saputo anche raccontarsi quasi parlassero a degli amici e non a semplici estranei. Abbiamo colto in parte le loro paure, i loro sogni nel cassetto, la loro ingenuità, ognuno con una propria storia ma una domanda ci siamo sentiti porre alla fine da molti di loro. Uno dei tanti film proibiti in Iran qui è sfuggito alla censura islamica e l’hanno visto praticamente tutti con il risultato che l’incazzatura è stata  grande a livello collettivo: 300, di Zack Snyder. Lo vidi anch’io lo scorso anno a bordo di un autobus cileno. Racconta la celebre battaglia delle Termopili dove trecento guerrieri spartani capitanati dal re Leonida combattono fino alla morte contro l’imponente esercito persiano di Serse. Se i greci sono raffigurati come ottimi guerrieri, autentici adoni da lasciarti senza fiato con tanto di addominali scolpiti e i volti belli e fieri, i persiani, invece, sono ridicolizzati dalla  macchina da presa del regista che li assimila ad una combutta di soldati dalle sembianze mostruose, cattivi e spietati fino al midollo. Molti ragazzi iraniani questa non l’hanno digerita bene e neanche fossimo noi i registi del film ci siamo visti puntare il dito inquisitorio anche da un ragazzo alto, occhi di un verde intenso, sorriso radioso, un bel fisico sotto la maglietta: ma vi sembriamo proprio così brutti?

Zurkhaneh: un po’ guerrieri, un po’ dervisci

zurkhanehLo zurkhaneh è una tipica ginnastica persiana di antichissime origini unica nel suo genere che ancora oggi si tiene in alcune palestre di tutto l’Iran. Letteralmente “casa della forza”, lo zurkhaneh, attraverso i secoli, ha assorbito i ricchi valori spirituali del sufismo, i riti tradizionali del mitraismo e l’orgoglio del nazionalismo iraniano divenendo una via di mezzo tra ginnastica, danza ed esperienza religiosa.

Nel centro dell’arena ribassata,  un gruppo formato da una dozzina di uomini in piedi dimostra la propria forza per mezzo di una serie di gesti rituali volteggiando come abili dervisci. Vengono guidati dal ritmo del tamburo percosso da un personaggio che contribuisce ulteriormente al misticismo dell’evento cantando i versi dello Shahnameh, un’antica opera poetica persiana, e di Hafez, il poeta più amato in Iran. Lo zurkhaneh è un evento normalmente aperto al pubblico dietro contributo di una piccola offerta. Si tiene solitamente nel tardo pomeriggio. Io ho avuto modo di assistervi a Yazd in una piccola palestra situata in una stradina del centro storico nei pressi dell’Amir Chakhmaq (vedi video) ed è una esperienza che raccomando a tutti i viaggiatori diretti in Iran.