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Diario di viaggio Fiji

Diario di viaggio Fiji

All’orizzonte di quell’oceano
ci sarebbe stata sempre un’altra isola,
per ripararsi durante un tifone,
o per riposare e amare.
Quell’orizzonte aperto sarebbe stato
sempre lì, un invito ad andare.
Hugo Pratt

Mana Island, Fiji
Agosto 1994

Basta poco per accorgersi, non senza un briciolo di soddisfazione, di quanto sia inutile portare al polso un orologio sulla piccola isola di Mana. Qui il tempo non ha lancette e, soprattutto, non è mefistofelico come a Milano. I figiani ci scherzano su con i turisti e questo placido scorrere temporale lo chiamano Fiji time, sinonimo di nessuna fretta perché lo scorrere del tempo va principalmente goduto con serenità. Una pura astrazione che finisce con il risucchiarti nella profondità dell’ozio che si dilata sempre più, per ogni alba che spunta dall’oceano tra il vento che si incanala tra le fronde delle palme, per ogni risata sincera di un bambino figiano dagli occhietti vispi e svelti con cui si gioca in spiaggia e per i mille bula che qui la gente del posto ti rivolge davvero con cuore, ad ogni incontro.

Dal mio bure a Sunset Beach il tragitto è breve. Poche centinaia di metri a piedi attraverso la fitta vegetazione di palme che concede un po’ di spazio solo ad un campo di rugby dove almeno una cinquantina di ragazzini locali stanno disputando una partita che stravolge tutte le regole del gioco. La spiaggia è bellissima e con tutti i connotati in regola per farti innamorare di questi mari lontanissimi agognati da tanti, come simbolo di fughe e di nuove vite da reinventare. La sabbia è bianca e finissima mentre il più intenso degli azzurri, quasi schizzato via da una tavolozza, dà colore all’oceano. Le sue acque, esplorate in profondità per tutto il giorno, mi hanno regalato una inaudita varietà di bellissimi coralli e di pesci tropicali dalle mille tinte che sembravano quasi essere state donate dalla fantasia di Gauguin, che proprio di questi mari lontani si era innamorato. A riva la lunga processione di palme corona il perimetro della piccola isola; palme che, di tanto in tanto, fanno dono di fresche noci di cocco e di dolce nettare da bere, una irresistibile ambrosia. Il sole sta morendo all’orizzonte nel cielo incendiato di rosso tra le onde che, lontano dalla riva, si infrangono contro la barriera corallina e il profilo distante di imponenti cumuli dalle più svariate tonalità di colori. E’ un tramonto dai minuti contati, uno spettacolo che qui ai tropici si consuma troppo velocemente.

Il mio giro del mondo mi sta regalando scampoli di paradiso in questa mia tappa. L’ingenuità e la spensieratezza del sottoscritto neo laureato stanno forse toccando proprio qui il loro culmine: un’oziosa vita di spiaggia tra bagni, immersioni e letture, le amicizie legate con simpatici neozelandesi e con Marisa e Roberta, due amiche italiane di mezza età ma da tempo residenti all’estero (una in Kenya e l’altra ad Abu Dhabi), che mi raccontano frammenti e aneddoti del loro passato fatto di viaggi nella giungla tailandese, di soggiorni nella Persia dello scià, di tramonti africani, di nobili noie. Sto ripensando alla mia tesi discussa in un radioso e caldo pomeriggio di giugno a Milano: una ventina di minuti appena, ma sufficienti a spazzar via una carriera universitaria di anni; un diploma in tasca, tanti sorrisi tra le congratulazioni dei presenti e lo spianarsi davanti della strada del lavoro, già dall’inizio tutta in salita. Allora non facevo che pensare già al mio programmato giro del mondo, felice coronamento del mio sogno di libero viaggiatore e celebrazione all’apice della mia spensierata gioventù, prima che il mondo del lavoro faccia spietatamente tabula rasa dei tuoi sogni e della tua voglia di spaccare il mondo con i propositi e gli ideali di rito, coltivati a lungo con gli amici nel cortile della facoltà. Sono passati due mesi da allora. Due soltanto, caspiterina, eppure sento non appartenermi più quegli attimi che hanno suggellato per sempre la fine di una spensierata carriera universitaria fatta anche di cazzate e di bellissime compagnie che non torneranno più.

Il mio viaggio sta cancellando tutto questo man mano che i giorni passano e che i chilometri percorsi mi allontanano da casa. Le parole di un simpatico ragazzo di Barcellona, con cui stavo conversando una sera a Santa Cruz, in California, mi tornano improvvise come un flash. Saputo del mio giro intorno al mondo, mi disse che la cosa più bella del viaggio sarebbe stato il ritorno a casa perché li avrei ritrovato gli amici di sempre, identici a come li avevo lasciati, mentre io, nel frattempo, sarei cambiato e non sarei stato più lo stesso. Il viaggio ti arricchisce nello spirito e ti forma con i suoi incontri, con gli imprevisti, con le realtà socioculturali in cui ti imbatti, con i paesaggi naturali che ti lasciano incantato come un bimbo davanti ad una vetrina straripante di giocattoli , con le pennellate di solitudine che ti costringono a fermarti e a riflettere su te stesso.

Davanti a questo tramonto che incendia il cielo australe, stasera, cerco oltre l’orizzonte concesso dal mare quale futuro mi attenderà, ma, inevitabilmente, mi trovo invece a ripercorrere il tempo che mi sono lasciato già alle spalle. Mi sento infinitamente felice. Adesso. So già che un domani lontano, quando forse sarò finalmente adulto, ripenserò con nostalgia a questa mia spensieratezza a volte incontenibile e così intensamente vissuta in questo mio viaggio. Ricordi già ibernati pronti per essere rivissuti alla moviola infinite volte in un domani lontano. Intanto mi crogiolo nella certezza che nell’immediato domani il mio risveglio, nell’ennesimo letto nuovo a cui mi costringe il mio lungo viaggio, sarà fresco, felice e privo di apprensioni nel silenzio pulito e cristallino del mattino.

Diario di viaggio Giappone

Diario di viaggio Giappone

Kuwaguchiko (Giappone)
Aprile 2014

Pedalo come un forsennato nella corsia riservata alle biciclette ai bordi del nastro d’asfalto che serpeggia lungo le rive del lago Kuwaguchiko contornandole in un susseguirsi di piccole ma suggestive insenature. Ripercorro in bici lo stesso tragitto che mi aveva già portato, allo spuntare di un’alba gelida affatto primaverile, in riva al lago per immortalare, con la mia Nikon, il bianco profilo conico del Monte Fuji, arrossato dai primi raggi del sole e incastonato tra i rami dei ciliegi timidamente in fiore. Messa a segno la prima missione fotografica di un nuovo giorno ricco di scatti e rinvigorito da una provvidenziale ed abbondante colazione, punto adesso verso una pagoda arrampicata sul pendio ripido di una montagna, con vista da cartolina sul Fuji.

È un freddo mattino d’inizio aprile che neppure il sole splendente, in un cielo di un azzurro immacolato e cristallino, riesce ad addolcire più di tanto. Ho lasciato il traffico già abbastanza intenso ad ingolfare la statale e, nella speranza di guadagnare tempo e distanza, mi sono inoltrato in un dedalo di stradine di campagna dalle quali ne partono di nuove a pettine fin quasi a formare una complessa ragnatela di arterie rurali. Ad un certo punto prendo atto che il mio senso dell’orientamento, sintonizzato in testa come un tomtom, stavolta, abbia fatto cilecca. Accosto e mi fermo. Il vento accarezza la mia fronte madida di sudore mentre lo sguardo va alla ricerca della pagoda, che la spessa coltre di boschi sui fianchi della montagna, sembra voler nascondere a tutti i costi. Intorno mi si apre una distesa ondulata di campi con i primi timidi fili d’erba pronti a germogliare nuova vita e ad annunciare la primavera, mentre sopra la mia testa i corvi volteggiano come deltaplani. Più avanti un gruppo di case  annuncia, forse, il paesino che sto cercando e dal quale una scalinata da infarto dovrebbe farmi guadagnare la salita alla pagoda e verso quel panorama assicurato sul Fuji. La scarsa segnaletica stradale nella quale mi imbatto è esclusivamente in ideogrammi e per le vie deserte del centro abitato veleggia un’atmosfera assopita che sa di mattino di festa.

All’angolo di una strada si materializzano, all’improvviso, tre signore vestite in sgargianti abiti tradizionali a motivi floreali. Camminano verso di me raccontandosela e ridendo di gusto tra di loro.  Sembrano amiche da sempre. Accosto la bici e prima che mi superino chiedo l’indicazione pronunciando il nome della pagoda. Non capisco nulla di quello che mi dicono ma dal rapido sbracciare a mo’ di direzione indicata da una di loro capisco che sono fortunatamente prossimo alla meta e che non mi ero poi del tutto perso. Le ringrazio salutandole con un arigatou gozaimasu accompagnato da un sorriso da dentifricio in un turbinio di rapidi inchini e riprendo a pedalare. Percorse poche decine di metri, vedo un maglione abbandonato al suo destino sul ciglio della strada. Lo raccolgo e pensando che possa essere caduto ad una delle tre signore appena salutate, richiamo la loro attenzione urlando un excuse me!  Una delle tre signore, osservando da lontano il maglione e dandosi una manata in fronte, mi viene incontro con un sorriso aperto stampato in volto che mi pare così intimamente asiatico. Si rimpossessa del maglione con una felicità che neppure avesse vinto alla lotteria, esibisce due veloci inchini di ringraziamento al mio cospetto e, presumibilmente non ancora soddisfatta, decide di farmi dono di un sacchetto con due arance che teneva stretto in mano. Osservando i suoi gesti laddove le parole non aiutano mi pare di capire che desideri augurarmi buona fortuna oltre ad esprimere un grazie a caratteri cubitali. Più tardi, realizzate le foto dalla pagoda di Chureito e prima di rimettermi in sella sulla via del ritorno verso l’ostello di Kuwaguchiko, faccio spuntino con una delle arance, appoggiato alla bicicletta. Ha un retrogusto apertamente amarognolo che si diffonde in bocca al primo assaggio ma dentro c’è tutto il ricordo della prima vera e piacevole emozione di una mia nuova giornata in Giappone.

SITI UTILI PER PIANIFICARE UN VIAGGIO IN GIAPPONE

Diario di viaggio Yosemite National Park

Diario di viaggio Yosemite National Park

Yosemite National Park, California (USA)
Dicembre 2013

Anche in pieno inverno le cascate di Yosemite cantano a modo loro. Non con il roboante salto nel vuoto di mezzo chilometro delle tonnellate d’acqua alimentate dalla fusione delle nevi invernali o dalle piogge improvvise, ma attraverso un tuonare inquietante e cupo di blocchi di ghiaccio che si distaccano all’improvviso dalle pareti granitiche della montagna. E’ il solo rumore che, come un’ovattata e distante esplosione, turba un silenzio altrimenti cristallino, nel quale è precipitato il fondovalle di uno dei più antichi e celebri parchi nordamericani.

Una sciabolata di gelo artico piombata come un treno impazzito dal Canada ha ammantato il suolo di una trentina di centimetri di soffice neve, ibernato completamente le acque placide dei laghi e in parte anche quelle del  torrente, mentre la nebbia congelata, formatasi con il cielo ridiventato sereno dopo la tempesta, ha trasformato i boschi di querce e sequoie in magnifiche sculture artistiche rivestite di ghiaccio e brina. In questi insoliti gelidi e tersi giorni di inizio dicembre, con il termometro precipitato a dodici gradi sottozero, non c’è quasi traccia umana degli oltre tre milioni di turisti che mediamente visitano il parco o, per meglio dire, purtroppo, ne turbano il fragile ecosistema violandone l’intimità. Mi trovo pressapoco alla latitudine di Napoli ma il paesaggio che mi circonda sembra uscito direttamente da una cartolina invernale dell’Alaska. Le distese di neve modellate dal vento hanno cancellato i sentieri, lasciato a malapena trapelare i rami di arbusti rivestiti di una sottile coltre di ghiaccio e adesso inghiottono le tracce dei miei scarponi in questo mio incessante girovagare che si infittisce di nuovi scatti fotografici.

Lo scenario nel quale mi muovo, incurante del freddo polare e senza quasi altra presenza umana nei paraggi, incanta sempre più in un crescendo di emozioni ad ogni nuovo passo: una piccola cappella in legno color nocciola nel bosco innevato pare uscita da una pubblicità natalizia della Coca Cola, i raggi di sole riflessi dalle chiazze di ghiaccio che ricoprono il torrente, la granitica cupola incendiata di rosso nella luce del tramonto dell’Half Dome che, come un panettone amputato di netto, si innalza oltre il limitare del bosco innevato. Solo allora la stanchezza esplode all’improvviso dopo una giornata trascorsa fin dall’alba a fotografare i tanti incantevoli scorci invernali di Yosemite, aggravata dal peso dell’attrezzatura fotografica con tanto di treppiedi in spalla.

Prima di soccombere definitivamente ad una giornata già ricca di bombardamenti emotivi, ecco sopraggiungere inattesa la sorpresa finale dietro l’angolo nel sentiero innevato che mi riporta al piccolo villaggio di Yosemite. Un coyote sbuca dal bosco giusto una ventina di metri davanti a me. I nostri rispettivi sguardi si incrociano meravigliati e densi di curiosità per un breve lasso di tempo. Io resto di botto immobile per lo spavento, forse ingiustificato, e lui inizia a gironzolare su se stesso con fare circospetto e, guadagnando lentamente la via di fuga, mi concede voltandosi un ultimo sguardo tagliente come un rasoio. Resto ibernato come il bosco che mi circonda tanto é l’entusiasmo che mi assale e che, per qualche secondo, mi fa dimenticare il freddo, il buio imminente e l’autobus che mi attende per riportarmi all’ostello.

Un anarchico russo nella Terra del Fuoco

Un anarchico russo nella Terra del Fuoco

Sul numero 2 della rivista SPAM è stato pubblicato un mio articolo dal titolo “Un anarchico russo nella Terra del Fuoco”. L’articolo è tratto dai diari di viaggio che raccontano i miei tre mesi a zonzo per il Sud America. SPAM è un mensile distribuito gratuitamente che trasporta su carta stampata i pensieri e le idee più interessanti trovati in internet: recensioni, articoli, grafiche, fotografie, illustrazioni, ricette, video. Cliccando sull’immagine sotto potete leggere il mio articolo “Un anarchico russo nella Terra del Fuoco” scelto dalla redazione di SPAM.

Diario di viaggio Hong Kong

Diario di viaggio Hong Kong

Hong Kong, Cina
Novembre 2012

Il mio organismo si è arreso ai sette fusi orari in avanti contro i quali si è imbattuto all’improvviso dopo un lungo volo e ha pensato bene di dimezzarmi le ore di sonno. E’ dall’alba che trotterello per le vie frenetiche di questa impressionante metropoli asiatica alla ricerca di scatti fotografici che ne immortalino l’anima e l’essenza. Il cielo uniformemente piallato di nubi pesanti color grigio fucile, ultimi scampoli di un monsone asiatico quest’anno restio ad arrendersi, non mi è di grande aiuto e so già che gli scatti migliori verranno di sera quando tutta Hong Kong rifulgerà più di un presepe natalizio. Se é venuto a Hong Kong a fare foto faccia presto a riprenderla dall’alto di Victoria Peak perché la pioggia è alle porte, mi aveva ammonito, in una profusione di sorrisi ed efficienza, l’impiegata dell’ufficio turistico al mio arrivo all’aeroporto, prima di propinarmi tutta una contraerea di luoghi per immortalare altri panorami urbani mozzafiato che, a suo dire, non dovevo assolutamente perdermi e che, invece, esausto per il viaggio e pigro per segnarmeli sulla mappa, avevo finito per dimenticare tutti già sull’autobus che mi portava in città.

Sapevo già fin da prima della partenza che non mi sarei dovuto attendere un bagno di umanità da questo mio breve viaggio. La grazia dei riti thailandesi, l’esotismo indonesiano o il fiero passato dei khmer indocinesi non abitano certamente qui anche se il continente è lo stesso. Tuttavia, l’impatto sociale con gli abitanti di questa metropoli, che si sta sempre più cinesizzando e dove il passato coloniale britannico si limita ormai al solo rito del tè delle 5, è stato più deludente di quanto mi immaginassi. In nessun altro luogo al mondo finora visto il progresso, sotto forma di gingilli tecnologici comunicativi, è riuscito nell’opera di generale rincoglionimento della massa. In quest’ultima propaggine di terra cinese che si frantuma elegantemente in un garbuglio di isole e penisole ha fatto, poi, particolarmente centro.

Sui treni immacolati della metropolitana aleggia un gelido mutismo e i passeggeri si trincerano dietro una realtà del tutto virtuale concentrando tutta l’attenzione sugli schermi dei loro più avanzati palmari. Messaggiano, forsennati, interminabili chattate, aggiornano il loro profilo su Facebook, guardano l’ultima puntata di una soap opera idiota o sfogano la loro tensione in un adrenalinico videogioco. Seduti, in piedi o persino camminando velocemente per gli interminabili corridoi sotterranei delle stazioni, la gente fissa imperterrita il proprio telefonino come se fosse il solo cordone ombelicale che la tiene in vita o che le dia una ragione per esistere a questo mondo. Nessuna traccia di libri o di tangibili segni di cultura a bordo dei treni. A Barcellona, la gente non ha perso il gusto della conversazione o, meglio ancora, della lettura di un libro o dei giornali sui mezzi pubblici. Quelli maggiormente al passo con i tempi, sfoggiano un libro elettronico ma pur sempre leggono. A Hong Kong mi sono recato presso diversi negozi di elettronica, che qui si contano come gli alberi in una foresta pluviale. Vi ho trovato i modelli di smartphones e di tablets più gettonati dal pubblico, ogni fotocamera esistente sul mercato, ma alla mia richiesta di vedere qualche modello di libro elettronico, l’impiegato di turno mi guardava intontito e, balbettando, replicava dispiaciuto che il negozio non ne era fornito.

Quando non è alle prese con lo scrivere frettolosamente un sms o nel curiosare su Facebook, qui la gente si nutre assiduamente di shopping e di interminabili maratone nei centri commerciali, autentici paradisi di lusso. In appena un paio d’ore di cammino, ho contato un numero sufficiente tra Rolls-Royce e Bentley e uno spropositato numero di boutique esclusive Rolex o Tiffany (nessuna delle quali priva di clienti) per togliermi qualsiasi dubbio che la recessione globale qui non sia di casa e per  realizzare amaramente l’idea che la Grecia sia agli antipodi di Hong Kong non solo geograficamente.

Da nessuna parte come qui è evidente la visione che il progresso tecnologico e il consumismo, al di fuori di ogni regola, ci stiano, piano piano, spolpando con la spietatezza di un tumore inesorabile e apparentemente invisibile. Qui a Hong Kong il cancro ha iniziato ad agire già da tempo annientando l’identità storica cittadina. Quel poco che resta del passato urbano, sotto forma di mercati popolari e case tradizionali, sta per soccombere inesorabilmente del tutto di fronte alla realizzazione di altri templi dello shopping e di avveniristici grattacieli destinati ad ospitare sedi per nuove brutali scorribande finanziarie in giro per il mondo.

La sensazione bruciante che Hong Kong sia in qualche modo la fotocopia del futuro che ci attende è inquietante. Neppure il panorama sull’impressionante distesa notturna di grattacieli illuminati dallo spettacolo di luci serali organizzate dal comune che si ammira dal vecchio vaporetto che attraversa il mare ventoso e le onde arruffate della baia in direzione di Kowloon, riesce nell’intento di rasserenarmi e ad essere un po’ più ottimista.