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Diario di viaggio Marocco

Diario di viaggio Marocco

In viaggio verso Tinherir, Marocco
Agosto 1999

Un viaggio su uno sgangherato autobus corroso dal tempo e impolverato, a più strati, dalla sabbia del deserto costituisce un libro aperto da sfogliare per conoscere più da vicino le abitudini e la cultura di un popolo.

La Lonely Planet nello zaino aiuta a girare il Marocco in lungo e largo, ma l’improbabile autobus sul quale ci troviamo, che reca su un fianco, scolorita dal tempo, un’ancor più improbabile scritta Todra Express, diviene lo strumento per capire meglio la sua gente. Abbiamo lasciato di buon mattino il piccolo villaggio di Rissani, di ritorno dalle magiche dune di sabbia di Merzouga di color rossastro o albicocca a seconda della luce del giorno e, a bordo di un autobus locale, il nostro viaggio punta adesso verso Tinerhir. Ci attendono le aspre gole di Todra.

Il Todra Express ha conosciuto tempi decisamente migliori quando girava da qualche parte in Europa in qualità di autobus vero e proprio. Poi, chissà in che epoca, raggiunti i limiti di sicurezza europei circa usura e chilometraggio e oltre i quali per noi si annuncia ipotizzabile solo la rottamazione, qualcuno, decise di sbarazzarsi dello scomodo mezzo mascherando l’atto quale piccolo gesto ipocrita di solidarietà e di amicizia tra popoli. Strano rapporto abbiamo con l’Africa. Andiamo a fare gli ecologisti nei suoi parchi tra elefanti e leoni e, intanto, lo trasformiamo anche in una immensa discarica, inviandogli tutto ciò che da noi è ormai vecchio e inquinante. Contraddizioni del mondo occidentale! Il Todra Express giunge nella piazza principale di Rissani, annunciato da un trionfale concerto di clacson e dalla nuvola di polvere e sabbia sollevata. Neanche il tempo di far scendere i passeggeri e si scatena subito la bagarre. Il venditore di biglietti, che scopriremo essere poi anche il nostro cabin attendant, urla in arabo chissà cosa, lo sciame di gente che gli si raccoglie davanti gli replica urlando più forte chissà cos’altro ed ecco venirne fuori un assordante e vivace coro di lamenti, imprecazioni e incazzature varie tra i quali alcuni bambini si districano velocemente elemosinando caramelle e matite.

Acquistiamo faticosamente il biglietto ma più arduo si annuncia ottenere il resto della banconota, allungata tra la selva di mani e braccia che reclamano un posto a bordo! Un ragazzo si impossessa dei nostri bagagli, al costo di un diram a pezzo, per scaricarli poi sul tetto dell’automezzo tra sacchi di iuta, carretti e una valanga di valigie, il tutto intrappolato da una rete che sembra racchiudere il bottino di una lunga e fruttifera battuta di pesca. Prendiamo possesso dei nostri posti, in fondo ad un abitacolo stipato all’inverosimile e arroventato dalla tremenda calura, di cui il deserto ci fa sgradito dono fin dal mattino presto. L’odore che regna a bordo è un cocktail di urina, vomito, sudore, sporcizia e anidride carbonica che a strati si sovrappongono chissà da quanto tempo su questo mezzo che probabilmente non ha più conosciuto un lavaggio da quando ha
lasciato l’Europa. Ci interroghiamo su quanti zeri possa annoverare la cifra indicata dal contachilometri!

L’autobus parte e si lascia alle spalle, in un polverone, Rissani e qualche passeggero incazzato, rimasto a terra. Ci attendono circa 160 chilometri che l’autobus “divorerà” in più di 5 ore di tragitto, attraverso uno dei più bei paesaggi che il Marocco offra, in una cornice da deserto lunare. Il sole arrostisce l’abitacolo ancora miracolosamente saldato alle ruote, le tendine, ormai solidificatesi nella sporcizia, si agitano ai finestrini aperti e ci accarezzano i volti annientando del tutto quel poco che restava del profumo del sapone sul viso. I dossi e le buche sul nastro d’asfalto, a tagliare in due il nulla che ci circonda, infliggono gli ultimi colpi ai resti di ammortizzatori e sospensioni.

Mi volto e non vedo più Antonio. Una buca ha inflitto un colpo di grazia alle sospensioni e il contraccolpo ha fatto sprofondare del tutto il suo sedile, nel primo bradisismo che vedo in vita mia a bordo di un autobus! Sostiamo a Erfoud e assistiamo alla stessa scena di casini e spintoni vista già a Rissani, con la differenza che stavolta la vediamo a bordo dal finestrino. I passeggeri che salgono sono costretti a starsene in piedi. Non si lamentano affatto quelli del posto in quella che per loro è una banale normalità, ma i tre ciclisti francesi appena saliti, due dei quali maledicono la loro eccessiva statura, a giudicare dai loro volti tesi imprecano per non aver continuato in bici il loro viaggio. Le bici sono andate a far compagnia al carretto e a tutte le masserizie cotte dal sole sul tetto. Un bambino, al quale Antonio aveva offerto una sigaretta per il proprio padre pochi minuti prima, sfidata la folla, si affaccia all’entrata dell’autobus invocando ripetutamente “Monsieur Antonio, monsieur Antonio” e con un sorriso dolcissimo e due occhietti da bimbo sveglio gli fa dono di un cammello fatto con fili d’erba intrecciati quale segno di gratitudine per il suo papà. Sarà il più bel ricordo di questo viaggio!

Si riparte. Usciti dal paese c’è un posto di blocco della polizia. L’autobus rallenta e il nostro cabin attendant si catapulta fuori con una banconota da venti stritolata nel pugno chiuso come balzello per far chiudere un occhio al passaggio di un autobus pieno all’inverosimile. Il viaggio continua con un susseguirsi di soste che ha dell’incredibile. Ad ognuna di esse il rituale è sempre lo stesso. L’autista rallenta e arresta il mezzo; il passeggero, spesso accompagnato da sacchi di merce da portare a vendere al mercato di Tinerhir, appoggia per prima cosa il carico sul primo gradino dell’ingresso posteriore. Ecco che, con una brusca accelerazione, l’autista riprende la marcia con la portiera di dietro ancora aperta e col passeggero a rincorrere l’autobus in fuga e a sbraitare al disgraziato alla guida di fermarsi.

Ad ogni chilometro circa l’autobus esegue una sosta per far scendere i passeggeri che poi si incamminano verso il nulla, pilotati dalla propria bussola. In mezzo all’anarchia che regna a bordo, in barba al rispetto di qualsiasi codice della strada e della sicurezza dei passeggeri, stranamente, una sola regola viene da tutti rispettata: quella del divieto di fumare. Per fumare il cabin attendant si siede sui gradini del portellone d’uscita aperto e si gusta una sigaretta in compagnia di una cinquantenne polacca con zaino in spalla segnalato da due enormi catarifrangenti! Una coppia di spagnoli fa spuntino con un melone. Nel tagliare una fetta però il coltellino scivola al ragazzo e finisce nel buco nero dei misteri che avvolgono il pavimento del mezzo. Prontamente il cabin attendant nella sua uniforme, una polo unta di grassi vari, lo raccoglie, pulisce la lama con le dita e lo conficca in pieno nel melone con un sorriso che ha dell’irresistibile, più del gesto stesso! Accanto ad Antonio, una bella bambina berbera, alla quale una malattia oscura ha portato via un occhio, smaltisce gli effetti di un viaggio turbolento su strada, vomitando in un sacchetto. Davanti a lei la madre fa altrettanto contemporaneamente, in un amaro e sincronizzato duetto. Un passeggero anziano rimasto in piedi fin da Erfoud vorrebbe sedersi a tutti i costi accanto ad Antonio e non riusciamo a fargli capire, neanche trascinandolo a vedere con i suoi occhi, che una cassa di bottiglie di Coca Cola ostruisce il passaggio e non rimane un solo centimetro quadrato libero di spazio!

Il viaggio prosegue nella desolazione del deserto roccioso, in un paesaggio brullo e giallastro interrotto da profili di montagne all’orizzonte. Il Marocco on the road più bello scorre ai lati del finestrino e culminerà, in seguito, nell’attraversamento delle verdi vallate di alta quota dell’Atlante, prima della lunga discesa verso Marrakesh. Quando sullo sfondo una macchia verde annuncia l’oasi nella quale si adagia Tinerhir, tiriamo finalmente un sospiro di sollievo per l’avvicinarsi della conclusione di questo lungo viaggio. Tra poco, un grand taxi ci condurrà a tavoletta, destreggiandosi tra pericolosi tornanti, verso le belle gole di Todra. Dopo il Todra Express questa Mercedes degli anni Settanta ci sembrerà una comoda limousine dove poter ammirare più tranquillamente, dal finestrino, la lingua verde di vegetazione e di campi tracciata dal fiume lungo lo stretto canyon!

Diario di viaggio Marocco

Diario di viaggio Giappone

Diario di viaggio GiapponeKuwaguchiko (Giappone)
Aprile 2014

Pedalo come un forsennato nella corsia riservata alle biciclette ai bordi del nastro d’asfalto che serpeggia lungo le rive del lago Kuwaguchiko contornandole in un susseguirsi di piccole ma suggestive insenature. Ripercorro in bici lo stesso tragitto che mi aveva già portato, allo spuntare di un’alba gelida affatto primaverile, in riva al lago per immortalare, con la mia Nikon, il bianco profilo conico del Monte Fuji, arrossato dai primi raggi del sole e incastonato tra i rami dei ciliegi timidamente in fiore. Messa a segno la prima missione fotografica di un nuovo giorno ricco di scatti e rinvigorito da una provvidenziale ed abbondante colazione, punto adesso verso una pagoda arrampicata sul pendio ripido di una montagna, con vista da cartolina sul Fuji.

È un freddo mattino d’inizio aprile che neppure il sole splendente, in un cielo di un azzurro immacolato e cristallino, riesce ad addolcire più di tanto. Ho lasciato il traffico già abbastanza intenso ad ingolfare la statale e, nella speranza di guadagnare tempo e distanza, mi sono inoltrato in un dedalo di stradine di campagna dalle quali ne partono di nuove a pettine fin quasi a formare una complessa ragnatela di arterie rurali. Ad un certo punto prendo atto che il mio senso dell’orientamento, sintonizzato in testa come un tomtom, stavolta, abbia fatto cilecca. Accosto e mi fermo. Il vento accarezza la mia fronte madida di sudore mentre lo sguardo va alla ricerca della pagoda, che la spessa coltre di boschi sui fianchi della montagna, sembra voler nascondere a tutti i costi. Intorno mi si apre una distesa ondulata di campi con i primi timidi fili d’erba pronti a germogliare nuova vita e ad annunciare la primavera, mentre sopra la mia testa i corvi volteggiano come deltaplani. Più avanti un gruppo di case  annuncia, forse, il paesino che sto cercando e dal quale una scalinata da infarto dovrebbe farmi guadagnare la salita alla pagoda e verso quel panorama assicurato sul Fuji. La scarsa segnaletica stradale nella quale mi imbatto è esclusivamente in ideogrammi e per le vie deserte del centro abitato veleggia un’atmosfera assopita che sa di mattino di festa.

All’angolo di una strada si materializzano, all’improvviso, tre signore vestite in sgargianti abiti tradizionali a motivi floreali. Camminano verso di me raccontandosela e ridendo di gusto tra di loro.  Sembrano amiche da sempre. Accosto la bici e prima che mi superino chiedo l’indicazione pronunciando il nome della pagoda. Non capisco nulla di quello che mi dicono ma dal rapido sbracciare a mo’ di direzione indicata da una di loro capisco che sono fortunatamente prossimo alla meta e che non mi ero poi del tutto perso. Le ringrazio salutandole con un arigatou gozaimasu accompagnato da un sorriso da dentifricio in un turbinio di rapidi inchini e riprendo a pedalare. Percorse poche decine di metri, vedo un maglione abbandonato al suo destino sul ciglio della strada. Lo raccolgo e pensando che possa essere caduto ad una delle tre signore appena salutate, richiamo la loro attenzione urlando un excuse me!  Una delle tre signore, osservando da lontano il maglione e dandosi una manata in fronte, mi viene incontro con un sorriso aperto stampato in volto che mi pare così intimamente asiatico. Si rimpossessa del maglione con una felicità che neppure avesse vinto alla lotteria, esibisce due veloci inchini di ringraziamento al mio cospetto e, presumibilmente non ancora soddisfatta, decide di farmi dono di un sacchetto con due arance che teneva stretto in mano. Osservando i suoi gesti laddove le parole non aiutano mi pare di capire che desideri augurarmi buona fortuna oltre ad esprimere un grazie a caratteri cubitali. Più tardi, realizzate le foto dalla pagoda di Chureito e prima di rimettermi in sella sulla via del ritorno verso l’ostello di Kuwaguchiko, faccio spuntino con una delle arance, appoggiato alla bicicletta. Ha un retrogusto apertamente amarognolo che si diffonde in bocca al primo assaggio ma dentro c’è tutto il ricordo della prima vera e piacevole emozione di una mia nuova giornata in Giappone.

SITI UTILI PER PIANIFICARE UN VIAGGIO IN GIAPPONE

Diario di viaggio Yosemite National Park

Diario di viaggio Yosemite National Park

Yosemite National Park, California (USA)
Dicembre 2013

Anche in pieno inverno le cascate di Yosemite cantano a modo loro. Non con il roboante salto nel vuoto di mezzo chilometro delle tonnellate d’acqua alimentate dalla fusione delle nevi invernali o dalle piogge improvvise, ma attraverso un tuonare inquietante e cupo di blocchi di ghiaccio che si distaccano all’improvviso dalle pareti granitiche della montagna. E’ il solo rumore che, come un’ovattata e distante esplosione, turba un silenzio altrimenti cristallino, nel quale è precipitato il fondovalle di uno dei più antichi e celebri parchi nordamericani.

Una sciabolata di gelo artico piombata come un treno impazzito dal Canada ha ammantato il suolo di una trentina di centimetri di soffice neve, ibernato completamente le acque placide dei laghi e in parte anche quelle del  torrente, mentre la nebbia congelata, formatasi con il cielo ridiventato sereno dopo la tempesta, ha trasformato i boschi di querce e sequoie in magnifiche sculture artistiche rivestite di ghiaccio e brina. In questi insoliti gelidi e tersi giorni di inizio dicembre, con il termometro precipitato a dodici gradi sottozero, non c’è quasi traccia umana degli oltre tre milioni di turisti che mediamente visitano il parco o, per meglio dire, purtroppo, ne turbano il fragile ecosistema violandone l’intimità. Mi trovo pressapoco alla latitudine di Napoli ma il paesaggio che mi circonda sembra uscito direttamente da una cartolina invernale dell’Alaska. Le distese di neve modellate dal vento hanno cancellato i sentieri, lasciato a malapena trapelare i rami di arbusti rivestiti di una sottile coltre di ghiaccio e adesso inghiottono le tracce dei miei scarponi in questo mio incessante girovagare che si infittisce di nuovi scatti fotografici.

Lo scenario nel quale mi muovo, incurante del freddo polare e senza quasi altra presenza umana nei paraggi, incanta sempre più in un crescendo di emozioni ad ogni nuovo passo: una piccola cappella in legno color nocciola nel bosco innevato pare uscita da una pubblicità natalizia della Coca Cola, i raggi di sole riflessi dalle chiazze di ghiaccio che ricoprono il torrente, la granitica cupola incendiata di rosso nella luce del tramonto dell’Half Dome che, come un panettone amputato di netto, si innalza oltre il limitare del bosco innevato. Solo allora la stanchezza esplode all’improvviso dopo una giornata trascorsa fin dall’alba a fotografare i tanti incantevoli scorci invernali di Yosemite, aggravata dal peso dell’attrezzatura fotografica con tanto di treppiedi in spalla.

Prima di soccombere definitivamente ad una giornata già ricca di bombardamenti emotivi, ecco sopraggiungere inattesa la sorpresa finale dietro l’angolo nel sentiero innevato che mi riporta al piccolo villaggio di Yosemite. Un coyote sbuca dal bosco giusto una ventina di metri davanti a me. I nostri rispettivi sguardi si incrociano meravigliati e densi di curiosità per un breve lasso di tempo. Io resto di botto immobile per lo spavento, forse ingiustificato, e lui inizia a gironzolare su se stesso con fare circospetto e, guadagnando lentamente la via di fuga, mi concede voltandosi un ultimo sguardo tagliente come un rasoio. Resto ibernato come il bosco che mi circonda tanto é l’entusiasmo che mi assale e che, per qualche secondo, mi fa dimenticare il freddo, il buio imminente e l’autobus che mi attende per riportarmi all’ostello.

Un anarchico russo nella Terra del Fuoco

Un anarchico russo nella Terra del Fuoco

Sul numero 2 della rivista SPAM è stato pubblicato un mio articolo dal titolo “Un anarchico russo nella Terra del Fuoco”. L’articolo è tratto dai diari di viaggio che raccontano i miei tre mesi a zonzo per il Sud America. SPAM è un mensile distribuito gratuitamente che trasporta su carta stampata i pensieri e le idee più interessanti trovati in internet: recensioni, articoli, grafiche, fotografie, illustrazioni, ricette, video. Cliccando sull’immagine sotto potete leggere il mio articolo “Un anarchico russo nella Terra del Fuoco” scelto dalla redazione di SPAM.

Diario di viaggio Hong Kong

Diario di viaggio Hong Kong

Hong Kong, Cina
Novembre 2012

Il mio organismo si è arreso ai sette fusi orari in avanti contro i quali si è imbattuto all’improvviso dopo un lungo volo e ha pensato bene di dimezzarmi le ore di sonno. E’ dall’alba che trotterello per le vie frenetiche di questa impressionante metropoli asiatica alla ricerca di scatti fotografici che ne immortalino l’anima e l’essenza. Il cielo uniformemente piallato di nubi pesanti color grigio fucile, ultimi scampoli di un monsone asiatico quest’anno restio ad arrendersi, non mi è di grande aiuto e so già che gli scatti migliori verranno di sera quando tutta Hong Kong rifulgerà più di un presepe natalizio. Se é venuto a Hong Kong a fare foto faccia presto a riprenderla dall’alto di Victoria Peak perché la pioggia è alle porte, mi aveva ammonito, in una profusione di sorrisi ed efficienza, l’impiegata dell’ufficio turistico al mio arrivo all’aeroporto, prima di propinarmi tutta una contraerea di luoghi per immortalare altri panorami urbani mozzafiato che, a suo dire, non dovevo assolutamente perdermi e che, invece, esausto per il viaggio e pigro per segnarmeli sulla mappa, avevo finito per dimenticare tutti già sull’autobus che mi portava in città.

Sapevo già fin da prima della partenza che non mi sarei dovuto attendere un bagno di umanità da questo mio breve viaggio. La grazia dei riti thailandesi, l’esotismo indonesiano o il fiero passato dei khmer indocinesi non abitano certamente qui anche se il continente è lo stesso. Tuttavia, l’impatto sociale con gli abitanti di questa metropoli, che si sta sempre più cinesizzando e dove il passato coloniale britannico si limita ormai al solo rito del tè delle 5, è stato più deludente di quanto mi immaginassi. In nessun altro luogo al mondo finora visto il progresso, sotto forma di gingilli tecnologici comunicativi, è riuscito nell’opera di generale rincoglionimento della massa. In quest’ultima propaggine di terra cinese che si frantuma elegantemente in un garbuglio di isole e penisole ha fatto, poi, particolarmente centro.

Sui treni immacolati della metropolitana aleggia un gelido mutismo e i passeggeri si trincerano dietro una realtà del tutto virtuale concentrando tutta l’attenzione sugli schermi dei loro più avanzati palmari. Messaggiano, forsennati, interminabili chattate, aggiornano il loro profilo su Facebook, guardano l’ultima puntata di una soap opera idiota o sfogano la loro tensione in un adrenalinico videogioco. Seduti, in piedi o persino camminando velocemente per gli interminabili corridoi sotterranei delle stazioni, la gente fissa imperterrita il proprio telefonino come se fosse il solo cordone ombelicale che la tiene in vita o che le dia una ragione per esistere a questo mondo. Nessuna traccia di libri o di tangibili segni di cultura a bordo dei treni. A Barcellona, la gente non ha perso il gusto della conversazione o, meglio ancora, della lettura di un libro o dei giornali sui mezzi pubblici. Quelli maggiormente al passo con i tempi, sfoggiano un libro elettronico ma pur sempre leggono. A Hong Kong mi sono recato presso diversi negozi di elettronica, che qui si contano come gli alberi in una foresta pluviale. Vi ho trovato i modelli di smartphones e di tablets più gettonati dal pubblico, ogni fotocamera esistente sul mercato, ma alla mia richiesta di vedere qualche modello di libro elettronico, l’impiegato di turno mi guardava intontito e, balbettando, replicava dispiaciuto che il negozio non ne era fornito.

Quando non è alle prese con lo scrivere frettolosamente un sms o nel curiosare su Facebook, qui la gente si nutre assiduamente di shopping e di interminabili maratone nei centri commerciali, autentici paradisi di lusso. In appena un paio d’ore di cammino, ho contato un numero sufficiente tra Rolls-Royce e Bentley e uno spropositato numero di boutique esclusive Rolex o Tiffany (nessuna delle quali priva di clienti) per togliermi qualsiasi dubbio che la recessione globale qui non sia di casa e per  realizzare amaramente l’idea che la Grecia sia agli antipodi di Hong Kong non solo geograficamente.

Da nessuna parte come qui è evidente la visione che il progresso tecnologico e il consumismo, al di fuori di ogni regola, ci stiano, piano piano, spolpando con la spietatezza di un tumore inesorabile e apparentemente invisibile. Qui a Hong Kong il cancro ha iniziato ad agire già da tempo annientando l’identità storica cittadina. Quel poco che resta del passato urbano, sotto forma di mercati popolari e case tradizionali, sta per soccombere inesorabilmente del tutto di fronte alla realizzazione di altri templi dello shopping e di avveniristici grattacieli destinati ad ospitare sedi per nuove brutali scorribande finanziarie in giro per il mondo.

La sensazione bruciante che Hong Kong sia in qualche modo la fotocopia del futuro che ci attende è inquietante. Neppure il panorama sull’impressionante distesa notturna di grattacieli illuminati dallo spettacolo di luci serali organizzate dal comune che si ammira dal vecchio vaporetto che attraversa il mare ventoso e le onde arruffate della baia in direzione di Kowloon, riesce nell’intento di rasserenarmi e ad essere un po’ più ottimista.