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Diario di viaggio Yosemite National Park

Diario di viaggio Yosemite National Park

Yosemite National Park, California (USA)
Dicembre 2013

Anche in pieno inverno le cascate di Yosemite cantano a modo loro. Non con il roboante salto nel vuoto di mezzo chilometro delle tonnellate d’acqua alimentate dalla fusione delle nevi invernali o dalle piogge improvvise, ma attraverso un tuonare inquietante e cupo di blocchi di ghiaccio che si distaccano all’improvviso dalle pareti granitiche della montagna. E’ il solo rumore che, come un’ovattata e distante esplosione, turba un silenzio altrimenti cristallino, nel quale è precipitato il fondovalle di uno dei più antichi e celebri parchi nordamericani.

Una sciabolata di gelo artico piombata come un treno impazzito dal Canada ha ammantato il suolo di una trentina di centimetri di soffice neve, ibernato completamente le acque placide dei laghi e in parte anche quelle del  torrente, mentre la nebbia congelata, formatasi con il cielo ridiventato sereno dopo la tempesta, ha trasformato i boschi di querce e sequoie in magnifiche sculture artistiche rivestite di ghiaccio e brina. In questi insoliti gelidi e tersi giorni di inizio dicembre, con il termometro precipitato a dodici gradi sottozero, non c’è quasi traccia umana degli oltre tre milioni di turisti che mediamente visitano il parco o, per meglio dire, purtroppo, ne turbano il fragile ecosistema violandone l’intimità. Mi trovo pressapoco alla latitudine di Napoli ma il paesaggio che mi circonda sembra uscito direttamente da una cartolina invernale dell’Alaska. Le distese di neve modellate dal vento hanno cancellato i sentieri, lasciato a malapena trapelare i rami di arbusti rivestiti di una sottile coltre di ghiaccio e adesso inghiottono le tracce dei miei scarponi in questo mio incessante girovagare che si infittisce di nuovi scatti fotografici.

Lo scenario nel quale mi muovo, incurante del freddo polare e senza quasi altra presenza umana nei paraggi, incanta sempre più in un crescendo di emozioni ad ogni nuovo passo: una piccola cappella in legno color nocciola nel bosco innevato pare uscita da una pubblicità natalizia della Coca Cola, i raggi di sole riflessi dalle chiazze di ghiaccio che ricoprono il torrente, la granitica cupola incendiata di rosso nella luce del tramonto dell’Half Dome che, come un panettone amputato di netto, si innalza oltre il limitare del bosco innevato. Solo allora la stanchezza esplode all’improvviso dopo una giornata trascorsa fin dall’alba a fotografare i tanti incantevoli scorci invernali di Yosemite, aggravata dal peso dell’attrezzatura fotografica con tanto di treppiedi in spalla.

Prima di soccombere definitivamente ad una giornata già ricca di bombardamenti emotivi, ecco sopraggiungere inattesa la sorpresa finale dietro l’angolo nel sentiero innevato che mi riporta al piccolo villaggio di Yosemite. Un coyote sbuca dal bosco giusto una ventina di metri davanti a me. I nostri rispettivi sguardi si incrociano meravigliati e densi di curiosità per un breve lasso di tempo. Io resto di botto immobile per lo spavento, forse ingiustificato, e lui inizia a gironzolare su se stesso con fare circospetto e, guadagnando lentamente la via di fuga, mi concede voltandosi un ultimo sguardo tagliente come un rasoio. Resto ibernato come il bosco che mi circonda tanto é l’entusiasmo che mi assale e che, per qualche secondo, mi fa dimenticare il freddo, il buio imminente e l’autobus che mi attende per riportarmi all’ostello.

Un anarchico russo nella Terra del Fuoco

Un anarchico russo nella Terra del Fuoco

Sul numero 2 della rivista SPAM è stato pubblicato un mio articolo dal titolo “Un anarchico russo nella Terra del Fuoco”. L’articolo è tratto dai diari di viaggio che raccontano i miei tre mesi a zonzo per il Sud America. SPAM è un mensile distribuito gratuitamente che trasporta su carta stampata i pensieri e le idee più interessanti trovati in internet: recensioni, articoli, grafiche, fotografie, illustrazioni, ricette, video. Cliccando sull’immagine sotto potete leggere il mio articolo “Un anarchico russo nella Terra del Fuoco” scelto dalla redazione di SPAM.

Diario di viaggio Hong Kong

Diario di viaggio Hong Kong

Hong Kong, Cina
Novembre 2012

Il mio organismo si è arreso ai sette fusi orari in avanti contro i quali si è imbattuto all’improvviso dopo un lungo volo e ha pensato bene di dimezzarmi le ore di sonno. E’ dall’alba che trotterello per le vie frenetiche di questa impressionante metropoli asiatica alla ricerca di scatti fotografici che ne immortalino l’anima e l’essenza. Il cielo uniformemente piallato di nubi pesanti color grigio fucile, ultimi scampoli di un monsone asiatico quest’anno restio ad arrendersi, non mi è di grande aiuto e so già che gli scatti migliori verranno di sera quando tutta Hong Kong rifulgerà più di un presepe natalizio. Se é venuto a Hong Kong a fare foto faccia presto a riprenderla dall’alto di Victoria Peak perché la pioggia è alle porte, mi aveva ammonito, in una profusione di sorrisi ed efficienza, l’impiegata dell’ufficio turistico al mio arrivo all’aeroporto, prima di propinarmi tutta una contraerea di luoghi per immortalare altri panorami urbani mozzafiato che, a suo dire, non dovevo assolutamente perdermi e che, invece, esausto per il viaggio e pigro per segnarmeli sulla mappa, avevo finito per dimenticare tutti già sull’autobus che mi portava in città.

Sapevo già fin da prima della partenza che non mi sarei dovuto attendere un bagno di umanità da questo mio breve viaggio. La grazia dei riti thailandesi, l’esotismo indonesiano o il fiero passato dei khmer indocinesi non abitano certamente qui anche se il continente è lo stesso. Tuttavia, l’impatto sociale con gli abitanti di questa metropoli, che si sta sempre più cinesizzando e dove il passato coloniale britannico si limita ormai al solo rito del tè delle 5, è stato più deludente di quanto mi immaginassi. In nessun altro luogo al mondo finora visto il progresso, sotto forma di gingilli tecnologici comunicativi, è riuscito nell’opera di generale rincoglionimento della massa. In quest’ultima propaggine di terra cinese che si frantuma elegantemente in un garbuglio di isole e penisole ha fatto, poi, particolarmente centro.

Sui treni immacolati della metropolitana aleggia un gelido mutismo e i passeggeri si trincerano dietro una realtà del tutto virtuale concentrando tutta l’attenzione sugli schermi dei loro più avanzati palmari. Messaggiano, forsennati, interminabili chattate, aggiornano il loro profilo su Facebook, guardano l’ultima puntata di una soap opera idiota o sfogano la loro tensione in un adrenalinico videogioco. Seduti, in piedi o persino camminando velocemente per gli interminabili corridoi sotterranei delle stazioni, la gente fissa imperterrita il proprio telefonino come se fosse il solo cordone ombelicale che la tiene in vita o che le dia una ragione per esistere a questo mondo. Nessuna traccia di libri o di tangibili segni di cultura a bordo dei treni. A Barcellona, la gente non ha perso il gusto della conversazione o, meglio ancora, della lettura di un libro o dei giornali sui mezzi pubblici. Quelli maggiormente al passo con i tempi, sfoggiano un libro elettronico ma pur sempre leggono. A Hong Kong mi sono recato presso diversi negozi di elettronica, che qui si contano come gli alberi in una foresta pluviale. Vi ho trovato i modelli di smartphones e di tablets più gettonati dal pubblico, ogni fotocamera esistente sul mercato, ma alla mia richiesta di vedere qualche modello di libro elettronico, l’impiegato di turno mi guardava intontito e, balbettando, replicava dispiaciuto che il negozio non ne era fornito.

Quando non è alle prese con lo scrivere frettolosamente un sms o nel curiosare su Facebook, qui la gente si nutre assiduamente di shopping e di interminabili maratone nei centri commerciali, autentici paradisi di lusso. In appena un paio d’ore di cammino, ho contato un numero sufficiente tra Rolls-Royce e Bentley e uno spropositato numero di boutique esclusive Rolex o Tiffany (nessuna delle quali priva di clienti) per togliermi qualsiasi dubbio che la recessione globale qui non sia di casa e per  realizzare amaramente l’idea che la Grecia sia agli antipodi di Hong Kong non solo geograficamente.

Da nessuna parte come qui è evidente la visione che il progresso tecnologico e il consumismo, al di fuori di ogni regola, ci stiano, piano piano, spolpando con la spietatezza di un tumore inesorabile e apparentemente invisibile. Qui a Hong Kong il cancro ha iniziato ad agire già da tempo annientando l’identità storica cittadina. Quel poco che resta del passato urbano, sotto forma di mercati popolari e case tradizionali, sta per soccombere inesorabilmente del tutto di fronte alla realizzazione di altri templi dello shopping e di avveniristici grattacieli destinati ad ospitare sedi per nuove brutali scorribande finanziarie in giro per il mondo.

La sensazione bruciante che Hong Kong sia in qualche modo la fotocopia del futuro che ci attende è inquietante. Neppure il panorama sull’impressionante distesa notturna di grattacieli illuminati dallo spettacolo di luci serali organizzate dal comune che si ammira dal vecchio vaporetto che attraversa il mare ventoso e le onde arruffate della baia in direzione di Kowloon, riesce nell’intento di rasserenarmi e ad essere un po’ più ottimista.

Diario di viaggio Birmania

Diario di viaggio Birmania

In navigazione tra Mandalay e Nyaung U, Birmania
Ottobre 2010

La pestilenziale fragranza di nafta sparata in aria dalla sontuosa canna fumaria irrita ostinatamente la mia gola mentre l’intero scafo vibra inesorabile come un trattore catarroso. Il vecchio e sgangherato battello sul quale mi trovo sembra uscito da un racconto di Kipling. Nel suo viaggio, che durerà una giornata intera, solca, con prudenziale lentezza, le gonfie acque limacciose del fiume Ayeyarwady traghettando vite, mercanzie varie e speranze e rompendo la monotonia con brevi soste nei villaggi rurali annunciate da fischi maestosi di vapore.

Il paesaggio birmano lentamente mi scorre davanti rigoglioso di verdeggianti risaie in ammollo punterellate di palme, casupole di paglia, conici tempietti solitari scintillanti di vernice dorata, scene contadine e bisonti che arano i campi. Nel cielo torreggiano vaporosi cavolfiori temporaleschi esaltati dalle correnti ascensionali mentre la provvidenziale brezza fluviale in volto rende finalmente gradevole l’ennesima giornata di caldo tropicale nel Myanmar. Circondato da una moltitudine di birmani che non si stancano mai di elargirti uno splendido e contagioso sorriso, me ne sto placidamente seduto a gambe accavallate sul pavimento del ponte superiore formato da consunte assi di legno intento a leggere un romanzo aperto in grembo. In realtà, il pensiero va ancora allo spettacolo dei Moustache Brothers della sera prima a Mandalay.

In una serata punteggiata di zanzare e appiccicosa di umidità con ancora nell’aria tutta la fragranza della pioggia martellante che ha condannato in ammollo mezza Mandalay, mi sono recato a vedere lo spettacolo di questa famiglia di comici per poter assaggiare ancor più da vicino la realtà di questo paese. I Moustache Brothers per anni hanno seminato allegria in ogni angolo del paese, anche i più irraggiungibili. Un’allegra compagnia di commedianti, musicisti e danzatori soliti viaggiare di villaggio in villaggio, oltre che nelle grandi città, per esibirsi in spettacoli in strada, feste di paese e perfino in occasione di matrimoni o nelle cerimonie funebri. Con la sola forza ostinata e laboriosa della satira e della risata hanno divertito grandi e piccini, ma hanno anche, pericolosamente, finito con il  trivellare la pazienza dei generali fino a fargliela perdere del tutto all’ennesima battuta politica di troppo sul loro operato. L’arma della ritorsione non ha tardato a manifestarsi ed ecco che, nel 1996, per due degli storici componenti del gruppo teatrale, è scattato l’arresto seguito da anni di spietati lavori forzati. La rapida e solidale mobilitazione di registi e attori hollywoodiani di un certo calibro spinse il governo dopo cinque anni di assurda prigionia a rilasciare i due “Fratelli” storici del gruppo: Par Par Lay e Lu Zaw.

A distanza di molti anni me li sono ritrovati davanti per assistere al loro spettacolo. Dal rilascio, i militari hanno proibito ai Mustache Brothers di esibirsi nuovamente in pubblico. Non contenti di questo, hanno pensato bene di limitare l’accesso ai loro spettacoli, tra le quattro pareti domestiche, ai soli turisti stranieri che, sempre più, accorrono a vederli quasi a voler portare una solidale testimonianza che non sono soli a questo mondo. Lu Maw è l’unico dei componenti a saper parlare bene l’inglese e per questo é divenuto la locomotiva trainante dello storico gruppo. Come al solito è impossibile dare un’età agli orientali ma la sua fronte arata da spesse rughe tradisce gli indelebili segni di una lunga e dura prigionia. Anni di lavori forzati fortunatamente non gli hanno smorzato la lingua e le sue battute circa la realtà politica del paese sono ancor più cariche di veleno e pungono come non mai. Spara sui generali, sui soldi che s’intascano, sulla corruzione dilagante, sulla prostituzione crescente ma riesce ad ironizzare sull’invasione di prodotti scadenti di origine cinese  e su tutto ciò che non funziona nel paese a partire da questa benedetta energia elettrica che va e viene tra un black-out e l’altro.  Benvenuti nel Myanmar ci accoglie Lu Maw con un sorriso e, proseguendo: però, per favore non rubate in giro. Sapete,  i generali odiano la concorrenza!

Ad assistere allo spettacolo stasera siamo appena in cinque quasi fosse un ritrovo di vecchi buoni amici. Il garage di casa fa da insolito palcoscenico e dentro echeggia un non so che di atmosfera gaia e caciarona.  Dal muro penzolano decine di bellissime marionette impolverate che raccontano storie e leggende birmane accanto ad una colorata catasta di cartelli che riassumono in parole inglesi il contenuto dello spettacolo e che lo stesso Lu Maw utilizza per accompagnare la sua esibizione e la sua satira avvelenata. Su un cartello che tiene in mano appare una profusione di sigle ben note: KGB, CIA, persino il SISMI! Li nomina uno ad uno e poi punta l’indice fuori dal garage come chiara allusione alla polizia segreta che ci sta ascoltando. Parte anche l’ennesima barzelletta che ancora ai generali militari fa girar loro le eliche: Par Par Lay va in India a farsi curare un brutto mal di denti. Il dentista meravigliato per il lungo viaggio affrontato gli chiede se nel Myamnar ci sono i dentisti e Par Par Lay gli dice che certo che ci sono ma ai pazienti non è concesso aprir bocca! Ad un certo punto, tra una battuta e l’altra, affiorano pure le manette. Incredibilmente, Lu Maw e Par Par Lay riescono ad ironizzare su un pezzo della loro vita trascorsa in carcere.

Il resto dello spettacolo è un tributo di musiche e passi di danze birmane eseguite dalla sorella e della moglie di Lu Maw in segno di omaggio alla tradizione e alla cultura folcloristica di questo incantevole paese. Entrambe possiedono la tipica grazia femminile orientale di così elegante bellezza esaltata anche dai variopinti costumi ricamati che indossano. Sia loro che Lu Maw e Par Par Lay hanno davanti un pugno di spettatori e per giunta stranieri. Sognano un giorno non lontano di potersi esibire nuovamente davanti al loro pubblico tradizionale birmano come è giusto che sia ma non si fanno illusioni più di tanto e si accontentano del nostro appoggio sotto forma di risate e battimani.

Tra poche settimane, nel paese ci saranno le prime elezioni politiche dopo vent’anni. Tutti sanno che sono una farsa e che il nome del vincitore è già stato deciso. Non ci saranno neppure gli osservatori internazionali delle Nazioni Unite a controllare eventuali irregolarità e brogli. I generali hanno promesso ad elezioni avvenute la liberazione dagli arresti domiciliari di Aung San Suu Kyi, leader storica dell’opposizione insignita del Nobel per la pace. Un ragazzo col quale parlavo una sera mentre mi trovavo a Yangon ad ammirare il gigantesco stupa dorato dello Shwedagon Paya aveva tagliato corto sulla speranza promessa: é solo un ricatto. Se la gente darà il proprio voto ai generali forse la libereranno davvero ma ormai qui non ci illudiamo più di nulla.

In compagnia di Lu Maw e Par Par Lay, storici componenti dei "Moustache Brothers"

Lu Maw durante lo spettacolo dei "Moustache Brothers"

La cognata di Lu Maw si esibisce in una tipica danza birmana

Diario di viaggio Patagonia e Tierra del Fuego

El Chaltén, Patagonia, Argentina
un “angelo custode” sul sentiero per il Fitz Roy
7 Luglio 2007

Diario di viaggio Patagonia e Tierra del FuegoDue occhi svegli, le orecchie tese e uno sguardo capace di trasmettere innocua bontà. All’ombra del fitto bosco silenzioso è sbucato, all’improvviso, sul sentiero calpestato dai nostri passi sicuri attutiti dalla neve e da allora è stato il nostro angelo custode, lungo tutto il percorso. Mai invadente, discretamente distante a sorvegliare ed accompagnare ora la nostra andatura, ora le brevi soste per immortalare uno scatto fotografico su panorami da cartolina così straordinari da toglierti, in un colpo solo, fiato e respiro.

Compagni di cammino come lui ne abbiamo incontrati tanti, troppi sulle strade di questo vasto paese che è l’Argentina. Cani. I migliori amici, si dice, di quell’uomo incapace spesso di ricambiare l’amore e la sincera fedeltà data dai quattro zampe. Non posso definirli randagi perché in parecchi casi sono animali di razza, belli nel pelo lucido e nel portamento. Vengono abitualmente abbandonati dai rispettivi proprietari dalla Pampa fin giù nella gelida Terra del Fuoco non appena crescendo pongono fine a quella loro tenera età di amorevoli cuccioli. Una volta in strada si riproducono e stanno pertanto divenendo un autentico esercito canino che prima o poi diverrà un grande problema (uno dei tanti) per l’Argentina.  Hanno imparato ad “affezionarsi” ai viaggiatori. Una carezza, un sorriso, magari un boccone per sfamarli. Non chiedono altro. Mi hanno affiancato nel mio cammino per una manciata di isolati o lungo i sentieri fuori città.

L’abbiamo simpaticamente battezzato Perrito questo nuovo temporaneo compagno di viaggio. Galoppa felice a quattro zampe superandoci tra le gambe sul percorso che si arrampica verso le imponenti pareti del Fitz Roy che si elevano in una verticalità magnificamente tutta dolomitica. Come un Caronte delle nevi guida il nostro cammino verso la meta con la lingua, di tanto in tanto, a penzoloni, annusando il profumo del bosco, poi tuffandosi, tutto di un tratto, con il naso nella neve fresca riassaporando così il gusto di giocare per qualche minuto. Se non sente più i nostri passi avanzare per il sentiero imbiancato torna indietro e, con lo sguardo, ci invita a riprendere il cammino. Non si lascia accarezzare ma lo vedi che è felice perché scodinzola come un turboelica in decollo. Me lo porterei a casa in un istante tanto mi ci sto affezionando. Ugualmente avrei fatto con quel cane che accompagnò il mio peregrinare per le strade centrali di San Antonio de Areco o con quelli che affollavano a turno l’ingresso dell’ostello di El Calafate presidiandolo o difendendolo quasi.

Nel cristallino pomeriggio invernale, gentilmente inondato di cangianti raggi solari che filtrano nel bosco dal cielo cobalto, il paese quasi fantasma di El Chaltén è restato molto giù a valle con la sua pianta urbanistica disordinata fatta di case di legno dai colori vivaci tra ristoranti, alberghi, ostelli, bar e negozi di souvenir per la stragrande maggioranza sbarrati in attesa della stagione calda. Adoro la luce invernale a queste latitudini australi. E’ cristallina ed eccezionalmente trasparente. I raggi solari restano obliqui per parecchie ore anche quando il sole raggiunge lo zenit e, di conseguenza, gran parte della giornata si tinge di luce calda, di tonalità gentili senza quella violenza abbagliante che ha il sole in estate.

Diario di viaggio Patagonia e Tierra del Fuego

E’ un paesaggio incredibilmente dorato quello che ci circonda, nella graduale ascensione verso il balcone panoramico affacciato su questa stupenda succursale dolomitica in piena Patagonia. Giù a valle nella piana abbagliante per i riflessi della neve, il fiume serpeggia semighiacciato nel rigido inverno di queste parti. Il sentiero, liberatosi finalmente del fitto intreccio di rami spogli di alberi e cespugli, concede una splendida vista a monte con le pareti rossastre del Fitz Roy, a tratti color del rame in striature verticali, che precipitano drammaticamente dall’alto degli oltre 3.400 metri di quota.

Il silenzio è assoluto, non c’è un alito di vento e il freddo intenso dell’alba, abbondantemente sottozero, ha concesso una tregua dorata dal sole. Sono minuti di trepide emozioni congelate per sempre tra i miei pensieri a coronare il sogno di una vita: esplorare la Patagonia. Sono bombardamenti emotivi che vanno ad aggiungersi a quelli già vissuti, quasi senza tregua, negli ultimi giorni: l’elegante saluto con la gigantesca e lucida pinna dato da uno splendido esemplare di balena franca australe, a pochi metri da me nelle acque della baia della penisola di Valdéz, gli iceberg color zaffiro dalle forme bizzarre quasi uscite dal genio dei mastri vetrai muranesi solcare le gelide acque del lago Argentino, le gigantesche pareti del maestoso ghiacciaio Perito Moreno emergere dalla bufera di neve tagliente come un rasoio in volto. Non si può desiderare altro da un viaggio che prosegue imperterrito a lasciarmi stupito con l’ingenuità di un bambino.

Difficile fare retromarcia per rientrare verso quella El Chaltén che, vista dalla selvaggia e solitaria bellezza di quassù finisce quasi con l’apparire come una inquietante metropoli al confronto. Perrito, inesorabilmente, ci segue, fiutando arbusti qua e là, allontanandosi solo quel che basta, quasi per pudore, nel concedersi un bisognino impellente. Poi quando le prime case abbagliate nelle facciate e nei tetti di verde pistacchio, rosso incendio o giallo girasole annunciano il paesino, così come era sbucato qualche ora prima, Perrito sparisce inghiottito dal bosco e aggiungendosi alla mia lista immaginaria di tutti quei cani che mi sarebbe piaciuto portare a casa con me.

Sull’autobus semivuoto che ci riporta a El Calafate, lungo il percorso sterrato sporco di neve e ghiaccio della mitica Ruta 40, la giornata muore incendiandosi, sul finale, in un tramonto che ha dello spettacolare.  All’orizzonte si rimpiccioliscono sempre più le propaggini meridionali della cordigliera andina e nella distesa seghettata di cime, sempre più lontana, riconosco nitidamente, tra le tante, le vette del Fitz Roy e le dita del Cerro Torre. Circondato dall’infinita steppa dorata di giallo, gli ultimi raggi di sole illuminano per un istante ancora un sorriso beato, quasi idiota, stampato come un timbro da passaporto sul mio volto. Porta la dicitura “felicità”.

Diario di viaggio Patagonia e Tierra del Fuego

Ushuaia, Tierra del Fuego, Argentina
Un anarchico russo alla fine del mondo
10 Luglio 2007

Alla fine del mondo, laddove il continente sud americano si stringe a imbuto in una filiale climatica che lascia intuire già il freddo dei non più lontani ghiacci dell’Antartide, splende un’insolita ma più che gradita parentesi primaverile. Mi crogiolo felicemente ai tiepidi raggi del sole che sciolgono le insidie del ghiaccio dai marciapiedi e dalle strade cittadine, sotto un cielo inaspettatamente di un azzurro intenso.
L’inverno argentino sembra essersi stranamente capovolto: 6 gradi a Ushuaia, già in una tarda mattinata del rigido luglio australe, fanno quasi notizia come la neve che, ironia della sorte, ha imbiancato la lontanissima capitale argentina dopo quasi un secolo. Le montagne innevate, che coronano l’incantevole panorama della città più meridionale della terra, si riflettono nelle calme acque del porto disseminato di navi mercantili e piccole imbarcazioni colorate, risaltando i loro pendii rocciosi nell’intensa nitidezza della luce. Non soffia un alito di vento e anche le onde che, solitamente, agitano le acque del canale di Beagle sembrano essersi concesse un breve riposo.

In questo, tutt’altro che sgradito, contesto meteorologico a togliere improvvisamente di torno tutto il lato crudo e drammatico dell’inverno a queste basse latitudini, mi sono rifugiato all’interno di quello che, una volta, fu il fulcro di Ushuaia: il penitenziario.  Quaggiù la storia l’hanno fatta soprattutto i carcerati. Scontando le loro pene, per delitti commessi molto più a nord, centinaia di detenuti hanno trasformato, con il tempo, un ambiente naturale disabitato e particolarmente ostile all’uomo in un vero insediamento umano. Grazie anche a loro Ushuaia è divenuta l’odierna graziosa cittadina di trentamila abitanti in continua evoluzione dietro la spinta di un turismo in grado di richiamare sempre più snowboarder d’inverno e amanti del trekking d’estate. La città più meridionale del mondo trae origine da un carcere costruito dagli stessi detenuti, portati quaggiù a bordo di una nave poco più di un secolo fa a scontare le loro pene. Miserevoli baracche di lamiera, assolutamente inadatte a dare protezione dinanzi al lungo inverno della Terra del Fuoco così terribilmente rigido e ventoso, furono in seguito sostituite da un autentico carcere in muratura in grado di accogliere già negli anni Venti del secolo scorso almeno seicento prigionieri.

Furono gli stessi detenuti a stendere i binari della prima linea ferroviaria, oggi diventata una costosa attrazione turistica, in questa remota parte del mondo facendosi faticosamente strada attraverso la fitta boscaglia. E’ grazie al loro improvvisato ruolo di spietati taglialegna che Ushuaia ebbe il riscaldamento assicurato per innumerevoli dei suoi lunghi inverni. Crudeli serial killer rei di efferati delitti ma anche noti scrittori colpevoli per il solo fatto di risultare sgraditi alle giunte militari che saltuariamente minavano la democrazia nel paese. Simon Radowitzky è probabilmente il prigioniero più celebre della storia carceraria in quest’angolo fatato dalla natura. Immigrato dalle lontane steppe della Russia zarista, ancora giovane ma già irrobustito dal duro lavoro nei cantieri ferroviari argentini e da un crescente interesse verso l’ideologia anarchica e la lotta di classe, lanciò una bomba al passaggio dell’auto del capo della polizia, a Buenos Aires nel 1909, uccidendolo. Graziato proprio per la sua giovane età dalla condanna a morte, rabbiosamente agognata da molti, fu spedito a Ushuaia con qualche fotografia di famiglia come suo unico bagaglio.

Durante la lunga prigionia, interrotta da un’evasione durata il tempo per respirare appena un po’ di aria pulita e di libertà sulla pelle, Radowitzky sopportò, stoicamente, ogni tipo di punizioni inflittegli compresa una violenza sessuale ad opera del sostituto del governatore con l’ausilio di tre poliziotti. Nel 1930, venne liberato dall’allora presidente argentino, si dice, a titolo di gesto distensivo nei confronti della classe operaia presso la quale Radowitzky era già divenuto un nome leggendario. Per evitare ulteriori disordini politici in una Buenos Aires già agitata dagli scioperi dei lavoratori, spesso duramente repressi nel sangue, l’anarchico russo venne imbarcato direttamente su una nave diretta da Ushuaia a Montevideo.

Non rivide più l’Argentina. Nel 1936 si imbarcò per la Spagna ma la sua vita era già segnata da un crescente esaurimento nervoso e dalla mancanza di interessanti prospettive politiche. Ricoprì un umile incarico da impiegato al consolato uruguayano in Messico e fece qualche viaggetto negli Stati Uniti per visitare la sua famiglia, prima che un attacco cardiaco stroncasse definitivamente la sua vita nel 1956. Fino a non molti anni fa, lettere di ammirazione da anarchici di ogni latitudine giungevano all’indirizzo del penitenziario di Ushuaia, oggi divenuto un bel museo ricco di particolari storici. Una di queste, in una bella scrittura a mano, con tanto di busta indirizzata e francobollo postale, fa la sua figura incorniciata alla parete di quella che fu la piccola fredda e malsana cella del detenuto Simon Radowitzky.

Diario di viaggio Patagonia e Tierra del Fuego