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Diario di viaggio Yemen

Diario di viaggio Yemen

San’a’, Yemen
Gennaio 2007

Il cerchio si chiude. Come una ruota, emblema di spostamenti, il viaggio, ancora una volta, mi è sembrato la metafora di una strada che ti spinge a guardare in avanti per capire ciò che ti sei lasciato indietro inseguendo ora i misteri del tuo io che ti porti appresso ora la tappa successiva da raggiungere. Sono di nuovo a Sanaa. Tutto era iniziato un paio di settimane fa proprio su questo tetto a terrazza ritornato ad accogliermi sul fare della sera, accarezzato da una fresca brezza portata dai vicini monti, dorato dagli ultimi raggi del sole e dai cangianti riflessi emanati da calce e adobe delle case a torre che svettano verso il cielo in compagnia di eleganti minareti. L’improvviso catapultarmi nel cuore della notte dall’aeroporto, finalmente benedetto da un visto d’ingresso, tra labirintiche stradine deserte all’ombra di incantevoli e secolari grattacieli in mattoni di fango imbiancati a calce, decorati con eleganti motivi geometrici e rivestiti di magnifiche vetrate istoriate a doppia lastra dai caleidoscopici riflessi di luce. Così Sanaa mi aveva elargito il suo biglietto di visita alla vigilia di un Natale che qui non esiste neppure negli spot televisivi. Era stato come fare l’ingresso, in punta di piedi, nelle pagine di un racconto tratto da mille e una notte prima di cadere vittima gradita di un buon sonno ristoratore.

 

Perso nello sguardo contemplativo disteso su quel fiabesco panorama urbano unico al mondo che è Sanaa ho rivissuto alla moviola lo Yemen esplorato in queste due settimane. Una panoplia di immagini, conoscenze ed emozioni a volte uniche, irripetibili che solo il viaggio sa donarti: l’isteria informe degli automobilisti, a bordo di vecchi rottami che solo per pietoso eufemismo si possono ancora definire automobili e che trasforma uomini cordiali fino a pochi minuti prima che si mettessero al volante in bastardi di prim’ordine, il rito collettivo, per certi versi definibile quasi aulico, della masticazione del qat che coinvolge una buona parte della popolazione maschile yemenita gonfiando sul finire del giorno le loro guance sinistre a livelli ascessuali mai visti prima, il classico andirivieni serale di contraeree di bombole di gas da cambiare in decine di abitazioni della vecchia Sanaa salutato da una marea di persone che gridano tutte all’unisono uno sull’altro, la litania liturgica scatenata all’alba dal muezzin della moschea di Sayun a pochissime decine di metri di distanza in linea d’aria dal mio letto e responsabile di sonni infranti da infarto garantito. Ho ghermito dai ricordi di strada l’altalenante susseguirsi di dune di sabbia ora color ocra, ora dell’argilla separate dal rettilineo d’asfalto per Shibam e assorbito panorami lunari e vulcanici riempiti in ordine sparso da impervie montagne percorse nei fianchi da profonde scanalature rocciose miste a sabbia dorata quasi sul punto di sgretolarsi, da un momento all’altro, sotto il sole impietoso del deserto.

Avrei voluto scendere dall’auto lanciata a folle velocità in mezzo a quel nulla e raggelare il vuoto riempito di silenzi arsi dal sole con un mio urlo liberatorio per il solo gusto di dire che esistevo pure io in quel panorama di desolante ma rara bellezza e che volevo bene a quella parte del mondo sulla quale poggiavano i miei occhi e le mie emozioni di instancabile viandante del mondo. Le strade percorse in due settimane di viaggio sono state teatro di nuove conoscenze, ora di viaggiatori, ora di semplice gente del posto. Piccole occasioni per apprendere la realtà del posto attraverso l’inglese rudimentale di qualche abitante del luogo, per essere interrogato sulle formazioni calcistiche da frotte di ragazzini sempre pronti ad inseguire un pallone o anche per dire che in occidente non tutti debbano necessariamente pensarla come Blair e Bush! Frasi, parole, fluido conversare infilando magari le parole tra virgolette, uncinando l’aria con le dita per dare maggiore enfasi a ciò che si stava dicendo.

Ripenso ai tre simpatici studenti africani della madrassa di Tarim con i quali ho condiviso in piacevole compagnia un passaggio in auto o, dinanzi ad un irresistibile frullato di frutta di un baretto scrauso sulla piazza principale di Sayun, all’amico bavarese da troppi anni a zonzo per il mondo con quel suo inconfondibile mix di risate soffocate e pronuncia sincopata dell’inglese o ancora a quel fuori di testa di un backpacker giapponese che ha attraversato l’intera Asia via terra prima di giungere nell’estremità meridionale della penisola arabica e … scattarmi una foto ricordo!

Avrei desiderato essere padrone di un numero di vocaboli in arabo sufficienti a chiedere a quell’uomo, intento a valutare attentamente quale confezione di biscotti acquistare nella corsia di un piccolo supermercato di Marib, che bisogno reale avesse di portarsi a tracolla un kalashnikov ormai logoro nella canna e nell’impugnatura metallica e perché mai facessero altrettanto uomini e persino ragazzi neppure maggiorenni in quella fin troppo tranquilla e sonnolenta cittadina invasa di sabbia del deserto e andirivieni di autobotti dalla vicina Arabia Saudita. Avrei voluto urlare la mia indignazione dinanzi alla sporcizia atomica in cui versa ogni angolo del paese laddove ci sia la minima parvenza di insediamenti umani e dare un senso a tutti quei milioni di variopinti sacchetti di plastica allegramente spazzati ovunque dal vento e infilzati tra i rami degli alberi e le spine di arbusti nel deserto che stanno trasformando lo Yemen nella più immensa discarica a cielo aperto sulla terra.

Nell’ultimo sipario di luce del giorno su Sanaa ripenso a tutto il viaggio che è stato e anche a tutto quello che mi sarebbe piaciuto fare in queste due settimane, al modo schietto e genuino di essere degli yemeniti, alla naturalezza del loro interagire e all’attenzione che danno all’ospitalità e alla gentilezza, valori che sono fondamentali a non farti sentire necessariamente straniero in un paese lontano da casa tua. A volte basta un sorriso o una parola scambiata con un passante e così anche un inaspettato Merry Christmas auguratomi da un anziano nel trambusto di una strada trafficata della nuova Sanaa il 25 dicembre è stato il dono più gradito che potessi ricevere a Natale in un paese musulmano! Adesso è tempo di pensare ad un nuovo viaggio. Il cerchio si è chiuso.

Diario di viaggio Yemen

Diario di viaggio Australia

King Creek, Northern Territory, Australia
Ottobre 1994

Diario di viaggio AustraliaMi sono destato all’improvviso a notte fonda racchiuso nel dolce tepore del mio sacco a pelo; l’impressione è quella di aver dormito una vita. Invece no, sono appena le 2. Eppure non c’é più traccia alcuna della stanchezza che già alle dieci di ieri sera mi era piombata addosso come un colpo di scure. Non arde più quel fuoco che aveva allietato il dopo cena della simpatica compagine e accanto al quale ci eravamo esibiti a turno con il didgeridoo (senza molto successo, a dire il vero).  Tutto tace adesso mentre gli altri proseguono beati il loro sonno. Il silenzio si sfalda solo al sibilare inquieto del vento che agita le fronde polverose di un vicino albero e urta il crescendo di smarrimento e inquietudine, nel mio contemplare solitario questo firmamento in versione technicolor.

L’estensione naturale di solitudine e di desolazione che per migliaia di chilometri si irradia inesorabile verso ogni direzione è pari solamente all’infinita volta celeste che diluisce la notte stigia degli Antipodi in uno spettacolare e nitido arazzo di galassie e costellazioni, di stelle cadenti e di satelliti in orbita. In questo remoto punto, ombelico del più primitivo dei continenti, che pare fluttuare nello spazio temporale-geografico del nulla eterno, da quarantamila anni la notte incombe alla fine del giorno come un arpia nera color pece.  Il buio è pari solo all’eterna oscurità che traspare dall’oblò di un’astronave che sfreccia nello spazio, mentre la trasparenza cristallina della luce finisce con il trasformare il cielo in una sfavillante Broadway stellare sospesa lassù tra la Via Lattea e la croce del sud. Ieri l’altro ci eravamo messi in viaggio verso i monti Kata Tjuta. Per gli aborigeni un tempio votivo da millenni; ai nostri occhi, più semplicemente dei panettoni di granito rosso che pioggia e vento hanno corroso e limato in profili geometricamente netti a rompere il monotono piattume di questo deserto.

E’ un viaggio che imbocca improvvise deviazioni, fa retromarce, si allunga, non dà retta alcuna all’orologio, ma si asseconda perfettamente alle nostre regole di appassionati fotografi, desiderosi di immortalare ogni scorcio, ogni prospettiva cristallina che questo deserto concede lungo il tragitto percorso. Sembravamo i Flintstones in vacanza. Sulla mitica Barina noleggiata ad Ayers Rock, Lutz non faceva altro che millantare di tutto, anche inesistenti abilità navigatrici: ma quali cartine, a me basta seguire il mio istinto! E di fatti, al primo bivio, il buon tedesco imbocca la strada sbagliata. Dietro, le ritrovate Anna e Mariangela, provette infermiere di Trento a spasso per la terra dei canguri senza sapere quasi una parola di inglese, non facevano che propinarci canti alpini a iosa, che andavano a mescolarsi in un improbabile cocktail di note con il rock degli Yothu Yindi sparati dall’autoradio.

I chilometri si squagliavano sul grigio nastro d’asfalto che taglia in due la sconfinata distesa di sabbia rossa. Fuori l’aria arroventata, di tanto in tanto, innalzava ai lati della strada improvvisi mulinelli turbolenti, generati dal calore rifranto dalla superficie desertica contro il cielo. Trombe d’aria in miniatura che gli australiani con ilarità chiamano willy-willy. Tra le gole dei monti Kata Tjuta l’aria bruciava come la bocca spalancata di un forno, le nostre taniche di acqua da 4 litri si erano esaurite in poche ore, mentre un esercito vischioso di mosche ci aveva tenuto compagnia, facendoci riscoprire tra noi la naturalezza delle pacche sulla schiena e sulle gambe e il piacere di far fare ginnastica a braccia e mani per allontanare questi autentici simpaticoni dai nostri volti. Ci pareva di dominarle queste montagne con la nostra sola presenza.
Gran parte dei turisti viene nel deserto solo per andare ad annidarsi come api su e giù per l’Uluru, con i soliti risentimenti di rito degli aborigeni. Questi monti finiscono così con l’essere ingiustamente quasi ignorati del tutto. Eppure affascinano più del cugino Uluru, nella loro sontuosità più massiccia e solenne. Al tramonto svelano tutto il loro maestoso fascino, sprigionando dal curioso colore della roccia infinite tonalità di rosso che cambiano all’impercettibile mutare della luce. Accade la stessa cosa anche sull’Uluru, ma qui il fenomeno si amplifica riflettendosi su ognuno degli innumerevoli panettoni che vanno a comporre questo gruppo di montagne, partorite dal nulla.

Il vento, sul finire del giorno, si leva improvviso e soffiando attraverso gli stretti canyon sulle pareti dei quali, in reconditi incavi, gli aborigeni hanno dipinto fin dalla notte dei tempi sacri murales dal significato a noi precluso, crea un concerto di suoni che echeggia tra le labirintiche gole di questo anfiteatro naturale. Non dura molto. Con le prime stelle le montagne ripiombano nell’innaturale silenzio del deserto. Prima però c’è giusto il tempo, per Anna, di amplificare un suo urlo verso tutte le direzioni. Un’iguana lunga un metro, che si stava crogiolando agli ultimi raggi di sole, le ha fatto una linguaccia. La sensibilità delle donne!

Tra poche ore, all’alba, ci attenderà il King Canyon prima di puntare verso Alice Springs. Provo allora a rigirarmi nel mio sacco a pelo nella speranza di poter ritrovare finalmente il sonno latitante, quando ecco che i miei occhi incrociano a pochi metri di distanza quelli di un dingo all’avanscoperta del nostro accampamento. Si muove con circospezione, guardandosi attorno timoroso, alla vana ricerca di qualche avanzo. Ripenso a qualche sera fa, quando al resort di Yulara mi era stato rubato il sacchetto della spesa, inavvertitamente lasciato dal sottoscritto fuori dalla tenda di Lutz, contenente tutti gli ingredienti per preparare una lauta et abundante cena. Mi aveva allora apostrofato una sagoma australiana con fare divertito: A quanto pare l’olfatto dei dingo è stato più veloce della tua fame!, aggiungendo poi a mo’ di gettone di consolazione: No worries, mate, sai, capita spesso ai turisti da queste parti. Mi rodevano il fegato, per l’incazzatura difficile da smaltire, e lo stomaco, per la fame ormai dirompente.  Il fortunato ladro non aveva poi dovuto faticare tanto. La cena gliela avevo praticamente servita su un piatto d’argento. Eppure, vuole il caso, che il furto fosse avvenuto in concomitanza con l’arrivo di un’ampia comitiva di napoletani, catapultati forse da un charter qui nel vicino hotel recentemente tirato su di fretta.

Sfumata l’idea di cucinare e dinanzi ad un hamburger di cammello fumante, nell’unico ristorante per un raggio di alcune centinaia di chilometri, ancora mi chiedevo chi potesse essere stato l’autore del furto gastronomico, anche se ormai non aveva più molta importanza a dire il vero. Mi ero come mio solito scritto una cartolina da spedire a casa e poi, fugati gli ultimi dubbi, avevo voluto convincermi del vero colpevole.
Mica si può dare sempre la colpa ai dingo, no?