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Diario di viaggio Hong Kong

Diario di viaggio Hong Kong

Hong Kong, Cina
Novembre 2012

Il mio organismo si è arreso ai sette fusi orari in avanti contro i quali si è imbattuto all’improvviso dopo un lungo volo e ha pensato bene di dimezzarmi le ore di sonno. E’ dall’alba che trotterello per le vie frenetiche di questa impressionante metropoli asiatica alla ricerca di scatti fotografici che ne immortalino l’anima e l’essenza. Il cielo uniformemente piallato di nubi pesanti color grigio fucile, ultimi scampoli di un monsone asiatico quest’anno restio ad arrendersi, non mi è di grande aiuto e so già che gli scatti migliori verranno di sera quando tutta Hong Kong rifulgerà più di un presepe natalizio. Se é venuto a Hong Kong a fare foto faccia presto a riprenderla dall’alto di Victoria Peak perché la pioggia è alle porte, mi aveva ammonito, in una profusione di sorrisi ed efficienza, l’impiegata dell’ufficio turistico al mio arrivo all’aeroporto, prima di propinarmi tutta una contraerea di luoghi per immortalare altri panorami urbani mozzafiato che, a suo dire, non dovevo assolutamente perdermi e che, invece, esausto per il viaggio e pigro per segnarmeli sulla mappa, avevo finito per dimenticare tutti già sull’autobus che mi portava in città.

Sapevo già fin da prima della partenza che non mi sarei dovuto attendere un bagno di umanità da questo mio breve viaggio. La grazia dei riti thailandesi, l’esotismo indonesiano o il fiero passato dei khmer indocinesi non abitano certamente qui anche se il continente è lo stesso. Tuttavia, l’impatto sociale con gli abitanti di questa metropoli, che si sta sempre più cinesizzando e dove il passato coloniale britannico si limita ormai al solo rito del tè delle 5, è stato più deludente di quanto mi immaginassi. In nessun altro luogo al mondo finora visto il progresso, sotto forma di gingilli tecnologici comunicativi, è riuscito nell’opera di generale rincoglionimento della massa. In quest’ultima propaggine di terra cinese che si frantuma elegantemente in un garbuglio di isole e penisole ha fatto, poi, particolarmente centro.

Sui treni immacolati della metropolitana aleggia un gelido mutismo e i passeggeri si trincerano dietro una realtà del tutto virtuale concentrando tutta l’attenzione sugli schermi dei loro più avanzati palmari. Messaggiano, forsennati, interminabili chattate, aggiornano il loro profilo su Facebook, guardano l’ultima puntata di una soap opera idiota o sfogano la loro tensione in un adrenalinico videogioco. Seduti, in piedi o persino camminando velocemente per gli interminabili corridoi sotterranei delle stazioni, la gente fissa imperterrita il proprio telefonino come se fosse il solo cordone ombelicale che la tiene in vita o che le dia una ragione per esistere a questo mondo. Nessuna traccia di libri o di tangibili segni di cultura a bordo dei treni. A Barcellona, la gente non ha perso il gusto della conversazione o, meglio ancora, della lettura di un libro o dei giornali sui mezzi pubblici. Quelli maggiormente al passo con i tempi, sfoggiano un libro elettronico ma pur sempre leggono. A Hong Kong mi sono recato presso diversi negozi di elettronica, che qui si contano come gli alberi in una foresta pluviale. Vi ho trovato i modelli di smartphones e di tablets più gettonati dal pubblico, ogni fotocamera esistente sul mercato, ma alla mia richiesta di vedere qualche modello di libro elettronico, l’impiegato di turno mi guardava intontito e, balbettando, replicava dispiaciuto che il negozio non ne era fornito.

Quando non è alle prese con lo scrivere frettolosamente un sms o nel curiosare su Facebook, qui la gente si nutre assiduamente di shopping e di interminabili maratone nei centri commerciali, autentici paradisi di lusso. In appena un paio d’ore di cammino, ho contato un numero sufficiente tra Rolls-Royce e Bentley e uno spropositato numero di boutique esclusive Rolex o Tiffany (nessuna delle quali priva di clienti) per togliermi qualsiasi dubbio che la recessione globale qui non sia di casa e per  realizzare amaramente l’idea che la Grecia sia agli antipodi di Hong Kong non solo geograficamente.

Da nessuna parte come qui è evidente la visione che il progresso tecnologico e il consumismo, al di fuori di ogni regola, ci stiano, piano piano, spolpando con la spietatezza di un tumore inesorabile e apparentemente invisibile. Qui a Hong Kong il cancro ha iniziato ad agire già da tempo annientando l’identità storica cittadina. Quel poco che resta del passato urbano, sotto forma di mercati popolari e case tradizionali, sta per soccombere inesorabilmente del tutto di fronte alla realizzazione di altri templi dello shopping e di avveniristici grattacieli destinati ad ospitare sedi per nuove brutali scorribande finanziarie in giro per il mondo.

La sensazione bruciante che Hong Kong sia in qualche modo la fotocopia del futuro che ci attende è inquietante. Neppure il panorama sull’impressionante distesa notturna di grattacieli illuminati dallo spettacolo di luci serali organizzate dal comune che si ammira dal vecchio vaporetto che attraversa il mare ventoso e le onde arruffate della baia in direzione di Kowloon, riesce nell’intento di rasserenarmi e ad essere un po’ più ottimista.

Ruote delle preghiere

Ruote delle preghiere

Le ruote delle preghiere sono una presenza costante nella fede buddista tibetana. In mano ai fedeli oppure lungo il perimetro murale esterno del singolo tempio, sono uno strumento di preghiera recante l’iscrizione mistica buddista Om mani padme hung. Conosciute con il nome tibetano di chokhor, le ruote delle preghiere sono, in base alle dimensioni, di due tipi. Quelle portatili che si vedono in mano ai fedeli buddisti, ovvero delle ruote cilindriche in rame con un coperchio removibile dove è nascosta una piccola cavità nella quale è attorcigliata una sottile e lunga striscia di carta di riso contenente gli antichi Mantra.

Al girare della ruota, la preghiera custodita dentro si sbriciola in tanti pezzettini che il vento trasporterà via in ogni direzione. Un giro di ruota corrisponde ad una preghiera recitata e una costante pratica religiosa porta al fedele un karma positivo per la sua prossima vita. Per questa ragione, in giro per il Tibet si vedono i fedeli a qualsiasi ora del giorno far girare la ruota della preghiera e mormorare sottoovoce i mantra indipendentemente da quello che stanno facendo in quel dato momento.

Esistono poi ruote delle preghiere di più grande dimensione e disposte in fila su supporti di legno lungo le strade oppure intorno ai templi o altri edifici sacri. I fedeli buddisti girano il tempio in senso orario (quelli di Bon, la religione tibetana antecedente al Buddismo, in senso antiorario) facendo ruotare i singoli cilindri nella speranza di trarne, il più possibile, karma positivo.

La pedalata finisce sul giornale

La pedalata finisce sul giornale

Di buon mattino, sotto un sole già dardeggiante, si parte in bicicletta all’esplorazione dei templi più distanti e meno appariscenti di Bagan, ovvero quelli snobbati dalla moltitudine dei turisti e dall’esercito dei venditori locali. Seguiamo una strada asfaltata alla meglio che serpeggia, ondulando dolcemente, in saliscendi appena accennati. Intorno è tutto un paesaggio bucolico costellato da una miriade di antichi templi buddisti e di stupa dorati che si innalzano nella foschia tra palme rigogliose e alberi d’acacia riflessi dagli specchi d’acqua dei campi inondati dove già vedi i contadini faticare ammollo alla guida di aratri in legno trascinati da bufali mansueti.

Attraversiamo un piccolo villaggio in festa. Una giovane coppia ha appena contratto matrimonio e si accinge a salire su una vecchia automobile giapponese degli anni Ottanta tutta inghirlandata di fiori esotici e variopinti. Mi unisco ad un paio di fotografi del posto per immortalare questi momenti di gioia salutati anche dai tamburi di una banda musicale e poi, di nuovo in sella, imbocchiamo una strada sterrata laterale mentre la mia fronte gronda già come una piccola riproduzione delle cascate del Niagara. Sostiamo presso un tempio digradante in strette terrazze di mattoni rossi in lotta contro la fitta vegetazione che tenta di inghiottirli lentamente. Sotto un cielo che va riempiendosi di bianchi cavolfiori, chiedo a Luca, un viaggiatore italiano che si è unito alla nostra pedalata, di riprendere me ed Antonio in sella alle nostre biciclette sullo sfondo di due tempietti attigui. Foto ricordo che decido, una volta rientrato a casa, di spedire all’agenzia fotografica Alamy assieme a tutte quelle selezionate tra le tante scattate durante il viaggio in Myanmar. A distanza di mesi, qualche giorno fa, inaspettatamente, scopro che quello scatto è stato acquistato e pubblicato da un importante quotidiano britannico a corredo di un articolo dedicato al ritorno dei turisti nel Myanmar.

Un mondo che non esiste più (di Tiziano Terzani)

Un mondo che non esiste più di Tiziano Terzani

UN MONDO CHE NON ESISTE PIU’
di Tiziano Terzani
Ed. Longanesi

Tiziano Terzani era un ottimo comunicatore, dote non sempre scontata per un giornalista. Nei suoi incontri con la gente per strada, con i monaci nei templi e con i drammi della guerra o della povertà, ha saputo raccontarci quell’Asia, diventata negli anni ormai casa sua, in modo diretto, semplice, ma soprattutto umano. In questo suo splendido libro facciamo conoscenza anche con il Terzani fotografo perché, come era solito dire, l’immagine è un’esigenza lì dove le parole da sole non bastano. Ecco allora affiorare, nelle circa trecento pagine di questo libro, le immagini di molti dei volti e dei luoghi spesso narrati nei suoi libri: la fine della guerra in Vietnam, gli orrori del genocidio in Cambogia, l’esultanza del popolo filippino alla caduta del dittatore Marcos, le inquadrature dei cinesi ancora vestiti con l’inconfondibile divisa maoista scattate nei suoi giri in bicicletta, i paesaggi più remoti e sconfinati del Mustang o del Tibet raggiunti a dorso di cavallo, una scuola di piccoli monaci buddhisti o il primo piano sofferente di un muratore indiano.

Di fotogramma in fotogramma, come se fosse il film in bianco e nero della sua vita, affiorano tanti ricordi che testimoniano alcuni dei grandi eventi che hanno fatto la Storia e un mondo, soprattutto quello cinese, inesorabilmente cancellato proprio da quella travolgente corsa alla modernizzazione che Terzani stesso disprezzava pienamente. La duplice narrazione, attraverso le sue parole e i suoi scatti fotografici, ci restituiscono luoghi, volti, eventi intensamente vissuti e amati da un passato ormai lontano. Un’ultima possibilità di conoscere meglio l’affascinante animo dell’uomo Terzani.

Diario di viaggio Birmania

Diario di viaggio Birmania

In navigazione tra Mandalay e Nyaung U, Birmania
Ottobre 2010

La pestilenziale fragranza di nafta sparata in aria dalla sontuosa canna fumaria irrita ostinatamente la mia gola mentre l’intero scafo vibra inesorabile come un trattore catarroso. Il vecchio e sgangherato battello sul quale mi trovo sembra uscito da un racconto di Kipling. Nel suo viaggio, che durerà una giornata intera, solca, con prudenziale lentezza, le gonfie acque limacciose del fiume Ayeyarwady traghettando vite, mercanzie varie e speranze e rompendo la monotonia con brevi soste nei villaggi rurali annunciate da fischi maestosi di vapore.

Il paesaggio birmano lentamente mi scorre davanti rigoglioso di verdeggianti risaie in ammollo punterellate di palme, casupole di paglia, conici tempietti solitari scintillanti di vernice dorata, scene contadine e bisonti che arano i campi. Nel cielo torreggiano vaporosi cavolfiori temporaleschi esaltati dalle correnti ascensionali mentre la provvidenziale brezza fluviale in volto rende finalmente gradevole l’ennesima giornata di caldo tropicale nel Myanmar. Circondato da una moltitudine di birmani che non si stancano mai di elargirti uno splendido e contagioso sorriso, me ne sto placidamente seduto a gambe accavallate sul pavimento del ponte superiore formato da consunte assi di legno intento a leggere un romanzo aperto in grembo. In realtà, il pensiero va ancora allo spettacolo dei Moustache Brothers della sera prima a Mandalay.

In una serata punteggiata di zanzare e appiccicosa di umidità con ancora nell’aria tutta la fragranza della pioggia martellante che ha condannato in ammollo mezza Mandalay, mi sono recato a vedere lo spettacolo di questa famiglia di comici per poter assaggiare ancor più da vicino la realtà di questo paese. I Moustache Brothers per anni hanno seminato allegria in ogni angolo del paese, anche i più irraggiungibili. Un’allegra compagnia di commedianti, musicisti e danzatori soliti viaggiare di villaggio in villaggio, oltre che nelle grandi città, per esibirsi in spettacoli in strada, feste di paese e perfino in occasione di matrimoni o nelle cerimonie funebri. Con la sola forza ostinata e laboriosa della satira e della risata hanno divertito grandi e piccini, ma hanno anche, pericolosamente, finito con il  trivellare la pazienza dei generali fino a fargliela perdere del tutto all’ennesima battuta politica di troppo sul loro operato. L’arma della ritorsione non ha tardato a manifestarsi ed ecco che, nel 1996, per due degli storici componenti del gruppo teatrale, è scattato l’arresto seguito da anni di spietati lavori forzati. La rapida e solidale mobilitazione di registi e attori hollywoodiani di un certo calibro spinse il governo dopo cinque anni di assurda prigionia a rilasciare i due “Fratelli” storici del gruppo: Par Par Lay e Lu Zaw.

A distanza di molti anni me li sono ritrovati davanti per assistere al loro spettacolo. Dal rilascio, i militari hanno proibito ai Mustache Brothers di esibirsi nuovamente in pubblico. Non contenti di questo, hanno pensato bene di limitare l’accesso ai loro spettacoli, tra le quattro pareti domestiche, ai soli turisti stranieri che, sempre più, accorrono a vederli quasi a voler portare una solidale testimonianza che non sono soli a questo mondo. Lu Maw è l’unico dei componenti a saper parlare bene l’inglese e per questo é divenuto la locomotiva trainante dello storico gruppo. Come al solito è impossibile dare un’età agli orientali ma la sua fronte arata da spesse rughe tradisce gli indelebili segni di una lunga e dura prigionia. Anni di lavori forzati fortunatamente non gli hanno smorzato la lingua e le sue battute circa la realtà politica del paese sono ancor più cariche di veleno e pungono come non mai. Spara sui generali, sui soldi che s’intascano, sulla corruzione dilagante, sulla prostituzione crescente ma riesce ad ironizzare sull’invasione di prodotti scadenti di origine cinese  e su tutto ciò che non funziona nel paese a partire da questa benedetta energia elettrica che va e viene tra un black-out e l’altro.  Benvenuti nel Myanmar ci accoglie Lu Maw con un sorriso e, proseguendo: però, per favore non rubate in giro. Sapete,  i generali odiano la concorrenza!

Ad assistere allo spettacolo stasera siamo appena in cinque quasi fosse un ritrovo di vecchi buoni amici. Il garage di casa fa da insolito palcoscenico e dentro echeggia un non so che di atmosfera gaia e caciarona.  Dal muro penzolano decine di bellissime marionette impolverate che raccontano storie e leggende birmane accanto ad una colorata catasta di cartelli che riassumono in parole inglesi il contenuto dello spettacolo e che lo stesso Lu Maw utilizza per accompagnare la sua esibizione e la sua satira avvelenata. Su un cartello che tiene in mano appare una profusione di sigle ben note: KGB, CIA, persino il SISMI! Li nomina uno ad uno e poi punta l’indice fuori dal garage come chiara allusione alla polizia segreta che ci sta ascoltando. Parte anche l’ennesima barzelletta che ancora ai generali militari fa girar loro le eliche: Par Par Lay va in India a farsi curare un brutto mal di denti. Il dentista meravigliato per il lungo viaggio affrontato gli chiede se nel Myamnar ci sono i dentisti e Par Par Lay gli dice che certo che ci sono ma ai pazienti non è concesso aprir bocca! Ad un certo punto, tra una battuta e l’altra, affiorano pure le manette. Incredibilmente, Lu Maw e Par Par Lay riescono ad ironizzare su un pezzo della loro vita trascorsa in carcere.

Il resto dello spettacolo è un tributo di musiche e passi di danze birmane eseguite dalla sorella e della moglie di Lu Maw in segno di omaggio alla tradizione e alla cultura folcloristica di questo incantevole paese. Entrambe possiedono la tipica grazia femminile orientale di così elegante bellezza esaltata anche dai variopinti costumi ricamati che indossano. Sia loro che Lu Maw e Par Par Lay hanno davanti un pugno di spettatori e per giunta stranieri. Sognano un giorno non lontano di potersi esibire nuovamente davanti al loro pubblico tradizionale birmano come è giusto che sia ma non si fanno illusioni più di tanto e si accontentano del nostro appoggio sotto forma di risate e battimani.

Tra poche settimane, nel paese ci saranno le prime elezioni politiche dopo vent’anni. Tutti sanno che sono una farsa e che il nome del vincitore è già stato deciso. Non ci saranno neppure gli osservatori internazionali delle Nazioni Unite a controllare eventuali irregolarità e brogli. I generali hanno promesso ad elezioni avvenute la liberazione dagli arresti domiciliari di Aung San Suu Kyi, leader storica dell’opposizione insignita del Nobel per la pace. Un ragazzo col quale parlavo una sera mentre mi trovavo a Yangon ad ammirare il gigantesco stupa dorato dello Shwedagon Paya aveva tagliato corto sulla speranza promessa: é solo un ricatto. Se la gente darà il proprio voto ai generali forse la libereranno davvero ma ormai qui non ci illudiamo più di nulla.

In compagnia di Lu Maw e Par Par Lay, storici componenti dei "Moustache Brothers"

Lu Maw durante lo spettacolo dei "Moustache Brothers"

La cognata di Lu Maw si esibisce in una tipica danza birmana