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Diario di viaggio Sudafrica

diario di viaggio sudafrica

Cape Town, Sud Africa
Agosto 2006

Trema violentemente il catamarano squassato dalla furia delle onde. Conquista la sommità dei frangenti, li ridiscende di botto con un effetto da turbolenze in aereo, aggredisce come può l’oceano spumeggiante che ribolle come la caldera di un vulcano sul punto di esplodere, mentre almeno metà dei passeggeri a bordo smaltisce alla meglio i capricci del mare nei pochi appositi sacchetti rimasti a disposizione. Sotto un grigio tappeto di nubi basse e pesanti, ora dense ora sfilacciate, l’orizzonte ballerino annuncia, poi nasconde, riannuncia e così via, tra i flutti, l’isola della vergogna.

Robben Island ha avuto sempre un tetro destino nella sua storia. Lebbrosario prima e poi spietato carcere, quale esemplare punizione del regime di apartheid, contro tutte quelle figure politiche di spicco, nel mondo nero, colpevoli soltanto di essere partigiani di libertà e aver sognato un mondo uguale per tutti, senza egoismo e differenze razziali alcune. Quattro imponenti muri di calce bianca a cingere un freddo cortile e altrettante, ma più strette, pareti a racchiudere una cella ammuffita sono stati gli unici orizzonti che innumerevoli figure politiche di spicco dell’African National Congress, quali Nelson Mandela e Robert Sobukwe, hanno potuto vedere in lunghissimi anni di prigionia. La storia di quest’isola è già archiviata ma, da quando Robben Island è stata dichiarata patrimonio mondiale dall’Unesco nel 1999, le pietre hanno ripreso vita e se potessero parlare racconterebbero non poche storie vergognose alle comitive di turisti e viaggiatori che ogni giorno vi approdano.

In loro vece, con un inglese lento ma fluido, ci pensa un ragazzo nero racchiuso in un vecchio giubbotto, a proteggerlo da freddo e umidità dell’inverno australe, assieme a un berretto di lana schiacciato in testa. Occhi dolci, barba nera che sembra pece, quasi un cantante reggae fuori luogo, dall’età indecifrabile come spesso mi accade ogni qualvolta devo indovinare gli anni di un nero. Ci ha accolti con un echeggiante benvenuto, una volta scesi dal catamarano, incoraggiando con un suadente sorriso quelli che ancora portavano in volto tutta la sofferenza patita nella traversata. Si chiama Tabo e osservandoci quasi ad uno ad uno ha aggiunto, dopo breve pausa interlocutoria, quasi con fierezza, proprio come il nostro presidente … Tabo Mbeki. Provetto Caronte ci ha traghettato alla scoperta dell’isola a bordo dello stesso vecchio autobus sui quali sedili, dove adesso poggiano i nostri deretani, quarant’anni fa hanno viaggiato per poche centinaia di metri i deportati da Cape Town nel tragitto verso le carceri.

Se non fosse per il cielo e il mare, entrambi color piombo, e il passato storico di questo luogo, Robben Island potrebbe essere il ritratto di un piccolo rifugio idilliaco disegnato da una pennellata impressionista con tanto di faro, casette dai colori vivaci tra il vento che porta odore di salsedine mescolato a quello di legno umido e il profumo di muschio e licheni, che crescono un po’ ovunque mentre pinguini, cerbiatti e conigli scorazzano liberamente. Su quest’isola, dietro le sbarre di una prigione politica oggi divenuta museo per volontà di Nelson Mandela, è nata, molti anni fa, la democrazia sudafricana. I suoi fautori ne hanno gettato le basi attraverso gli scarni messaggi che potevano scambiarsi durante la prigionia, tra le pause nel cortile o durante i lavori forzati, e soprattutto idealizzandola, col pensiero spazzato dal vento incessante negli interminabili anni di silenzio ai quali tutti questi uomini erano stati condannati dal regime razzista. Le visite di amici e parenti erano rarissime e non potevano durare più di mezzora, giornali e riviste erano banditi e soltanto due lettere all’anno venivano ammesse come unica forma di corrispondenza col mondo esterno.

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Anche questi pochissimi chilometri quadrati di terra, circondati da un mare sempre freddo, arrabbiato e popolato di squali, non sfuggivano all’applicazione delle leggi razziali e l’umiliazione inflitta ai prigionieri neri si aggravava con pasti più esigui e divise da carcerato più leggere rispetto ai più “fortunati” prigionieri meticci. La pelle bianca qui l’avevano soltanto i custodi di questo orrore e la loro unica sofferenza quotidiana era come trascorrere il tempo dinanzi alla monotonia dei giorni tutti uguali. Tabo, figlio di una delle vergognose township che circondano la bella Cape Town, divide la giornata tra la mansione di guida a Robben Island e gli studi universitari. Le storie di sofferenze e ideali che ci sta raccontando fanno parte del copione da recitare ai turisti ma la commozione è inequivocabilmente autentica, come se fosse la prima volta, quando la sua voce si rompe sul filo emotivo, ricordando da ragazzino le lacrime di gioia e di orgoglio per la liberazione di Nelson Mandela vista in televisione e, soprattutto, quando qualche anno fa l’ex prigioniero ritornò qui in compagnia di circa 1300 ex prigionieri, rinchiusi ovunque in Sud Africa, durante l’apartheid, per le loro idee politiche o persino colpevoli solo di essere soltanto omosessuali, allo scopo di erigere tutti insieme una umile pietra bianca, commemorativa della libertà ritrovata, in quella cava di pietre calcaree. Proprio in quel luogo accecato di bianco nei giorni di sole, Nelson Mandela fa ritorno quasi ogni anno, per festeggiare il suo compleanno e chiede di potervi restare in solitudine per un’oretta. Ha espresso il desiderio che Robben Island non diventasse un museo per ricordare la brutalità dell’apartheid o le immani sofferenze patite dai detenuti, ma che testimoniasse invece il trionfo dello spirito umano sull’intolleranza, sul razzismo e sul male.

A Robben Island ho idealmente sancito il chilometro zero di questo mio lungo viaggio che mi ha portato a scoprire la giovane democrazia sudafricana. Quasi altri cinquemila ne sono seguiti dopo essermi lasciato stregare da una splendida Cape Town. Ho visto paesaggi da favola, mutevoli dietro ogni nuova curva, pittoreschi paesi costieri dalle case in legno, baie fantastiche racchiuse come segreti strappati al mare, profili di colline dalla grazia toscana percorsi da prati di un verde irlandese, bellissime onde tubanti domate da surfisti acrobati, piccini e adulti, bianchi e neri, tutti insieme a parlare il linguaggio delle tavole, ogni genere di animali, dall’aquila pescatrice ai coccodrilli di fiume, dal bufalo alla giraffa fino ai maestosi elefanti e ai timidi leoni.

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Mi ha accompagnato ovunque il sorriso della gente, indipendentemente dal colore della pelle, quattro chiacchiere improvvisate con estranei, cosa impensabile da noi, poco importa se con passanti di Durban all’uscita di un ristorante o con il benzinaio nero che faceva l’ennesimo pieno alla mia Polo rossa fiammante, noleggiata per il viaggio. In tanti momenti, pieno di gioia per tutto ciò che di bello vedevo in questo mio viaggio, ho pensato davvero all’avverarsi di quel sogno di uguaglianza, coesione, pace e libertà che Nelson Mandela e i padri della democrazia, nei loro interminabili anni di prigionia, volevano liberare da dietro le sbarre e far volare ad ali spiegate su tutto il Sud Africa. Puntualmente, tuttavia, venivo risvegliato ovunque posassi lo sguardo dall’incupita visione di infiniti reticolati di filo, ora spinato ora elettrico, a volte insieme, a protezione del ristretto mondo di chi qui sta bene, dai tanti sudafricani che ancora cercano lavoro e futuro, dalle torrenziali notizie di stupri, rapine e atti di violenza che serpeggiano in tutto il paese e dalla nuova peste del terzo millennio, che in questo paese e in quelli vicini non ha pietà alcuna: l’AIDS.

L’Airbus 340 decolla in una serata di quasi luna piena, con la smisurata distesa di luci di Johannesburg che si rimpicciolisce e allontana sempre più. Mentre l’aereo inizia la lenta risalita longitudinale del continente nero, resta in bocca il sapore amaro di qualcosa di non digerito, una tristezza mista a delusione che, come una ghigliottina, sembra voler tagliare tutto ciò che di idilliaco son riuscito a scorgere oltre il filo spinato e spezzare speranze e sorrisi carpiti a tanta gente comune in tre settimane di viaggio.
Robben Island a parte, il lieto fine per questa favola sudafricana non è ancora stato scritto.

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