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AL DI LA DI OGNI PENSIERO (di Antonio Muglia)

La gioia del padre di condividere una grande passione con il proprio figlio

La vigilia del Natale duemilauno alle dieci e trenta circa del mattino sono in dormiveglia e squilla il telefono. Chiama tanta gente per sapere delle condizioni di mio padre, ricoverato nel reparto di rianimazione dell’ospedale civile di Sassari, attaccato alla vita per un respiratore artificiale a causa di un’infezione polmonare che l’ha mandato più di là che di qua. Non sono loro questa volta e non è neanche l’ospedale per fortuna, è Giovanni che mi cerca per andare al mare.

Io borbotto qualcosa, alzo le serrande e do uno sguardo al cielo cupo e gonfio di pioggia: onde belle e lisce sulla costa Nord senza un alito di vento. Dobbiamo trovare un passaggio in auto. Ganadu va sicuramente a Marritza, un’onda moscia che a noi non piace tanto. Lui parte tra un’oretta. Cerchiamo altri passaggi ma niente. Giovanni propone subito la moto. Grugnisco e guardo il termometro fuori in terrazzo che segna cinque gradi. Penso alla muta bagnata e imbustata e rinuncio per pigrizia: c’è troppo freddo. Giò cerca di convincermi ma io ho le mie buone ragioni tra cui una muta vecchia e bucata e il viaggio in moto di trenta e passa chilometri … no, non si fa. Chiamo mamma per sapere le condizioni di babbo: stazionario. Inizio già a pensare a cosa fare per tutta la giornata, faccio colazione, mi vesto e mi lavo e vado a prendere un film in videoteca. Prendo Celebrità e inizio a spararmelo in video, sono già le dodici.

La proiezione procede lenta, di nuovo il telefono. E’ sempre lui: All’Argentiera c’è un’onda che fa il tubo e… poi fa pure lo sbuffo… sai come alla Chambre d’Amour grosso quest’estate, ti ricordi? Più di due metri e mezzo sicuramente. Deve essere davvero grosso, lui si butta anche quando io ho paura. Giovanni ha chiamato un po’ tutti per la giornata speciale ma io storco ancora il naso e non mi convinco subito. Sono fuori forma al massimo per via di quello che sta succedendo a babbo, mille pensieri in testa e poco fiato. L’Argentiera la conosco bene. Ricordo con poco piacere i trenta metri sott’acqua (dal picco a riva) trascinato da schiumosi per una duck dive sbagliata. Ricordo bene anche il fondale a due dita dal mio naso mentre rimbalzo sul reef. Quello fu il solo giorno in tutta la mia breve carriera di surfista che uscì dall’acqua per la paura.

Ci penso su gli dico poi riaggancio. Ho ancora la cornetta in mano e già sogno ad occhi aperti, sono un cavernicolo in una grotta enorme e poi mi vedo sbucare tra lo spruzzo del tubo, fare il kick off e risalire sul picco. Cerco un altro passaggio, Ivan non ha posto in macchina. Mangio qualcosa e carico tutto sullo scooter, lego la tavola di lato, metto il casco, chiudo il giubbo e sgommo. Al bivio per i Due Mari mi squilla il cellulare si è messo vento all’Argentiera ci diamo appuntamento a Porto Ferro.

Il mare si rivela piccolo, senza forza, le secche sono tutte mal disposte. In acqua c’è un principiante che galleggia, ne entra subito un altro con una tavola stupenda ma non prende neanche un’onda. Arriva Giovanni e poi Ivan con Renzo. Giovanni si cambia al volo, deve sfogare i chilometri fatti andando avanti e indietro tra Porto Ferro e l’Argentiera, io mi siedo un attimo sul tavolo costruito da noi alla capanna. Guardo il mare e l’orizzonte sfiammante, il sole che si corica cullato dal mare in burrasca. Il vento soffia tra i miei capelli e nelle orecchie, mi sembra di sentire un lento di Bob Chances Are. Tra i fischi del vento sento i Wailers lamentarsi per il modo in cui viviamo, per le ingiustizie, per il razzismo, per la guerra. Io penso a mio Padre nel letto dell’ospedale con un tubo in una narice e un sondino nell’altra, la macchina che sbuffa regolarmente aria, gli aghi nelle braccia, i sensori appiccicati al petto che misurano i battiti cardiaci, i drenaggi attaccati alla ferita. Ne ho viste tante in ospedale, non riesco a togliermi dalla testa gli occhi di quei genitori che persero la figlia a causa di un incidente stradale.

Seduto sul tavolaccio rivedo i genitori di Giorgia, quindici anni, uscire dal reparto, la madre urla dal dolore, il padre impassibile nei lineamenti del viso ma con gli occhi profondi e tristi regge la moglie in lacrime. Rivedo Domenico che va a scuola spensierato. Io tiro fuori la muta e la infilo bagnata e gelida. Soffro un po’, poi mi scaldo e mi tuffo nelle acque amiche, tra onde fraterne. Prendo tre onde di cui due belline, esco dall’acqua dopo neanche mezz’ora che già è buio, mi cambio e inizio a godermi i colori e gli ultimi raggi di sole.

Visto da fuori sono un ragazzo illuminato da un tramonto la vigilia di Natale col padre praticamente morto e la voglia di vivere che come peperoncino brucia il culo. Uno che si fa trenta chilometri in scooter con cinque gradi per surfare mezzora, una persona con la voglia di vivere e la morte negli occhi. In questa baraonda di pensieri, alla fine, riesco a capire solo poche cose. La prima è che non voglio che mio padre muoia, anche se sarà difficile. La seconda che la famiglia è molto importante e la terza che mi devo sbrigare perché alle sei e trenta devo entrare in reparto a dare l’affetto e il coraggio giusto a Papi perché si rialzi da quel letto, respiri a pieni polmoni e mi dia una bella sgridata che al mare con questo freddo mi becco l’influenza!

Antonio Muglia

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Categorie: SURF | Nessun Commento »

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