ATLAS OF REMOTE ISLANDS (di Judith Schalansky)

ATLAS OF REMOTE ISLANDS
di Judith Schalansky
Ed. Penguin Books
In tanti viaggiatori la passione per l’esplorazione e la scoperta di terre lontane è iniziata fin da ragazzini con lo sfogliare le mappe di un atlante. Quanti viaggiatori aprendo una pagina a caso di un atlante geografico e puntando il dito su posti dal nome esotico e affascinante quali Samarcanda, Tibet, Hawaii oppure Patagonia hanno giocato a costruire trame avventurose improvvisandosi piccoli ma fieri protagonisti di mirabolanti storie di salgariana memoria?
L’insolito atlante, che vede come autrice Judith Schalansky, ha subito catturato la mia attenzione in libreria per via della copertina rigida in color carta di zucchero e il dorso rivestito di tela nera che gli attribuiscono il fascino di un antico libro. Si intitola Atlas of Remote Islands e raccoglie una cinquantina di piccole isole sparse nel mondo, molte inospitali, quasi irraggiungibili o disabitate, alcune con un fascino paradisiaco, altre sedi di spietate prigioni o di basi militari inquietanti.
Ogni isola riportata su questo atlante racconta una propria storia che ne svela l’anima e l’angosciante solitudine di un punto imprigionato dalla vastità degli oceani. Così veniamo a conoscere la triste storia degli abitanti deportati lontano dal loro piccolo paradiso tropicale di Diego Garcia, in pieno Oceano Indiano, per rendere possibile la costruzione di una inaccessibile base militare statunitense, oppure l’incredibile sorte toccata ai duecento abitanti dell’isola di Pingelap (Micronesia) che, a causa di un mutamento del cromosoma di un loro antenato in seguito ad un tifone, vedono solo in bianco e nero. Sfogliando le pagine dell’atlante scopriamo che sull’isola antartica di Deception nessun essere umano ha ancora messo piede, che a Socorro, un’isoletta a mille chilometri dalle coste messicane, ai primi del Novecento, il locale guardiano del faro aveva deciso di autoproclamarsi imperatore abusando per anni delle donne del posto e seminando terrore tra i pochi abitanti o, ancora, che nell’isola di Tristan da Cunha, in pieno Atlantico, a metà strada tra Brasile e Sud Africa, alcuni abitanti portano ancora il cognome dei marinai liguri di Camogli che qui vi si insediarono nell’Ottocento. Judith Schalansky ha selezionato per il suo Atlante una cinquantina di isole sparse negli oceani narrandoci, per ciascuna isola, una particolare vicenda storica o un aneddoto curioso e abbinandovi una mappa accurata in scala dell’isola medesima disegnata da lei personalmente.
In un periodo di rampante globalizzazione dove la comunicazione tecnologica spiana l’imprevisto del viaggio, dove viaggiare è ormai alla portata di molti e gran parte delle destinazioni più lontane sono raggiungibili facilmente ad un prezzo sempre più abbordabile, fare la conoscenza con queste isole ai confini del mondo, che restano indifferenti o ignare al progredire tecnologico, ha un non so che di gratificante ottimismo. Floreana, Clipperton Atoll, Trindade, Tromelin, Christmas Island. Nomi che suonano altisonanti per tutti quei viaggiatori che ancora sognano ci siano da qualche parte nel mondo mete inesplorate e sconosciute nelle quali fantasticare di poterci mettere piede un giorno.
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