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Benvenuti nel sito personale di Stefano, web designer, fotografo freelancer per celebri agenzie fotografiche internazionali quali ALAMY e GETTY IMAGES, organizzatore di workshop fotografici a Barcellona ma soprattutto viaggiatore. Fin dal 2000 BACKPACKER.it ospita i racconti, le emozioni, i ricordi e le immagini dei suoi viaggi in una sessantina di paesi del nostro pianeta, oltre ad una sezione dedicata alla narrativa e agli articoli di viaggio, una guida ai siti utili per organizzare al meglio un viaggio con lo spirito da backpacker e tutto ciò che può incantare un viaggiatore con zaino in spalla. Buona navigazione!

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Quando vivi in un luogo a lungo, diventi cieco perché non osservi più nulla. Io viaggio per non diventare cieco.
-Josef Koudelka

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DIECI ANNI FA…

Corto MalteseQuesti interventi nascono da un post scritto nel mio forum per viaggiatori qualche tempo fa in occasione del decimo anniversario del mio viaggio intorno al mondo, quello che i viaggiatori di madrelingua inglese sono soliti a chiamare per abbreviazione RTW (Round The World). Risposero al post, con stile poetico, toccante e denso di emozioni, proprio come si addice ai viaggiatori coi piedi per terra e uno sguardo nella fantasia, tre miei amici e una persona a me così straordinariamente cara. Da qui la decisione di inserire il mio post e le loro belle risposte che mi hanno rallegrato l’animo in questo angolo fatto di parole, viaggi e poesia!

Milano, luglio 2004

Dieci anni fa partivo per compiere il giro del mondo in solitaria. Guardandomi allo specchio, questa mattina, mi sono chiesto che cosa sia restato, in tutti questi anni trascorsi, di quello spirito di giovane viaggiatore un pò sprovveduto, con pochi soldi in tasca ma con una carica di entusiasmo con la quale credevo ancora di poter spaccare il mondo. Resto sempre ingenuamente sognatore dentro di me e amo proiettarmi, con la fantasia (con la quale non smetto mai di viaggiare), verso orizzonti spazio temporali lontani, ma qualcosa è irrimediabilmente cambiato e non so se sia l’età. Oggi mi capita sempre più di giungere stanco in maniera esponenziale, col passare degli anni, alla vigilia della partenza per inseguire una nuova fetta di mondo da esplorare.
Non ho quasi tempo fino alla coda per il check-in per realizzare il viaggio che mi attende, per assaporarne le più piccole emozioni, per inebriarmi gli occhi con quello che vedrò e fantasticare all’identikit dei nuovi caleidoscopici personaggi che incontrerò strada facendo.
Ricordo bene, ancora oggi, il giorno che chiusi la porta del mio piccolo appartamento alla periferia di Milano. Un mattino luminoso di luglio a inondare di luce il bilocale e io in piedi sulla soglia della porta, con fare idiota, a guardare ogni singolo angolo della casa, la disposizione dei libri sulle mensole, lo stereo, la poltrona, gli interuttori delle luci; cercavo di catturare ogni cosa con lo sguardo da reflex per memorizzare casa durante la mia assenza di 5 mesi, magari mentre guardavo il soffitto disteso sul letto in un ostello neozelandese o con la testa appoggiata al finestrino di un greyhound americano in corsa, nel vano tentativo di ricrearmi un cordone ombelicale con la mia identità normale distante migliaia di chilometri.
Stavo partendo per compiere il giro del mondo e da solo.
La partenza è stato il momento più difficile di quel lungo viaggio. Quando lo racconto in giro ci credono in pochi ma è così. Non si lascia facilmente la la tranquillità di casa e degli amici quando giunge il fatidico giorno. Tutto l’entusiasmo della vigilia del viaggio che si manifesta già settimane prima si smorza all’improvviso sotto l’effetto di una incomprensibile doccia scozzese.
A voi capita la stessa cosa?
In realtà quel giorno lasciavo non solo casa mia, ma anche la mia lunga vita di studente (mi ero appena laureato). Mi trovavo nel bel mezzo di un limbo gioioso in movimento nell’attesa di approdare in un domani ormai non molto lontano, al termine di quel bellissimo viaggio, in quell’incubo chiamato mondo lavorativo. Fu il viaggio più bello che feci. Fu una vera esperienza di vita per me, palestra di tanti apprendimenti, notti trascorse a parlare con sconosciuti ai quali ci si confidava con un’intimità impressionante, paesaggi da favola che non dimenticherò mai, incontri felici e non, piccole avventure che per me rivestono ancora oggi un significato particolare, ma soprattutto fu quello il viaggio che mi cambiò per sempre. Dentro di me aveva preso corpo una vita diversa e l’essenza di un nuovo viaggio interiore.

Oggi continuo a viaggiare, di certo con qualche agiò in più che mi permetto. Del mio essere backpacker resta soltanto lo zaino sulle spalle e lo spirito da stonky. La mia ingenuità e il fare idiota da beato studente li ho persi per strada e non so dove di preciso.
Vorrei iniziare un nuovo viaggio, diverso stavolta, ma egualmente stimolante in quella che appare per me essere una sfida. Vorrei cambiare, vorrei annusare la secca brezza del vento in riva all’oceano o un tramonto lontano in un deserto o magari l’amica croce del sud.
Ma forse questo non mi basta più. Vorrei rimettere in gioco le mie capacità imprenditoriali e riprendermi la libertà che da tempo mi manca.
Ma questa è un’altra storia e magari un giorno ai più intimi tra voi la racconterò!

Stefano Politi Markovina

tatoo

Struggente post di Back sul tempo che passa.
Lo sai che poi ci trascini uno dopo l’altro nella memoria del primo viaggio…

Per me l’inizio fu venti anni fa, anzi per l’esattezza ventitre.
Marzo 1981. Il primo viaggio lontano. Messico. Non ricordo esattamente in che condizioni arrivai a Linate (allora tutto partiva da Linate).
Ricordo anch’io quando lasciai il mio piccolo appartamento, nessuna titubanza. Avevo solo voglia di andare.
Ero piena di paure ed eccitazione, e sull’aereo non staccai mai la cintura.
Ricordo bene lo zaino, aveva lo scheletro di ferro… altro che Lowe Alpine. Scomodissimo.
Guide? Neanche parlarne, avevamo una piccola guida italiana: “Messico” di Gianni Morelli. Lonely Planet ancora neanche l’ombra, si viaggiava con le informazioni che ti davano gli amici appena tornati, le mappe disegnate sui quaderni, qualche nome mitico (Zipolite, Puerto Escondido, Palenque), i luoghi da evitare (Cancun, Cozumel, Acapulco) il resto lo imparavi viaggiando, scambiando le informazioni con gli altri viaggiatori.
E il viaggio si inventava giorno per giorno. Era scoperta totale, creazione pura. Provate a pensare la differenza fra preparare un viaggio allora. Non esistevano (o quasi) riviste di viaggio, né guide, solo le diapositive degli amici, i documentari della tv, la mente partiva sgombra vuota di immagini, libera.
Il viaggio si nutriva di fantasia e si colmava di sorpresa.
Ad un certo punto Silvia ed io avevamo smesso di comunicare in italiano, stavamo subendo una sorta di mutazione fisica e mentale: ci stavamo convincendo di essere sempre state messicane, e che finalmente tornavamo alle origini.
Una cosa me la ricordo bene: non avevo più paura di niente, il viaggio mi stava dando una forza e una sicurezza che non sapevo di possedere, parlavo spagnolo senza averlo mai studiato, viaggiavo in tutte le condizioni possibili e immaginabili, giravo per strade di città sconosciute a qualsiasi ora della notte, mangiavo pochissimo, a volte persino gli avanzi trovati sui tavoli. Per la prima volta nella mia vita mi stavo sentendo davvero soddisfatta. Felice. Grande.
Non so come ho trovato il coraggio di tornare. Questo me lo sono sempre chiesta, anche nei viaggi successivi. Dove ho trovato tutte le volte la forza di presentarmi in aeroporto, interrompendo il viaggio sul più bello. Sempre.
Comunque un giorno di aprile sono ripiombata a Milano. Gli amici faticavano a riconoscermi, e anch’io. Durissimo rientro. Il peggiore.
Di una cosa ero certissima, sarei ripartita al più presto. E così è stato per diversi anni. Finché la vita non è cambiata. Totalmente. Ho affrontato altri viaggi e altre sfide. Dentro e fuori. Senza potermi perdere nel mondo, però. Mi mancava nonostante tutto. Da un pò di anni ho ripreso a viaggiare, so di aver conservato lo stesso spirito di un tempo anche se io, sono davvero molto diversa…. e diverso è probabilmente quello che vado cercando e il modo in cui lo cerco.

Che posso dirti Back, certo che il tempo e l’esperienza ci cambiano.
Dove hai perso lo studente beato? Semplicemente sulle strade che hai percorso e che ti hanno portato qui. Dove sei ora.
Non possiamo partire ogni volta col sorriso idiota di allora…
(fra parentesi ce n’è uno solo al mondo che lo conserva inamidato…. LUI)
Il fatto è che i rituali del viaggio sono sempre più o meno gli stessi ma noi, si cerca sempre qualcosa di nuovo. Cambieremo strada, senza paura.
L’importante è non perdere lo spirito originario.
Non bisogna mai stancarsi di ripartire.

Buon viaggio!!!

Laura Marras

tatoo

Beh il mio ricordo non è di un viaggio lontano. E’ il ricordo di un viaggio per l’Europa con il mitico Inter-Rail ben 20 anni fa. Un viaggio disorganizzato che si costruiva semplicemente scrivendo una nuova destinazione sul librettino. Un viaggio con uno scopo però: quello di ritrovarsi con un amico. Era il mio ultimo anno di liceo e avevo conosciuto un ragazzo americano che avrebbe passato un anno di scuola a Vicenza con i programmi di scambio Intercultura /AFS.

Una sera dopo una solenne ubriacatura insieme bevendo a canna da una bottiglia di Martini (schifo!!!!), siamo diventati amici inseparabili. L’anno è passato, un anno pieno di esperienze, di quelle promesse di amicizia eterna, assolutamente adolescenziali. Il giorno della partenza il mio amico era in lacrime, completamente ubriaco, in mezzo ad una piccola folla che in un anno era diventata parte del suo mondo.

Una promessa: “l’anno prossimo torno”, e tornò. Aveva una strana guida che non avevo mai visto, la Let’s Go. Aveva un Eurail Pass. Io avevo il mio Inter-Rail, partimmo in tre, decidendo dove andare in base all’orario dei treni. Arrivammo fino a Copenaghen, passando per Ginevra, Vienna, Norimberga, Hannover, Berlino, Amburgo.

In Danimarca finirono le lire (non i dollari) ed iniziò il mio ritorno, avevo un che di amarezza. Non lo sapevo ancora, ma quello era il capitolo finale di un’amicizia eterna.

Oggi lui è vicepresidente di una banca d’affari americana in Brasile. Chissà se ricorda ancora quella bottiglia di Martini…

Antonio Bagalà

tatoo

Le stagioni della vita mio caro Back, io ricordo finita la maturita’(dieci anni fa), tutto e tutti mi vedevano all’universita’ a studiare Economia , sara’ stata la mia irrequietezza, saranno state le nottate a leggere William Blake o T.S.Elliot, ad ottobre tornato dall’Inter-Rail nell’est Europa, con pochi soldi in tasca sono partito alla scoperta degli Stati Uniti, un anno indimenticabile seguendo la strada di “Ti Jean” Jack Kerouac, una scelta di vita, che ha cambiato completamente la mia via, ricordo quei giorni ora prima della partenza dopo dieci anni.
Quei pomeriggi allo stereo ascoltavo Grateful Dead o The Doors come se fosse normale, come se avessero avuto ancora l’eternità davanti a loro (davanti a me). Certo, non mi accorgevo di essere così giovane. Ero e basta.
Strano come i ricordi di quel periodo riaffiorino adesso più freschi che a venti o venticinque anni. Strano come si passi impercettibilmente il confine che ci separa dalla giovinezza, strano che una parola che non ha senso (o al massimo evoca sinistre memorie e poesia dolciastra e retorica) abbia così tanta importanza, per me, adesso. In fondo è per questo che mi appassiono così tanto ai vagabondi rivoluzionari: Che Guevara,Gandhi, Dalai Lama, San Francesco d’Assisi…loro potranno essere giovani in eterno.
C’era questo gruppo di Ferrara, gli Intelligence Department. La voce della cantante era così oscura e triste, le tastiere così caratteristiche da definire l’intero sound della new wave italiana degli anni ottanta. Ho un loro pezzo su una cassetta piena a metà (chissà perché non ho mai finito di registrarla?), una cassetta con “Shame ” degli Eurythmics e “Pretty vacant” dei Sex Pistols. Piacevano tanto a una ragazza che ho conosciuto molto tempo fa. Non so che fine abbia fatto quella ragazza, non so che fine abbiano fatto gli Intelligence Department. Provo rimorso anche per questo, e per le sere passate chiuso in camera a programmare rivoluzioni contro il sistema a voler cambiare il mondo a tutti i costi non pensando che dovevo prima scendere le scale della mia anima e ricercare e bastare me stesso…

BUONA VITA AMICI

Jonathan

tatoo

Ciao Stefano,

devo dire che queste tue considerazioni mi hanno fatto venire un po’ di pelle d’oca. Hanno fatto riaffiorare quelle sensazioni che hanno marcato un periodo della mia vita e che ora mi trascino dietro come icone intoccabili.
Fino alla fine dell’universita’ ho fatto diversi viaggi da backbacker “basic” in posti che tuttora mi emozionano solo al pensiero: India, Nepal, Thailandia, Malesia, Sumatra, Marocco…. Tutti viaggi con 3 lire in tasca, uno o due amici scafati alla partenza ed altri mille trovati per strada. Le partenze di allora erano qualcosa di assoluto: si partiva all’arrembaggio, a volte senza una guida in mano, ma con la assoluta certezza che il mondo ci appartiene e che sta’ solo a noi andare a verificare.
A quei tempi – saranno passati una quindicina di anni che sembrano anni-luce – esisteva un concetto basilare che sgominava tutte le paure: lo scazzo. Me ne fregavo in pratica di aver paura. Come il bambino che pensa che al mondo e’ tutto bello, fino a quando non picchia duro con la capoccia. Anche nelle situazioni piu’ allucinanti ci si sentiva protetti da un’aura di viaggiatore allucinato.
Sono stati sicuramente i viaggi piu’ belli della mia vita, senza telefonare a casa per settimane – “tanto che ce ne frega!”, senza un cellulare (anche inutilizzabile) nascosto in un anfratto impermeabile dello zaino, senza ancora le orde di sciamannati che oggi rendono Khaosan Road una strada-mutante di Bangkok.
In un certo senso erano altri tempi. Era bello anche senza Internet: una volta partito ti staccavi fisicamente e mentalmente dal tuo sistema di vita, senza diritto di appello.

Oggi alcune cose sono cambiate. I cambiamenti peggiori non sono in fin dei conti ne’ il cellulare (che alla peggio lo si butta nel fiume), ne’ Internet (basta evitare quei locali pieni di giovani folli che al posto di scambiare un sorriso con un contadino rugoso preferiscono guardare chi e’ andato in finale contro gli Yankees), ne’ la barbarie di Khaosan Road (che rimane meglio della barbarie di Via Montenapoleone).
No, quello che e’ cambiato non e’ visibile e non e’ fuori. Sono cambiato io, i miei punti di riferimento.
Anche se continuo a partire ogni anno per viaggi piuttosto avventurosi, oramai e’ sparito l’incantesimo della scoperta in senso assoluto. Il tempo ha fatto il suo lavoro. E quando torno a casa non c’e’ piu’ la spada di Damocle dell’esame di Statistica o di Finanza Aziendale il Ritorno, che in fin dei conti erano cose belle. Adesso mi attende un mondo intero che mi risucchia ed assorbe le mie energie, un mondo che incombe sempre, un mondo da prendere troppo sul serio.
In fin dei conti forse il concetto e’ proprio questo: adesso siamo portati a prendere tutto sul serio ed a non giocare piu’ continuamente.

La verita’ e’ che ammetto di avere le palle rotte di questa vita che forse mi da’ qualcosa materialmente, ma che mi uccide tutte le emozioni piu’ pure.
Sinceramente prevedo di fare qualcosa al fine di riappropriarmi delle mie emozioni e di quello sguardo stupito che mi spingeva alla ricerca.
Qualche idea mi e’ venuta in mente girando una delle zone piu’ belle della Romania: il Maramures, vicino all’Ucraina. Li ho scoperto di essere in India, in Guatemala ed in Laos. Contadini, mucche, fieno e tanta dignita’ da far accapponare la pelle.

L’unico modo che ho per ora di non cadere in un baratro e’ proprio quello di continuare a viaggiare all’impazzata, conoscere persone con le quali posso comunicare solo con i gesti, vedere cartelli di villaggi dai nomi impronunciabili, lasciare che le mucche e le oche attraversino la strada inseguite da “un bambino scalzo con lo sguardo ovunque” (grazie Mau Mau!).

Questo e’ quanto, ed in verita’ si tratta solo di emozioni, che con il tempo s’induriscono.

Ciao e buon viaggio.

Adrian Dimache

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Categorie: PAROLE E VIAGGI, racconti di amici viaggiatori | Nessun Commento »

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