RAPA NUI (Isola di Pasqua)
100 GIORNI IN SUD AMERICA |
Hanga Roa, Rapa Nui
22 luglio 2007
Sulla vetrata del negozio staripante di ogni tipo di souvenir dell’isola, per invogliare i turisti a portarsi a casa il solito ricordino della vacanza, un foglio, che reclamizza la possibilità di vedersi stampato sul passaporto il timbro ufficiale di Rapa Nui, attira immediatamente la mia attenzione. E’ un mattino ventilato che sa di fresco risveglio fatto di rugiada. Nel cielo veleggiano bianchi batuffoli di cotone appena accennati di grigio che giocano a nascondersi dietro il sole tra timidi sprazzi azzurri mentre le fronde delle palme si agitano irrequiete. Rapa Nui. Basta soltanto pronunciarne l’antico nome polinesiano per sprigionare un’aura mistica che sembra proiettarti in una dimensione senza tempo, traboccante di misteri da scoprire e avventure degne di una storia di Corto Maltese da vivere intensamente.
Pensavo che l’enigmatica e monopolizzante bellezza dei moai finisse con il calamitare del tutto la mia attenzione, una volta atterrato in questo sputo di isola a cinque ore di volo dal Cile. A bordo del Boeing 767 della LAN mi immaginavo già basito, in un ingenuo stupore da ragazzino, a contemplare, a lungo, i loro eleganti profili silenziosi che sembrano sussurrare, da sempre, parole e pensieri al vento dell’oceano. Invece è bastato un primo lungo giro a piedi per scoprire un altro mondo altrettanto affascinante e invitante.
Lungo la costa una natura generosa di rigogliosa vegetazione tropicale, in un colorato tripudio di rosseggianti ibiscus e gigantesche stelle di Natale, all’ombra di banani e palme da cocco. Possenti onde nate a migliaia di chilometri di distanza, nelle gelide acque antartiche, rinvigorite dal fondale roccioso, vanno a morire in un assordante fragore, esplodendo sugli scogli in magnifici giochi di spuma bianca, all’ombra di scogliere rigogliose in un verde così abbagliante da ipnotizzarti. Quasi segretamente custodita da un ombreggiante boschetto di palme e da una fila di moai adagiati su un altare di pietra nera vulcanica, la piccola mezzaluna di fine sabbia bianca fa dono della spiaggia di Anakena, la più bella dell’isola, indubbiamente da autentica cartolina tropicale. Poi, man mano che si procede all’interno, il fitto habitat tropicale cede il posto a distese di prati e pascoli ondulati su declivi e pendii collinari ricoperti da un brillante verde irlandese. Ai quattro angoli dell’isola, ripide pareti rocciose precipitano in ampie caldere vulcaniche, ricordo di millenarie e probabilmente catastrofiche eruzioni, due delle quali racchiudono acque stagne simili quasi a lagune in miniatura.
La penultima giornata, in quella che probabilmente è stata l’isola più remota che mi abbia accolto finora nei miei viaggi, si allunga pigramente nel mio tranquillo girovagare per Hanga Roa, il piccolo e sonnolento capoluogo che fatica a raggiungere le quattromila anime. Sono entrato nel negozio adiacente ad un piccolo albergo turistico, entrambi pronti a propinare autentici prezzi da rapina. Non ho saputo resistere alla tentazione di donare al mio nuovo passaporto elettronico un timbro di Rapa Nui, ovviamente privo di qualsiasi valore di riconoscimento politico internazionale.

Il negoziante ha l’aria di essere stato in passato un pescatore e porta in volto il segno di antiche cicatrici. Ha i tratti marcati tipicamente polinesiani ed un atteggiamento eccessivamente effeminato che ho già avuto modo di riscontrare in altri “maschietti” del luogo. Fa scorrere la porta vetrata invitandomi ad entrare nel suo negozio affollato da moai di ogni forma e grandezza in pietra calcarea, vulcanica e persino intarsiati in un lucido legno che li rende più simili, nei tratti oblunghi, decisi e lineari, a delle maschere africane.
Per un dollaro americano ho il timbro circolare stampato sul mio libretto dalla copertina color vinaccia. In uno spagnolo ancora approssimativo gli chiedo se oltre ad un timbro solo turistico l’isola di Rapa Nui possa vantare una bandiera vera e propria. Mi risponde che ci stanno lavorando ancora su e poi, avuto il la, non esita, con gesti teatrali vagamente effeminati, a tuonare rivendicazioni autonomistiche dell’isola, orgoglioso, come sembra, delle tradizioni storico culturali della sua gente.
Dalla fine dell’Ottocento, questo punto remoto perso nell’azzurro infinito dell’Oceano Pacifico appartiene alla sovranità cilena. L’avvicendarsi, nella lontanissima Santiago, di governi liberali e di brutali dittature militari ha significato sempre poco o nulla per i diritti e i riconoscimenti degli abitanti dell’isola di Pasqua. Fino a non moltissimi anni fa la popolazione locale era vittima di innumerevoli ingiustizie e discriminazioni di ogni tipo: lavoro non retribuito, divieto di parlare il loro dialetto di origine polinesiana, nessuna possibilità di voto, pesanti limitazioni negli spostamenti. I militari esercitavano il pieno controllo dell’isola attraverso la marina.
Il ritorno della democrazia sta alleviando in parte le pesanti discriminazioni a lungo subite. Alcuni isolani si stanno battendo per un (ancora) improbabile ottenimento dell’indipendenza di Rapa Nui dal resto del Cile e, soprattutto, per la restituzione delle terre adibite a pascoli e per il controllo del parco nazionale che attira sempre più turisti dal resto del mondo. A Santiago il potere è, per la prima volta nella storia cilena, affidato ad una donna che, attraverso il governo socialista da lei presieduto, sta affossando definitivamente il triste passato militare a suon di vagonate di riforme legislative.
Sono in pochi su quest’isola, tuttavia, ad illudersi che questa sana ventata di democrazia possa far girare la girandola verso la piena autonomia di Rapa Nui. Il mio negoziante si direbbe uno di questi tanto si rivela fiducioso, almeno a parole. La propria attività commerciale va a gonfie vele anche perché i turisti sono sempre di più. Chissà se a questa voglia di indipendenza, in fondo in fondo, ci crede veramente.
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