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Benvenuti nel sito personale di Stefano, web designer, fotografo freelancer per celebri agenzie fotografiche internazionali quali ALAMY e GETTY IMAGES, organizzatore di workshop fotografici a Barcellona ma soprattutto viaggiatore. Fin dal 2000 BACKPACKER.it ospita i racconti, le emozioni, i ricordi e le immagini dei suoi viaggi in una sessantina di paesi del nostro pianeta, oltre ad una sezione dedicata alla narrativa e agli articoli di viaggio, una guida ai siti utili per organizzare al meglio un viaggio con lo spirito da backpacker e tutto ciò che può incantare un viaggiatore con zaino in spalla. Buona navigazione!

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E il mio cuore si stringe per la gioia, batte come innamorato nella beata ebbrezza del viaggiare.
-Herman Hesse

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PERU’

100 GIORNI IN SUD AMERICA

Lima, Peru’
si torna a casa
9 settembre 2007

Sotto questo cielo uniforme color del piombo così novembrino nella sua piatta distesa a perdita d’occhio, ci sono io che fisso l’orizzonte di un oceano, altrettanto cupo, che regala sciabolate secche di cavalloni contro la spiaggia acciottolata. In acqua un pugno di surfisti alle prime armi, in precario equilibrio su vecchi e logorati longboard. Nell’aria volteggiano, come virgole colorate ad esaltare un panorama monocromatico, i parapendii decollati dalla cima della lunga scogliera sulla quale poggiano i condomini residenziali di Miraflores, il quartiere esclusivo di chi a Lima sa fare i soldi. Se non fosse per un pugno di palme svettanti e per aiuole meticolosamente curate che esplodono di fiori tropicali a ricordarmi che siamo a dodici gradi a sud appena dalla linea dell’equatore, parrebbe di essere alle isole Far Oer tanto è deprimente la cortina grigia di nuvole che grava sopra la mia testa.

La stazione centrale ferroviaria di Lima

Sui ciottoli neri lucidati dalle onde del mare, che si abbattono ritmicamente sulla lunga spiaggia, consumo le ultime ore del mio lungo viaggio sudamericano. Una volta sconfinato in Perù, circa tre settimane fa, il tempo mi è sembrato ingranare la marcia più alta e i giorni hanno preso a volar via più rapidamente. I condor volteggianti nel freddo mattino, quasi sospesi in balia delle correnti ascensionali sull’impressionante baratro della gola del Colca, la notte trascorsa su un’isola del lago Titicaca presso una famiglia contadina e, ancora, l’ansimante approdo a piedi, all’alba, sulla ristretta cima tondeggiante di Machu Picchu.  La somma di questi e altri ricordi, che riaffiorano qui in riva al mare, ottiene come risultato il mio viaggio peruviano, nel gran finale di cento giorni trascorsi alla scoperta di una buona porzione del pianeta sudamericano. Quattordicimila chilometri percorsi via terra: dalla gelida punta della Terra del Fuoco fino alla capitale peruviana, con una breve parentesi nella lontana isola di Pasqua. Nel 1951, uno studente in medicina, insieme al suo migliore amico, si lasciava alle spalle l’affascinante capitale argentina, a bordo di una vecchia motocicletta, per esplorare il continente latinoamericano in un viaggio ben più lungo del mio per durata e per distanze ricoperte. Si imbatté nei medesimi immensi e straordinari vuoti paesaggistici che mi hanno lasciato, più di una volta, sospeso in un limbo confusionale tra l’esterrefatto, l’ingenuamente felice e il commosso. Fu, spesso, testimone allibito di quelle spietate ingiustizie sociali che lo fecero riflettere profondamente, spianando così il suo futuro politico e ideologico.  Mezzo secolo dopo, il quadro sociale del Sud America si è radicalmente trasformato. Non so se in meglio. Tramontate le brutali dittature militari spesso orchestrate, nelle loro sanguinarie ascese al potere, da scelte e volontà architettate molto più a nord di qui, la globalizzazione ha abbracciato anche questo continente addormentandone le coscienze popolari a suon di massicce dosi anestetiche di consumismo. In Cile, dopo gli anni bui di Pinochet, la democrazia è ormai saldamente al potere e il lezioso bigottismo latino non ha impedito alla gente di votare, per la prima volta nella storia di quel paese, un presidente donna e per giunta con una figlia, niente affatto frutto di un matrimonio religioso.

Il volo del condor, Canyon del Colca

La vicina Bolivia ha eletto per la prima volta un indigeno quale presidente della repubblica, in Argentina si è allentato il cappio del tracollo finanziario e in Perù il benessere, almeno per alcuni, inizia a fare capolino. Tuttavia solo in Argentina ho avuto la netta impressione che la gente ami ancora dibattere animatamente di politica e questioni sociali, con i giovani, in prima linea, a scendere in piazza per rivendicare diritti e ottenere risposte ai loro quesiti.

Un Che Guevara ingrigito dagli anni, oggi, non riconoscerebbe più la sua gente, circondato da un continuo fastidioso trillare di telefonini ovunque, dalla proliferante spazzatura televisiva infestata di tette, culi, pubblicità e inondata di pianti da audience assicurata, a condire tragedie più o meno personali, rigorosamente esibite in diretta. Poco importa se i minatori boliviani guadagnano sempre una miseria, se il turismo a Cuzco abbia ulteriormente inaridito la gente del posto, se molti dei servizi pubblici quali le poste, ad esempio, siano stati privatizzati con il risultato che spedire una cartolina costi tre volte più di prima!

Piccole mie riflessioni che denotano una punta di amarezza, in questo mio finale di viaggio, ma che smorzano appena tutto ciò che di bello ho saputo vivere intensamente in questi mesi: dall’enigmatico fascino dei moai alla spietata ma pur splendida desolazione degli infiniti spazi della Patagonia, dalle intense e dorate tonalità delle aride distese dell’Atacama alle strepitosa volta stellata del cielo, nel gelo intenso delle alte quote boliviane. Il mio pensiero, a poche ore dal volo che mi allontanerà da questo mondo, viene inevitabilmente calamitato dai volti incontrati in oltre tre mesi di viaggio, venticinquemila chilometri percorsi a bordo di ogni mezzo, quattro paesi esplorati: facce pulite, disponibili,  gentilezza e cordialità a volte quasi imbarazzanti, contatti umani conditi spesso da una profusione di emozioni. La memoria interpellata non mi restituisce nello specchio dei ricordi un solo sguardo scontroso che abbia incrociato i miei occhi, un atteggiamento scorbutico subito o il minimo cenno di inimicizia che ingrigisse il mio animo quasi a voler garantire che, dopo tutto, niente è perduto e che il mondo è ancora in carreggiata.

Sotto un cielo così spesso da sembrare cotone idrofilo, il mio pensiero si inerpica in sequenze di ricordi lontani e mi spinge a chiedere cosa stiano facendo ora le persone incontrate e conosciute in questo mio viaggio. Immagino allora Felipe arruffianarsi abilmente l’ennesimo nuovo cliente destreggiandosi tra i tavoli del caffè di Arica che ero solito frequentare; Carolina seduta nel rigoglioso giardino tropicale della sua pensione nell’isola di Pasqua, intenta ad ascoltare la compilation di brani mp3 che le avevo preparato; il tenero Basilio, con le mani salde al volante del vecchio fuoristrada giapponese, guidare un nuovo gruppo di viaggiatori attraverso il mare compatto lacerante di bianco del Salar de Uyuni; Alejandro, settantaquattro primavere alle spalle, trascorse nella piccola isola di Amantanì, un punto nelle acque del lago Titicaca color blu metallo, illuminare il sentiero dietro casa con la torcia portatile trasformabile in lampada da comodino, piccolo regalo nostro, che lo aveva commosso a tal punto da farci quasi stritolare in un abbraccio da lacrime; Perrito, molto più a sud, rotolarsi felicemente nella neve fresca mentre accompagna l’ennesimo visitatore su per il sentiero che conduce, attraverso un fitto bosco, ai piedi del Cerro Torre, nella speranza di racimolare una carezza o quanto meno quel minimo di amore che si merita; l’esuberanza e la simpatia di un Roberto più logorroico che mai a mietere  nuove “vittime” nel suo ostello, laddove il Cile scivola in Perù; Matteo, nella sua piccola locanda di Cuzco, starà offrendo l’ennesimo bicchierino di autentico pisco sour ai suoi clienti, dopo averli doverosamente viziati e rifocillati con una squisita pasta al forno.

Tutte comparse figlie di un caleidoscopico spettacolo inscenato dalla regia di un viaggio agli sgoccioli, avvolto sempre più dalle spire di una crescente malinconia che si amalgama perfettamente con il grigiore del cielo di Lima. Comparse già diventate indelebili trofei nella mia memoria e che domani, all’alba, voleranno idealmente con me verso casa.

La città perduta inca di Machu Picchu (2.438 metri)

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Categorie: I MIEI VIAGGI, Sud America | Nessun Commento »

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