PATAGONIA E TERRA DEL FUOCO (Argentina)
100 GIORNI IN SUD AMERICA |
El Chaltén, Patagonia, Argentina
un “angelo custode” sul sentiero per il Fitz Roy
7 Luglio 2007
Due occhi svegli, le orecchie tese e uno sguardo capace di trasmettere innocua bontà. All’ombra del fitto bosco silenzioso è sbucato, all’improvviso, sul sentiero calpestato dai nostri passi sicuri attutiti dalla neve e da allora è stato il nostro angelo custode, lungo tutto il percorso. Mai invadente, discretamente distante a sorvegliare ed accompagnare ora la nostra andatura, ora le brevi soste per immortalare uno scatto fotografico su panorami da cartolina così straordinari da toglierti, in un colpo solo, fiato e respiro.
Compagni di cammino come lui ne abbiamo incontrati tanti, troppi sulle strade di questo vasto paese che è l’Argentina. Cani. I migliori amici, si dice, di quell’uomo incapace spesso di ricambiare l’amore e la sincera fedeltà data dai quattro zampe. Non posso definirli randagi perché in parecchi casi sono animali di razza, belli nel pelo lucido e nel portamento. Vengono abitualmente abbandonati dai rispettivi proprietari dalla Pampa fin giù nella gelida Terra del Fuoco non appena crescendo pongono fine a quella loro tenera età di amorevoli cuccioli. Una volta in strada si riproducono e stanno pertanto divenendo un autentico esercito canino che prima o poi diverrà un grande problema (uno dei tanti) per l’Argentina. Hanno imparato ad “affezionarsi” ai viaggiatori. Una carezza, un sorriso, magari un boccone per sfamarli. Non chiedono altro. Mi hanno affiancato nel mio cammino per una manciata di isolati o lungo i sentieri fuori città.
L’abbiamo simpaticamente battezzato Perrito questo nuovo temporaneo compagno di viaggio. Galoppa felice a quattro zampe superandoci tra le gambe sul percorso che si arrampica verso le imponenti pareti del Fitz Roy che si elevano in una verticalità magnificamente tutta dolomitica. Come un Caronte delle nevi guida il nostro cammino verso la meta con la lingua, di tanto in tanto, a penzoloni, annusando il profumo del bosco, poi tuffandosi, tutto di un tratto, con il naso nella neve fresca riassaporando così il gusto di giocare per qualche minuto. Se non sente più i nostri passi avanzare per il sentiero imbiancato torna indietro e, con lo sguardo, ci invita a riprendere il cammino. Non si lascia accarezzare ma lo vedi che è felice perché scodinzola come un turboelica in decollo. Me lo porterei a casa in un istante tanto mi ci sto affezionando. Ugualmente avrei fatto con quel cane che accompagnò il mio peregrinare per le strade centrali di San Antonio de Areco o con quelli che affollavano a turno l’ingresso dell’ostello di El Calafate presidiandolo o difendendolo quasi.
Nel cristallino pomeriggio invernale, gentilmente inondato di cangianti raggi solari che filtrano nel bosco dal cielo cobalto, il paese quasi fantasma di El Chaltén è restato molto giù a valle con la sua pianta urbanistica disordinata fatta di case di legno dai colori vivaci tra ristoranti, alberghi, ostelli, bar e negozi di souvenir per la stragrande maggioranza sbarrati in attesa della stagione calda. Adoro la luce invernale a queste latitudini australi. E’ cristallina ed eccezionalmente trasparente. I raggi solari restano obliqui per parecchie ore anche quando il sole raggiunge lo zenit e, di conseguenza, gran parte della giornata si tinge di luce calda, di tonalità gentili senza quella violenza abbagliante che ha il sole in estate.
E’ un paesaggio incredibilmente dorato quello che ci circonda, nella graduale ascensione verso il balcone panoramico affacciato su questa stupenda succursale dolomitica in piena Patagonia. Giù a valle nella piana abbagliante per i riflessi della neve, il fiume serpeggia semighiacciato nel rigido inverno di queste parti. Il sentiero, liberatosi finalmente del fitto intreccio di rami spogli di alberi e cespugli, concede una splendida vista a monte con le pareti rossastre del Fitz Roy, a tratti color del rame in striature verticali, che precipitano drammaticamente dall’alto degli oltre 3.400 metri di quota.
Il silenzio è assoluto, non c’è un alito di vento e il freddo intenso dell’alba, abbondantemente sottozero, ha concesso una tregua dorata dal sole. Sono minuti di trepide emozioni congelate per sempre tra i miei pensieri a coronare il sogno di una vita: esplorare la Patagonia. Sono bombardamenti emotivi che vanno ad aggiungersi a quelli già vissuti, quasi senza tregua, negli ultimi giorni: l’elegante saluto con la gigantesca e lucida pinna dato da uno splendido esemplare di balena franca australe, a pochi metri da me nelle acque della baia della penisola di Valdéz, gli iceberg color zaffiro dalle forme bizzarre quasi uscite dal genio dei mastri vetrai muranesi solcare le gelide acque del lago Argentino, le gigantesche pareti del maestoso ghiacciaio Perito Moreno emergere dalla bufera di neve tagliente come un rasoio in volto. Non si può desiderare altro da un viaggio che prosegue imperterrito a lasciarmi stupito con l’ingenuità di un bambino.
Difficile fare retromarcia per rientrare verso quella El Chaltén che, vista dalla selvaggia e solitaria bellezza di quassù finisce quasi con l’apparire come una inquietante metropoli al confronto. Perrito, inesorabilmente, ci segue, fiutando arbusti qua e là, allontanandosi solo quel che basta, quasi per pudore, nel concedersi un bisognino impellente. Poi quando le prime case abbagliate nelle facciate e nei tetti di verde pistacchio, rosso incendio o giallo girasole annunciano il paesino, così come era sbucato qualche ora prima, Perrito sparisce inghiottito dal bosco e aggiungendosi alla mia lista immaginaria di tutti quei cani che mi sarebbe piaciuto portare a casa con me.
Sull’autobus semivuoto che ci riporta a El Calafate, lungo il percorso sterrato sporco di neve e ghiaccio della mitica Ruta 40, la giornata muore incendiandosi, sul finale, in un tramonto che ha dello spettacolare. All’orizzonte si rimpiccioliscono sempre più le propaggini meridionali della cordigliera andina e nella distesa seghettata di cime, sempre più lontana, riconosco nitidamente, tra le tante, le vette del Fitz Roy e le dita del Cerro Torre. Circondato dall’infinita steppa dorata di giallo, gli ultimi raggi di sole illuminano per un istante ancora un sorriso beato, quasi idiota, stampato come un timbro da passaporto sul mio volto. Porta la dicitura “felicità”.
Ushuaia, Tierra del Fuego, Argentina
Un anarchico russo alla fine del mondo
10 Luglio 2007
Alla fine del mondo, laddove il continente sud americano si stringe a imbuto in una filiale climatica che lascia intuire già il freddo dei non più lontani ghiacci dell’Antartide, splende un’insolita ma più che gradita parentesi primaverile. Mi crogiolo felicemente ai tiepidi raggi del sole che sciolgono le insidie del ghiaccio dai marciapiedi e dalle strade cittadine, sotto un cielo inaspettatamente di un azzurro intenso.
L’inverno argentino sembra essersi stranamente capovolto: 6 gradi a Ushuaia, già in una tarda mattinata del rigido luglio australe, fanno quasi notizia come la neve che, ironia della sorte, ha imbiancato la lontanissima capitale argentina dopo quasi un secolo. Le montagne innevate, che coronano l’incantevole panorama della città più meridionale della terra, si riflettono nelle calme acque del porto disseminato di navi mercantili e piccole imbarcazioni colorate, risaltando i loro pendii rocciosi nell’intensa nitidezza della luce. Non soffia un alito di vento e anche le onde che, solitamente, agitano le acque del canale di Beagle sembrano essersi concesse un breve riposo.
In questo, tutt’altro che sgradito, contesto meteorologico a togliere improvvisamente di torno tutto il lato crudo e drammatico dell’inverno a queste basse latitudini, mi sono rifugiato all’interno di quello che, una volta, fu il fulcro di Ushuaia: il penitenziario. Quaggiù la storia l’hanno fatta soprattutto i carcerati. Scontando le loro pene, per delitti commessi molto più a nord, centinaia di detenuti hanno trasformato, con il tempo, un ambiente naturale disabitato e particolarmente ostile all’uomo in un vero insediamento umano. Grazie anche a loro Ushuaia è divenuta l’odierna graziosa cittadina di trentamila abitanti in continua evoluzione dietro la spinta di un turismo in grado di richiamare sempre più snowboarder d’inverno e amanti del trekking d’estate. La città più meridionale del mondo trae origine da un carcere costruito dagli stessi detenuti, portati quaggiù a bordo di una nave poco più di un secolo fa a scontare le loro pene. Miserevoli baracche di lamiera, assolutamente inadatte a dare protezione dinanzi al lungo inverno della Terra del Fuoco così terribilmente rigido e ventoso, furono in seguito sostituite da un autentico carcere in muratura in grado di accogliere già negli anni Venti del secolo scorso almeno seicento prigionieri.
Furono gli stessi detenuti a stendere i binari della prima linea ferroviaria, oggi diventata una costosa attrazione turistica, in questa remota parte del mondo facendosi faticosamente strada attraverso la fitta boscaglia. E’ grazie al loro improvvisato ruolo di spietati taglialegna che Ushuaia ebbe il riscaldamento assicurato per innumerevoli dei suoi lunghi inverni. Crudeli serial killer rei di efferati delitti ma anche noti scrittori colpevoli per il solo fatto di risultare sgraditi alle giunte militari che saltuariamente minavano la democrazia nel paese. Simon Radowitzky è probabilmente il prigioniero più celebre della storia carceraria in quest’angolo fatato dalla natura. Immigrato dalle lontane steppe della Russia zarista, ancora giovane ma già irrobustito dal duro lavoro nei cantieri ferroviari argentini e da un crescente interesse verso l’ideologia anarchica e la lotta di classe, lanciò una bomba al passaggio dell’auto del capo della polizia, a Buenos Aires nel 1909, uccidendolo. Graziato proprio per la sua giovane età dalla condanna a morte, rabbiosamente agognata da molti, fu spedito a Ushuaia con qualche fotografia di famiglia come suo unico bagaglio.
Durante la lunga prigionia, interrotta da un’evasione durata il tempo per respirare appena un po’ di aria pulita e di libertà sulla pelle, Radowitzky sopportò, stoicamente, ogni tipo di punizioni inflittegli compresa una violenza sessuale ad opera del sostituto del governatore con l’ausilio di tre poliziotti. Nel 1930, venne liberato dall’allora presidente argentino, si dice, a titolo di gesto distensivo nei confronti della classe operaia presso la quale Radowitzky era già divenuto un nome leggendario. Per evitare ulteriori disordini politici in una Buenos Aires già agitata dagli scioperi dei lavoratori, spesso duramente repressi nel sangue, l’anarchico russo venne imbarcato direttamente su una nave diretta da Ushuaia a Montevideo.
Non rivide più l’Argentina. Nel 1936 si imbarcò per la Spagna ma la sua vita era già segnata da un crescente esaurimento nervoso e dalla mancanza di interessanti prospettive politiche. Ricoprì un umile incarico da impiegato al consolato uruguayano in Messico e fece qualche viaggetto negli Stati Uniti per visitare la sua famiglia, prima che un attacco cardiaco stroncasse definitivamente la sua vita nel 1956. Fino a non molti anni fa, lettere di ammirazione da anarchici di ogni latitudine giungevano all’indirizzo del penitenziario di Ushuaia, oggi divenuto un bel museo ricco di particolari storici. Una di queste, in una bella scrittura a mano, con tanto di busta indirizzata e francobollo postale, fa la sua figura incorniciata alla parete di quella che fu la piccola fredda e malsana cella del detenuto Simon Radowitzky.
Categorie: I MIEI VIAGGI, Sud America | Nessun Commento »
I commenti sono disabilitati.












