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Benvenuti nel sito personale di Stefano, web designer, fotografo freelancer per celebri agenzie fotografiche internazionali quali ALAMY e GETTY IMAGES, organizzatore di workshop fotografici a Barcellona ma soprattutto viaggiatore. Fin dal 2000 BACKPACKER.it ospita i racconti, le emozioni, i ricordi e le immagini dei suoi viaggi in una sessantina di paesi del nostro pianeta, oltre ad una sezione dedicata alla narrativa e agli articoli di viaggio, una guida ai siti utili per organizzare al meglio un viaggio con lo spirito da backpacker e tutto ciò che può incantare un viaggiatore con zaino in spalla. Buona navigazione!

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Il viaggiatore è attivo, va all’incessante ricerca di gente, avventure ed esperienze. Il turista, invece, è passivo, si aspetta sempre che gli accada qualcosa di interessante e va solo per luoghi.
-Daniel J. Boorstin

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PACIFIC NORTHWEST (USA/Canada)

Seattle, USA
Estate 1991

Da Toronto a Vancouver cinque ore di volo. In mezzo, l’ immensa pancia del Nord America, quattro fusi orari e un viaggio che sembra non concludersi mai. Il Boeing della Canadian insegue l’ovest macinando chilometri a migliaia e sorvolando distese disabitate misurate dall’ orizzonte in distanze che agli occhi di un europeo sembrano quasi siderali: laghi a migliaia, talora grandi come il nostro malsalubre Adriatico, gli infiniti tavolieri gialli di grano del Manitoba e del Saskatchewan e le Montagne Rocciose; ricordano le nostre Dolomiti nel granito delle loro imponenti formazioni rocciose, ma con un aspetto decisamente più selvatico.

Giungere a Vancouver dopo oltre quattromila chilometri di sorvolata del continente canadese è quasi come non essere mai usciti dalla periferia di Toronto: ordinata, con case e villette in legno annaffiate da tanto verde, ma con in più il Pacifico che disegna fiordi e insenature ove si gettano a picco aspre montagne.

Il Pacific Northwest, come coronazione dell’educazione del turista ecologista per vocazione, esercita un fascino irresistibile. Ne fanno parte le province canadesi del British Columbia e dell’Alberta e gli stati di Washington e Oregon della confederazione statunitense ed è considerata una sorta di “ultima frontiera” strappata agli Indiani nativi del posto. Le Montagne Rocciose, il vulcano Sant Helens, le dune dell’Oregon, la splendida e frastagliata costa pacifica sono mete d’obbligo dopo una veloce toccata e fuga a Seattle e Vancouver, le due più importanti città della regione. Distano tra loro neanche 250 chilometri sulla carta, anni luce, invece, nella diversa mentalità dei due rispettivi stati ai quali appartengono : il Canada di chiaro stampo inglese nostalgico e filoeuropeo e gli Stati Uniti, reazionari dietro la convinzione di essere potenza e modello supremi.

Il mio peregrinare mi ha dapprima portato a Whistler, 110 chilometri a nord di Vancouver, la più rinomata località sciistica dell’intero Nord America. Ha vinto il confronto con la rivale statunitense Aspen e gli impianti e le piste non hanno nulla da invidiare a quelle di Cortina o di San Moritz.
L’estate porta quassù un esercito di zanzare e di turisti amanti delle passeggiate e dei percorsi da guerra su variopinte mountain-bike che si possono noleggiare anche sul posto. L’ incontro con alci e orsi non è per nulla occasionale. Un cucciolo (si fa per dire, vista la stazza) di grizzly, appena fuori Whistler, mi ha tagliato la strada prima di sparire inghiottito dal bosco. I depliant distribuiti dall’ente turistico della cittadina elencano alcuni suggerimenti per uscire sani e salvi da un incontro con questo tipico mammifero canadese. A proposito, sapete arrampicarvi almeno fino a due metri e mezzo dal suolo?

A bordo di una Pontiac bianca noleggiata, mi sono lanciato verso il sud. Sul lungo nastro d’asfalto della Interstate 5 con la musica rock alla radio come compagna di viaggio, il Canada é già ieri; Seattle, invece, è un più recente ricordo alla spalle, racchiusa in lungo tra le acque dello stretto Juan de Fuca e dei laghi che spuntano come funghi in piena città. Il 18 maggio 1980 il monte Sant Helens saltò in aria sotto la spinta del magma interno e si accasciò su se stesso: fu una eruzione catastrofica, non tanto per il tributo in termini di vite umane, quanto, invece, per i danni provocati all’ambiente su un’immensa area territoriale. Migliaia di ettari di foreste letteralmente polverizzate dalla cenere e dall’onda d’urto dell’esplosione vulcanica. Ho speso un pomeriggio intero a camminare sulla lava e sulla cenere solidificata ormai da anni, tra migliaia di scheletrici tronchi che testimoniano ancora quella che una volta era una foresta che ricopriva i fianchi della montagna e delle vallate intorno. Undici anni dopo l’eruzione, la vegetazione fa fatica a spezzare la grigia coltre vulcanica e a riprendere un altro ciclo di vita. Dal Sant Helens l’orizzonte spazia verso altri imponenti coni vulcanici alti anche oltre quattromila metri, tutti allineati lungo una sciara sotterranea tra le più temibili al mondo; il Rainier, il monte Hood e, più a sud, in territorio californiano, il monte Shasta, guardano in silenzio il fratello amputato dietro la consapevolezza (confermata anche dai vulcanologi) che in un futuro non poi così remoto, toccherà probabilmente anche a loro saltare in aria.

Il Pacific Northwest si congeda a sud dell’Oregon. Qui, lungo la costa, per oltre quaranta chilometri, le spiagge sono ricoperte da dune di sabbia risalenti all’ultima glaciazione, modellate nel tempo dal vento, che si innalzano fin oltre i cento metri d’altezza. E’ un Sahara tra gli abeti che finisce per rendere il paesaggio un irreale miraggio; disillusione nei confronti di un territorio che annienta i canoni naturali europei e forse per questo più difficile da accettare. Ferragosto a Wincester Bay, capitale delle dune: più pescherecci che anime vive. Dieci chilometri nell’entroterra il sole spietatamente a 32 gradi. Ma qui sulla costa é tutto un altro mondo. Avvolta in una nebbia padana e in una noiosa pioviggine, fonte di angine e reumatismi, l’atmosfera è quella di un autunno scozzese, nonostante il calendario mi ricordi che dopo tutto è estate. L’estate di Wincester Bay.

La sera cala anche sull’unico pub del piccolo centro. I pescatori mi raccontano un’altra storia di mare e sale, una blues band suona dal vivo e i pochi turisti cercano un riparo infreddoliti. Loro vengono dalla solatia California come io provengo dall’afa milanese. Sorseggio una birra Rainier, ascolto l’oceano dove l’estensione dello sguardo non trova la fine dell’orizzonte e una definizione dello scrittore francese Baudrillard sorge spontanea: L’America non è un sogno ne una realtà, ma una iperrealtà perché è un’utopia vissuta fin dall’inizio come realizzata.

Typically Seattle!

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Categorie: I MIEI VIAGGI, Nord America | Nessun Commento »

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