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Benvenuti nel sito personale di Stefano, web designer, fotografo freelancer per celebri agenzie fotografiche internazionali quali ALAMY e GETTY IMAGES, organizzatore di workshop fotografici a Barcellona ma soprattutto viaggiatore. Fin dal 2000 BACKPACKER.it ospita i racconti, le emozioni, i ricordi e le immagini dei suoi viaggi in una sessantina di paesi del nostro pianeta, oltre ad una sezione dedicata alla narrativa e agli articoli di viaggio, una guida ai siti utili per organizzare al meglio un viaggio con lo spirito da backpacker e tutto ciò che può incantare un viaggiatore con zaino in spalla. Buona navigazione!

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BOSNIA E ERZEGOVINA

 

BOSNIA E ERZEGOVINA

Sarajevo, Bosnia Erzegovina
Maggio 2007

All’improvviso, da occidente, minacciosi pilastri di vapore color pece hanno invaso un cielo, fino a poco prima dipinto di un vivo azzurro, appena pennellato da nubi pigre e striate in un tepore così piacevolmente primaverile. Un preludio di lontani brontolii in crescendo, i primi lampi e, in un battibaleno, i dolci pendii, rigogliosamente verdi di boschi a far da cornice a Sarajevo, sono spariti dietro virghe di pioggia sferzante, quasi monsonica. Alla pari di un temporale all’equatore, la pioggia ha presto lasciato la scena e l’abbacinante strato di nuvole si è dissolto in un clima divenuto freddino, a irrigidire la mia ultima serata in terra bosniaca.

Mia bisnonna era cresciuta qui. Ebrea di nascita ma convertita al cattolicesimo per unirsi al grande amore della sua vita e proprio per questo ingiustamente ripudiata dalla famiglia, in una città dove le grandi religioni monoteiste da sempre si intersecano nelle singole vite, coscienze e destini dei suoi abitanti. Motivo, questo, di orgoglio ma anche, da sempre, di immani tragedie. Si era sposata all’incirca quando il giovane Gavrilo Princip, premendo il grilletto, aveva segnato il destino della prima grande guerra, facendo di Sarajevo l’odioso epicentro di sangue per il suo folle gesto. Di mia bisnonna ho sempre conservato ricordi fievoli, appena accennati, ma il cordone ombelicale, che a lei mi lega, si è fatto meno sbiadito in questi giorni ogni qualvolta mi sedevo a tavola per assaporare le pietanze di una cucina che ha saputo, da sempre, ben miscelare gli ingredienti e le migliori specialità gastronomiche tipiche tra Vienna e Istanbul e che mi riconducevano ai sapori della mia prima infanzia, quando proprio la mia bisnonna dettava legge in cucina! Ripenso a lei ora che la fame, sempre più dirompente, quasi per inerzia, mi catapulta prepotentemente a rifocillarmi in direzione di una delle innumerevoli taverne che pullulano a Bascarsija, il magnifico cuore turco di Sarajevo.

Attraverso uno dei ponti che si gettano sulla Miljaka, attendo il transito di un vecchio tram sferragliante, supero il magnifico palazzo, già illuminato dai riflettori, che ospita la biblioteca nazionale, capolavoro architettonico che miscela in modo sublime stili moreschi e austroungarici. Dalla fine della guerra implora inutilmente un degno restauro, dopo essere stato brutalmente incendiato nel lungo assedio serbo. Discreta e per nulla assordante, come accade invece nei paesi arabi finora esplorati, la preghiera del muezzin si diffonde dai diversi caratteristici minareti in stile turco della città che, come bianche matite affilate, prendono la direzione del cielo ritornato azzurro.
Costeggio il cortile di una grande moschea del centro, dove qualche fedele prega inginocchiato all’ombra di un bel padiglione in legno a forma ottagonale, magnificamente intarsiato, a sovrastare una gentile fontana per le abluzioni. Tre ragazzine racchiuse da veli allegramente colorati se la raccontano di santa ragione e giù a ridere.  Sono alte, si riflettono nei loro incantevoli occhi azzurri e una di loro ha capelli biondi color pannocchia. Fa strano vedere fedeli musulmani lontani dallo stereotipo scuro di carnagione degli arabi e ancor più incredibile è il trovarmi ad alzare gli occhi al cielo restando piacevolmente sorpreso dal minareto affiancato ad un antico campanile in stile romanico, giusto dall’altra parte della strada. Sarajevo è anche questo. Imbocco una stradina poco illuminata sulla quale si affacciano umili case in legno e muratura, che ne fanno una fedele riproduzione di Sulthanamet a Istanbul. Da una di queste, le note di un’allegra fisarmonica, che sanno di fumo di pestilenziali sigarette slave e baldoria, attirano la mia attenzione. E’ una taverna caratteristica del posto: non propina cucina per turisti su menù bilingue e dalle due valute, non offre nachos o piatti di lontane latitudini, alla pari di altri locali etnici che iniziano a spuntare anche in questo angolo di Balcani e non è affatto pretenzioso.

Dentro l’atmosfera è invitante anche se la cortina di fumo è da nebbia padana. C’è un tipo che si regge con le stampelle, già bello che andato per merito del vicino storico birrificio cittadino, una signora, in abitino dai colori discutibili seduta su uno sgabello, che si lascia andare e accompagna cantando a squarciagola l’allegra melodia slava della fisarmonica, suonata da un tipo dalla faccia davvero simpatica con fronte spaziosa, pochi capelli in testa, occhi chiari, lineamenti così splendidamente jugoslavi, e poi la cameriera dai lunghi capelli neri a servire birra o pietanze ai pochi clienti seduti ai banconi in legno massiccio. Ceno qui: piatto del giorno e una squisita Sarajevsko Pivo perché, incredibilmente, la mia voglia di birra in questi ultimi giorni è tanta.
Tra le quattro pareti in legno, da dove pende di tutto tra quadri di una Bosnia d’epoca, nostalgici ritratti del Maresciallo, adesivi sbiaditi della squadra di calcio dei ferrovieri di Sarajevo, con tanto di stella rossa, si respira un simpatico clima cameratesco, frutto di tanta semplicità perché basta una fisarmonica a diffondere calda allegria.

In questi giorni, camminando per strada, seduto in treno o in un caffè, ho spesso osservato la gente che mi circondava e i passanti che i miei occhi incrociavano, chiedendomi come fossero tutti usciti dal più lungo assedio della storia moderna del nostro vecchio continente, quali orrende storie avessero da raccontare a chi, come me, se ne stava bello che al sicuro oltre quel muro che divideva l’Europa, con gli occhi bendati dal mattatoio della ex Jugoslavia. Quanti di loro avranno imbracciato il fucile per difendere la città stretta in un assedio micidiale, quanti di loro avranno ucciso e quanti di loro avranno visto seppellire amici e persone care. Non ho mai osato fare il minimo accenno, con le persone incontrate, a quei giorni terribili che resteranno sempre impressi nella storia di questa magnifica città. I ricordi della guerra sono sempre a portata di mano in gran parte del paese ma Sarajevo ne resta, infelicemente, l’evidente epicentro, dove la barbarie ha trionfato in maniera esponenziale.

Basta alzare gli occhi per scorgere sui fianchi della splendida e rigogliosa vallata che la racchiude, oltre il profilo dei tetti, dei minareti e delle parabole satellitari, bianche distese di prismi schiacciati lucidi di marmo: le lapidi di chi nel lungo assedio non ce l’ha fatta. Anche in città i segni dell’assedio sono ben visibili. Nei fori sulle facciate di molti palazzi, nelle targhe commemorative scintillanti d’ottone fuori da una scuola, a ricordare giovanissime vite stroncate, nelle macchie rosate sull’asfalto della strada, a segnare le buche scavate dalle granate sparate dai monti circostanti, per compiere stragi di civili in coda per una tanica d’acqua o per il pane. Lapidi persino in un rigoglioso parco cittadino, generoso di alberi e ombra rinfrescante, dove qualcuno ha trovato degna sepoltura, con le tombe a fare compagnia a chi sulla panchina se ne sta a leggere il giornale. Gli abitanti di Sarajevo sono incredibilmente assuefatti a questo. Io no.
Ho rivissuto i quattro anni di assedio della città a modo mio l’altro giorno. Come sono spesso abituato a fare nella mia città o quando sono in viaggio, ero entrato in una libreria del centro e mi ero messo a sfogliare le pagine di un volume illustrato da fotografie che testimoniavano, spesso in modo raccapricciante e direttamente al cuore, la tragicità di tutti quegli eventi. Cosa potevo mai chiedere a qualcuno circa quei giorni, dopo aver ingurgitato immagini di guerra di per se già simboliche e cariche di significato? Che peso ulteriore avrebbero avuto i ricordi eventualmente narrati dalla gente incontrata?

Sono trascorsi dodici anni dalla fine dell’assedio. Non penso che le ferite impresse a questa terra si rimargineranno presto. Non basta ricostruire le case, passare una mano di stucco alle facciate dei palazzi trasformate in groviera dai proiettili, rivedere i primi turisti e il sorriso ritornato nei volti tra la folla in movimento, lungo le nuove isole pedonali di Sarajevo lastricate in pietra. Si dovrebbero, piuttosto, abbattere i simboli che hanno alimentato, in parte, quell’odio possente, tritatutto, o quantomeno ridurne significativamente la  portata, simboli nei quali, ancora oggi, molti, in questo lembo balcanico, si riconoscono: la croce alta 35 metri fatta erigere dai croati bosniaci in cima alla montagna che domina Mostar, il velo ritornato a coprire il capo di un crescente numero di musulmane e l’aquila a due teste dei serbi, a identificare fantomatiche repubbliche in miniatura riconosciute solo da loro stessi.

Lo scrollarsi questi simboli di dosso aiuterebbe a ricompattare il variopinto mosaico bosniaco, farebbe riassaporare una coscienza individuale più autentica e una maggiore essenza di libertà, per questa gente martoriata dalla disintegrazione jugoslava e metterebbe a tappeto i fautori e gli sbandieratori del conflitto tra civiltà, che alimentano le nostre paure e segnano i nostri destini. Sarebbe bello se tutto questo potesse partire proprio da qui. A questo penso uscendo dalla simpatica taverna, tuffandomi nel fresco clima serale e facendomi di nuovo rapire dal fascino delle strette e animate viuzze di Sarajevo.

Mehmet Han Fermani

ALLA FACCIA DI CHI SBANDIERA LO SCONTRO TRA CIVILTA’!

Nel 1463, quando la Bosnia cadde nelle mani dei turchi, il sultano Mehmet II promulgò un editto (ahdnama) a difesa dei monaci francescani bosniaci. L’ho letto nell’antica casa dei dervisci adibita a museo sita a Blagaj, nei pressi di Mostar e ve lo propongo qui di seguito. Dedicato a chi crede ostinatamente nello scontro tra civiltà ritenendo quella occidentale storicamente superiore alle altre!

Io, sultano Mehmet Khan, informo tutto il mondo che i monaci francescani bosniaci destinatari di questo mio editto sono sotto la mia protezione e pertanto ordino che nessuno li infastidisca e che siano lasciati vivere in pace nel mio Impero. Ordino che sia garantita la sicurezza di quelli che si sono rifugiati e di poter tornare e insediarsi nei monasteri senza timore alcuno in tutti i paesi del mio Impero. Né la mia altezza reale, né i miei ministri, neppure la mia servitù e qualsiasi cittadino del mio Impero potrà insultarli e disturbarli. Nessuno potrà attaccarli e mettere in pericolo le loro vite o le proprietà delle loro chiese anche se portano qualcuno da fuori nel loro paese. Nel nome del Creatore della terra e del cielo, colui che nutre tutti gli esseri viventi, in nome dei sette Mustafa e del nostro grande Messaggero e in nome della mia spada nessuno potrà fare il contrario di quanto scritto fin quando resteranno fedeli e obbedienti al mio comando.


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Categorie: Europa, I MIEI VIAGGI | Nessun Commento »

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