ANDALUSIA (Spagna)
LE MIE FOTOGRAFIE DELL’ANDALUSIA
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Da Ronda a Granada, Andalusia
Dicembre 2003
I chilometri non sono neppure duecento; le ore di viaggio, senza contare le soste impreviste dettate dal percorso, saranno tre e una manciata di minuti, così come stampato sul biglietto stretto nervosamente nella mano in attesa di porgerlo al controllore.
Ronda – Granada è un viaggio quasi di altri tempi a bordo di un treno diesel che si addentra, insinuandosi come un serpente di metallo, attraverso uno dei paesaggi più belli e impervi dell’Andalusia. Fornace abbrustolita e ingiallita dal sole in estate, riesce difficile immaginarla adesso verdeggiante nei freddi e umidi refoli invernali che riescono a dire la loro persino in questo profondo angolo mediterraneo di Spagna, finestra europea spalancata anche su un mondo piacevolmente e delicatamente islamico.
Sotto un cielo ventoso e mutevole da Irlanda sul finire del pomeriggio tra pochi quadrati di azzurro, che vanno e vengono, veleggiano, maestosi, nuvoloni neri minacciosi di pioggia alla base e appena arrossati dai raggi di sole che filtrano, ormai obliqui, nella sommità. Si susseguono colline ingentilite di verdi prati innaffiati di recente e percorse da filari di ulivi inclinati nei loro tronchi contorti dal tempo, qualche remota fattoria abbagliata di bianco, cavalli liberi e in lontananza il profilo di un paesino arroccato e dimenticato dalla geografia.
Il fascino andaluso ti stringe morbido in un abbraccio storico spesso intrinseco di tangibili segni islamici: la dolcezza dei portali a ferro di cavallo, la sontuosità, mai invadente però, dei palazzi dell’Alcazar e dell’Alhambra, i minareti intarsiati di un tempo, divenuti poi campanili a raccogliere fedeli diversi nella storia, i rigogliosi giardini nei bei cortili di casa, all’ombra degli aranci, con i pavimenti in marmo solcati da canalini geometrici a distribuire l’acqua dalla fontana, come refrigerio nei torridi giorni d’estate, frutto del genio degli architetti arabi di un tempo.
L’Andalusia ti sorprende anche nel mutare continuo del suo paesaggio. Da idilliaco diviene all’improvviso severo all’annunciarsi, dietro l’ennesima curva percorsa dal treno, di un’aspra montagna dai fianchi rocciosi, spioventi come tumori della natura e del tempo, incappucciata da un cielo basso e cupo, che sembra stia per cadere da un momento all’altro. Il binario l’aggira dolcemente, nella sua interminabile serie di ampie esse metalliche, taglia in due una gola stretta, dominata da inquietanti spuntoni di roccia sui quali sembrano annidarsi i banditi, pronti a sferrare l’attacco al treno, in questo paesaggio di lande solitarie che in passato hanno ospitato il set di innumerevoli film western.
Sarà che siamo a natale, sarà la fredda stagione che anche qui, ogni tanto, riesce a ingrigire il cielo e gli animi, fatto sta che nel viaggiare in inverno alle latitudini di casa nostra sembra aleggi quel non so che di strano, una tenue e sottile melanconia che si annida dentro, senza rancore. Una nostalgia serena, trasposizione quasi delle note del magnifico adagio del Concerto di Aranjuez che mi è capitato di ascoltare, nel dedalo di viuzze del quartiere ebraico di Siviglia, dalla chitarra di un ragazzo bisognoso di soldi.
Viaggiando in questa Andalusia vestita d’inverno e in parte avara di turisti, ho tutto il tempo di riflettere, di alimentare il mio perenne esercito di dubbi che mi porto SEMPRE dietro da casa (!) tra le pagine lette di un libro e un minidisc da iniettare nelle mie orecchie. Sono lontano da quel turismo di massa da girone dantesco che soffoca e inquina, sotto Natale, le grandi capitali europee e le più belle città d’arte e, con tutta probabilità, a bordo di questo treno sono l’unico ad essere passeggero nelle vesti di viaggiatore, per diletto, tra tanti viaggiatori, invece, per forzata necessità quotidiana: gli impiegati che rientrano a casa stritolati nelle loro divise di giacca e cravatta, ognuno attentamente calamitato dalle cronache del giornale che legge, la compagine di ragazzine fresche di scuola, intente ora a ridersela di chissà chi, ora indaffarate a inviare messaggi lontani con i loro telefonini.
Ho più tempo per osservare la gente, scrutarla attentamente per sentirmi anch’io partecipe, e non turista, nell’animare il fiato della città in cui mi trovo, perfino nei gesti più banali. Mi godo una colazione al bar ascoltando il cameriere esibirsi cantando gli ordini dei clienti, osservo lo snowboarder che si affretta al bus in partenza per la Sierra Nevada, con sottobraccio una Burton Canyon identica alla mia (e questo basta a farmelo virtualmente amico per un istante!), ascolto le spiegazioni della custode dei bagni arabi di Granada, personaggio che pare uscito da un film di Almodovar. L’hamam è chiuso al pubblico ma la minuta e bizzarra signora di mezza età in pantofole mi fa lo stesso cenno di entrare dal portone e così divengo unico ospite ad ascoltare, sotto un soffitto ad archi e a stelle, il suo resoconto storico in spagnolo cantilenante, alla lamentela di quanto freddo faccia e di come l’umido sia sempre più nocivo per i suoi poveri bronchi! Mucho frio!
Esempi di minuscole soddisfazioni che si moltiplicano nel corso del viaggio, proprio perché viaggiare non è altro che una moltitudine di sequenze visive, particolari, ricordi, emozioni e pure stronzate, belle o brutte che siano, a comporre tutte insieme un arricchimento dello spirito e della conoscenza che non ha mai confini. E al nuovo anno, che scoccherà tra poche ore, in una Granada in trepida attesa, chiedo di farmi ancora dono di un altro viaggio da preparare, nuovi orizzonti da esplorare e un’altra storia da scrivere sul mio diario per illuminare recondite e irripetibili emozioni.
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