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Benvenuti nel sito personale di Stefano, web designer, fotografo freelancer per celebri agenzie fotografiche internazionali quali ALAMY e GETTY IMAGES, organizzatore di workshop fotografici a Barcellona ma soprattutto viaggiatore. Fin dal 2000 BACKPACKER.it ospita i racconti, le emozioni, i ricordi e le immagini dei suoi viaggi in una sessantina di paesi del nostro pianeta, oltre ad una sezione dedicata alla narrativa e agli articoli di viaggio, una guida ai siti utili per organizzare al meglio un viaggio con lo spirito da backpacker e tutto ciò che può incantare un viaggiatore con zaino in spalla. Buona navigazione!

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Viaggiare è il più privato dei piaceri.
-Vita Sackville-West

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CILE (a sud di Santiago)

100 GIORNI IN SUD AMERICA

Santiago, Cile
nella casa del grande poeta
16 giugno 2007

L’Airbus 320 della LAN sussulta in preda a scossoni turbolenti sulla verticale della cordigliera andina durante la discesa verso il rettilineo illuminato della pista dell’aeroporto internazionale di Santiago.
Giungere a Santiago provenendo da Buenos Aires, dopo sole due ore di volo, equivale quasi a fare l’ingresso in una città di provincia cresciuta a dismisura e in fretta. Mi basta poco a scoprirlo nel mio veloce girovagare, il giorno dopo, per le strade del centro ingrigito ulteriormente dall’uniforme tappeto lattiginoso di nuvole. L’immagine che Santiago da di se è senz’altro quella di una città messa meglio rispetto a quelle della vicina Argentina: pulita, i marciapiedi ben tenuti e la metropolitana, immacolata senza la minima traccia di graffiti sui muri delle stazioni né cartacce per terra, ricorda quella altrettanto linda che vidi a Singapore.

Santiago non vanta tuttavia la grandiosità e il ricco passato storico culturale della metropoli argentina e persino i pochi edifici storici della città rivelano quel che di deludente nell’aspettativa iniziale. Il palazzo presidenziale della Moneda passato agli onori storici nei giorni drammatici del settembre 1973, quando l’aviazione militare bombardò l’ultimo baluardo difensivo del governo Allende, non è altro che un parallelepipedo grigio restaurato alla meglio e soffocato dai vicini e massicci edifici anonimi pronti a conferire un miserevole aspetto urbanistico quasi sovietico al centro cittadino.

Al di la dei grandi parchi che donano quel minimo di respiro ad una città decisamente inquinata, la vera sorpresa sono le splendide ed elevate vette innevate della catena andina che sembrano precipitare dritto su Santiago tanto sono maestose per altezza ed estensione. Si fa appena in tempo ad ammirarne l’imponente presenza ogni qualvolta un acquazzone lava la città o quando il vento spazza via la coperta di gas inquinanti, che si distende sulla capitale cilena. Ho colto l’attimo per ammirare il panorama dalla sommità del Cerro San Cristòbal raggiunta per mezzo di una ripida e vecchia funicolare interamente in legno prima che la cortina inquinante si rimpossessasse della città, privandola di questa bellissima veduta che va dritto al cuore.

Prima di inseguire il sud cileno ho reso omaggio a quella che per me resta la più bella attrazione di Santiago: la Chascona, la casa di Pablo Neruda. E’ uno splendido angolo di cultura e di ricchezza artistica quasi nascosto tra gli alberi di un grazioso quartiere, essenzialmente fatto di case basse, colorate, villette eleganti degli anni cinquanta adagiate contro i boschi della collina di Santiago, locali e birrerie alla moda che attraggono la gioventù cilena, quasi un oasi di tranquillità in una metropoli che si allarga sempre più in maniera smisurata tra le Ande e il vicino oceano. La Chascona era il soprannome di Matilde Urrutia, il terzo grande amore del poeta. Oggi è sede di una fondazione che promuove l’opera e il genio di un grande autore recuperato. L’amore smisurato di Neruda per il mare e le onde emerge, elegantemente, ovunque: dalla forma della casa che ricorda quella di un ponte navale ai tavoli in stile Bauhaus, agli oblò usati come finestre. Ma è soprattutto l’impressionante ricchezza e varietà di quadri e oggetti, così stravaganti nel loro design anni sessanta, a conferire gran calore e personalità a questa casa storica dove niente sembra essere fuori luogo oppure messo a caso.

Girovagando per le innumerevoli stanze, dove la presenza di elementi riconducibili al mare diventa quasi ossessiva, si ha l’impressione di fare un tuffo negli anni sessanta quando la Chascona diveniva frequente epicentro di feste serali sullo sfondo di una Santiago ancora a dimensione umana, con le Ande non ancora soffocate dallo smog e dal gelido profilo delle vetrate dei grattacieli del vicino distretto finanziario. Annebbiato dai fumi delle sigarette il grande ego di Neruda riuniva attorno a sé la creme culturale ed artistica cilena e internazionale di allora.  Nel salotto tappezzato di quadri e adornato di ricordi del poeta, racimolati nei suoi viaggi per il mondo o dono di amici, mi è parso di rivivere con l’immaginazione quei tempi.  Ospiti appesantiti prima da interminabili cene e poi resi alticci da fiumi di alcool intenti in profonde e animate conversazioni intellettuali che si trascinavano fino all’albeggiare dalle vicine montagne. La rivoluzione di una sinistra che si propagava nel continente latinoamericano a macchia d’olio e il sogno di un’intera generazione di artisti convinta che il mondo potesse essere davvero cambiato con la forza dell’uguaglianza, il potere delle parole e la sciabola della poesia. Rapiti dal genio e dall’estro creativo di Neruda sprofondati su comodi stravaganti divani sognavano un mondo fatto più a loro somiglianza. Uno specchio bizzarro impolverato in un angolo restituisce adesso l’immagine dilatata e spoglia di un salotto tristemente svuotato quasi a voler confermare che quell’epoca è figlia di un tempo tramontato per sempre.

La metropolitana di Santiago

Pucon, Cile
all’ombra del placido vulcano
20 giugno 2007

Lasciata la sterminata Santiago e trascorsa la notte intera su di un comodo autobus, mi sono catapultato, il giorno dopo, quasi d’incanto, in un paesaggio del tutto diverso distante circa 750 km a sudest della capitale cilena. Qui bellissimi laghi alpini si insinuano nell’infinita distesa di boschi, ancora rivestiti in parte delle ultime rosseggianti tinte autunnali, ed incontrano le pendici perfettamente coniche di maestosi vulcani innevati, tra fragorose cascate e calde acque termali all’aperto, dove ho trovato sollievo e riposo. Il sole, in un’aria tersa ma particolarmente frizzante, mi è stato amico solo per poche ore nel semideserto borgo turistico di Pucon.

La mattina seguente mi sono svegliato in una giornata centrifugata di acqua e vento. Pioggia a secchiate, termometro inchiodato a 5 gradi appena e impetuose raffiche ad agitare le acque del lago. Ogni tanto una falsa tregua in attesa dell’ennesima doccia scrosciante dal cielo.

Il piccolo backpacker tutto in legno, dove ho trovato dimora, aveva la tipica calda atmosfera casalinga che ogni viaggiatore sogna di trovare quando è distante da casa propria. Al mio bussare alla porta mi aveva aperto un simpatico ragazzo francese, sulle strade del mondo da otto mesi, che si è fermato qui qualche tempo lavorando al fine di risparmiare quel che basta prima di riprendere il viaggio. Non ha fretta di tornare a casa, mi ha rivelato. Nessun viaggiatore sembra averne mai! Questa magnifica regione cilena assomiglia vagamente ad una pittoresca succursale elvetica che attira d’estate mandrie di villeggianti cileni, ma anche non pochi turisti europei e nordamericani, calamitati dalle solite attività adrenaliniche, che costano un occhio della testa, e da splendide opportunità di trekking in cima al vulcano, ammantato adesso da quasi un metro di neve, o nel vicino parco naturale. Adesso è un’oasi di serenità perché turisti e backpackers si contano, fortunatamente, sulle le dita di una mano.

In questo incantevole contesto bucolico iniziano a moltiplicarsi i cognomi tedeschi nelle insegne di negozi, affittacamere e alberghi. Alcuni sono svizzeri ma la maggior parte, invece, hanno evidente origine tedesca e viene spontaneo chiedersi quanti di questi immigrati siano diretti discendenti di quei gerarchi nazisti sfuggiti alla Germania in fiamme nel 1945 e rifugiatisi proprio in queste regioni, lontani da occhi indiscreti e con il beneplacito dei regimi di destra sudamericani di quel tempo.

Vulcano Villarica

Chiloé, Cile
l’isola che non ti aspetti
24 giugno 2007

Il mio viaggio cileno scivola ulteriormente verso sud, accompagnato dalla pioggia battente. La meta è Chiloé.  Già il solo nome evoca un non so che di fiabesco, un luogo di elfi e magia sullo sfondo di pioggia gelida annunciato già dal ponte del traghetto. L’inverno deprimente tiene lontano i visitatori da queste isole.
La strada che conduce verso il capoluogo Castro si snoda e si contorce attraverso file ordinate di scheletrici pioppi che piegano le chiome al respiro dell’oceano, querce solitarie che si elevano al cielo su pendii rigogliosamente verdi anche in pieno inverno e macchiati qua e la di greggi di pecore, solitari casolari ricoperti da tetti in lamiera lucidi di pioggia, mucche placidamente sdraiate sull’erba, incuranti di tutta l’acqua vomitata imperterrita dal cielo color del piombo.

Si superano colline ondulate rivestite di boschi e pascoli che dominano l’orizzonte ottico per poi precipitare, all’improvviso, in aspri rocciosi promontori sospesi a picco su chilometriche spiagge deserte dove ampie baie spariscono e riappaiono sotto l’azione delle maree. La geografia dell’isola disegna minuscoli villaggi di pescatori, reti stese ad asciugare, barche capovolte, piacevole odore di salsedine. Insolite chiese dai tetti spioventi dominati da un ingresso ad arco e da sontuose torri interamente in legno dentro e fuori: sono il vero simbolo di un’isola che ha fatto del legno la propria ricchezza materiale e patrimoniale.

Chiloè è un mondo di solitudine sinonimo di vita dura e di mare sotto un tempo capriccioso, al limite della paranoia tra squarci di sereno, minacciosi nuvoloni color pece che ti bersagliano di grandine prima e di meravigliosi arcobaleni sulla testa dopo pochi minuti, per poi sorprenderti di nuovo con altri carichi di pioggia sulla verticale di improvvisi raggi dorati di sole, dietro le nuvole che sembrano non volere abbandonare mai il cielo di quest’isola. Se il tempo ammuffisce sotto l’azione dell’acqua prepotente e del grigiore sospeso tra nebbia di mare e nuvole perenni sulla testa, ecco che le facciate delle case in legno regalano vivaci e calde tonalità di colore, decorate da scandole che le fanno rassomigliare, nella insolita forma, alle squame dei pesci.

Per le strade lucide di pioggia, alla sera, si diffonde, spietato, l’acre odore di decine di stufe accese a manetta, che ti s’infila dritto in gola irritandola. I miasmi sprigionati dalle case in legno sono ancor più nauseanti delle antiche credenze tradizionali chilote, frutto di una mitologia locale particolarmente cattiva, che raccontano di spietati gnomi in grado di uccidere con il solo sguardo e donare incredibili sogni erotici alle ragazze vergini, stregoni dotati di terribili poteri magici e divinità serpenti.

Un bar di Chiloe

Punta Arenas, Cile
in compagnia di Bruce Chatwin
14 luglio 2007

In fondo al Cile, affacciata sulle acque dello stretto di Magellano, si adagia Punta Arenas. Quaggiù l’interminabile striscia di terra schiacciata tra le Ande e l’oceano piega, all’improvviso, a destra, quasi a mo’ di virgola, disintegrandosi in una incantevole esplosione di golfi, fiordi e insenature costantemente battute, per gran parte dell’anno, da pioggia e vento. Punta Arenas è il capolinea del viaggio che mi ha portato ad esplorare gli infiniti spazi della Patagonia e quella remota Tierra del Fuego, dove il continente sudamericano va a morire tra le tempeste di due oceani che si scontrano in prossimità del famigerato Capo Horn.

Prima di rientrare in aereo a Santiago ho giusto il tempo di affidarmi ai ricordi, ancora vivi, della lettura di un celebre libro di Bruce Chatwin, lo scrittore e viaggiatore britannico che oltre trent’anni fa esplorò le vaste lande desolate di questa meravigliosa parte del mondo, narrandone storie ed aneddoti della gente immigrata in cerca di speranze e fortuna, di celebri banditi e le mire conquistatrici di qualche pazzo sconsiderato. Alla pari della splendida Buenos Aires, anche Punta Arenas, nel suo piccolo, ebbe il proprio momento di gloria. Il suo porto, fino ai primi del Novecento, brulicava di navi provenienti da mari lontani per trovare riparo prima o dopo il doppiaggio del temibile Capo Horn e sulla piazza principale fanno ancora la loro imponente ed elegante figura i palazzi ispirati all’architettura parigina. Un po’ come accadde nell’opposta parte del continente americano con la corsa all’oro, anche quaggiù la felice prosperità fu effimera e il suo funerale venne inesorabilmente sancito dall’inaugurazione del canale di Panama.

Nell’atmosfera vagamente sonnolenta di un bel mattino addolcito di sole invernale, che ha donato a strade e marciapiedi una sottile e insidiosa patina di ghiaccio, la mia esplorazione urbana mi ha portato a scoprire il ricco passato della città attraverso i begli edifici neoclassici un tempo adibiti a teatri, sedi di compagnie di navigazione, grandi alberghi, a testimonianza di un passato prospero creato proprio grazie agli sforzi e al prezioso contributo di immigrati irlandesi, croati, spagnoli, italiani e di ogni dove. Ancora oggi sopravvivono sparsi per la città, che dolcemente dal mare si arrampica verso una panoramica collina, le singole istituzioni delle comunità di immigrati che fecero grande il nome di Punta Arenas. Sopravvive ancora la scuola britannica in un elegante edificio in legno abbagliante di bianco e strisce azzurre, quella croata, con tanto di stemma patriottico, la chiesa anglicana, la residenza che ricorda vagamente un castello in miniatura, del navigatore Charles Milward, lontano parente di Bruce Chatwin, che ne racconta le gesta nel suo libro In Patagonia.

Ma più che le facciate dei sontuosi palazzi del centro è un vasto fazzoletto di terra sulla strada che conduce in periferia a celebrare o, per meglio dire, ostentare in assoluto silenzio la storia opulenta di Punta Arenas. Lungo vialetti adornati da alberi meticolosamente potati e trasformati in panciuti cilindrici panettoni verdi, si ergono, nella luce gentile del pomeriggio, impressionanti mausolei neoclassici a commemorare società di mutuo soccorso di immigrati italiani, spagnoli, croati, francesi oltre a quelli di non pochi ricchi personaggi. Un cimitero fatto di riproduzioni australi di tempietti greci, mausolei sormontati da stravaganti vittorie alate e non semplici croci uguali per tutti. Nell’ostentata imponenza riposa in silenzio l’utopistico e assurdo sogno di tanti uomini potenti che si sono illusi di portarsi ricchezza e gloria, accumulate da vivi, in un altro mondo che non è più la Punta Arenas di una volta. Contenti loro.

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Categorie: I MIEI VIAGGI, Sud America | Nessun Commento »

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