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Benvenuti nel sito personale di Stefano, web designer, fotografo freelancer per celebri agenzie fotografiche internazionali quali ALAMY e GETTY IMAGES, organizzatore di workshop fotografici a Barcellona ma soprattutto viaggiatore. Fin dal 2000 BACKPACKER.it ospita i racconti, le emozioni, i ricordi e le immagini dei suoi viaggi in una sessantina di paesi del nostro pianeta, oltre ad una sezione dedicata alla narrativa e agli articoli di viaggio, una guida ai siti utili per organizzare al meglio un viaggio con lo spirito da backpacker e tutto ciò che può incantare un viaggiatore con zaino in spalla. Buona navigazione!

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Una buona compagnia in viaggio fa sembrare più breve la strada.
-Izaak Walton

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CILE (a nord di Santiago)

100 GIORNI IN SUD AMERICA

Valparaiso, Cile
Genova per noi
27 luglio 2007

Mentre il taxi si arrampicava, infilandosi abilmente in un dedalo di ripide vie per guadagnare la sommità di uno dei tanti cerros sui quali si distende Valparaiso, pensavo a quale città italiana di mare potessi idealmente gemellarla. La piccola pensione a gestione familiare alla quale mi dirigevo era situata nel cuore di cerro Concepciòn, uno dei più caratteristici e colorati della città e il suo terrazzo in legno prometteva un’ampia visuale sul porto sottostante e sui pendii urbani di altri cerros nelle vicinanze. La vivacità del porto testimoniata dall’andirivieni di navi mercantili, l’ampio golfo, la distesa multicolore di container sui moli, la bellezza architettonica di alcuni palazzi in stile neoclassico, le scalinate da infarto, le labirintiche stradine che salgono ripidamente in collina dove eleganti villette in stile neoclassico e case multicolori in legno sembrano precipitare in mare mi hanno fatto ricordare Genova e certe architetture liguri così ricche di caldi colori. La tersa giornata di sole e un dolcissimo tepore primaverile hanno completato questo mio gemellaggio ideale.Dopo la delusione di Santiago e l’anonimato di altre cittadine cilene esplorate finora, Valparaiso é stata un’inattesa sorpresa urbana così diversa nel suo stile e nei suoi colori da qualsiasi altra città di questo paese e forse dell’intero continente sudamericano. Il suo porto mercantile ha conosciuto momenti migliori prima che l’apertura del canale di Panama desse quasi il colpo di grazia alla sua fiorente economia. Un po’ come a Punta Arenas anche qui resta forte il legame con un passato che non esiste più. L’imponenza di certi begli edifici classici, dove oggi banche e compagnie di navigazione mercantile trovano sede, ricordano la grandiosità e la ricchezza di un tempo, ma a differenza della lontanissima Punta Arenas, qui la presenza considerevole di artisti e scrittori, primo dei quali Pablo Neruda, ha contribuito a lasciare in eredità un fascino bohémien consunto ma gradevole quanto il suo dolce clima.

Senza particolari attrazioni turistiche degne di nota, a parte la prevedibile eccentricità di una casa dove ha soggiornato Pablo Neruda, Valparaiso è già di per sé un museo a cielo aperto da scoprire. Prima, salendo a bordo di uno di quei bei vecchi filobus americani degli anni cinquanta che terminano scivolando in una aerodinamica ampia coda tondeggiante, poi, lasciandomi perdere tra arzigogolati vicoli e stradine che seguono i pendii dei cerros, dove caleidoscopici murales esibiscono l’estro creativo di non pochi degli abitanti di questa città, sposandosi a meraviglia con le facciate di molte case in legno, ognuna di una tinta diversa ma sempre vivace.

Sarà l’apertura mentale che ogni città portuale nel mondo sa donare ai propri abitanti ma ho avuto la netta impressione che qui i cileni si lascino andare maggiormente nel ridere, scherzare e parlare più animatamente che in altri posti visitati. Me ne sono reso conto osservando la gente seduta nei piccoli caffè rigorosamente in stile bohemién sugli alti cerros o a bordo degli innumerevoli ascensores, antiquati ma notevoli opere d’ingegneria, che con le loro cabine funicolari riducono notevolmente i forti dislivelli cittadini, arrampicandosi su e giù come alpinisti cigolanti su rotaie. Proprio a bordo di una di queste cabine rudimentali, messe insieme con assi di legno assemblate alla meglio, viaggiò anche Ernesto Guevara De La Serna nel suo mitico viaggio compiuto agli inizi degli anni cinquanta, in compagnia di un amico, alla scoperta del Sud America. Anni più tardi sarebbe diventato il mitico comandante conosciuto in tutto il mondo con il semplice appellativo di Che.

Lascio Valparaiso con l’immagine negli occhi di quel giovane laureando in medicina che girando per il continente latinoamericano scoprì paesaggi da sogno ma anche profonde ingiustizie sociali che lo segnarono profondamente nell’animo e negli ideali. Sulla piccola terrazza della pensione che mi ha accolto è scesa improvvisamente la sera accompagnata da un forte vento proveniente dalle vicine montagne. Le sue folate spandono un profumo di boschi e di primavera incipiente che sembra, a volte, mescolarsi con quello del vicino mare. Valparaiso si congeda dal mio viaggio in questa miscela di odori e di colori.

Filobus a Valparaiso (Cile)

Isla Negra, Cile
Confesso che ho vissuto
28 luglio 2007

A cosa avrà pensato sdraiato a letto mentre combatteva il proprio stato di incoscienza, quando i militari hanno fatto irruzione in casa? Quel letto fatto posizionare proprio da lui perpendicolarmente, non alla parete della stanza, bensì alla spiaggia sottostante la casa, per potere ammirare attraverso una luminosa e immensa vetrata l’infrangersi delle onde sulla battigia e ascoltarne le fragorose melodie. Libri, opere, quadri, cimeli di paesi lontani, quali ricordi di innumerevoli viaggi, regali di amici pittori e scrittori. I soldati devastavano tutto questo sfogando una rabbia disumana verso tutto ciò che era cultura perché arte e sapere sono sempre stati i peggiori nemici delle dittature militari di ogni tempo. Dove sarà corso il suo pensiero mentre il fragore di una così bieca devastazione si dipanava nel suo animo con un dolore più tagliente di quella malattia che lo stava consumando, coprendo addirittura il melodioso suono delle onde arruffate dal vento? Avrà pensato all’amata Matilde, forse, che disperatamente, in un turbinio di angoscia e dolore, cercava di percorrere quanto più velocemente possibile quel centinaio di chilometri che separavano il suo amore dall’inferno di Santiago? O forse alle innumerevoli tiepide serate estive trascorse con gli amici a discutere animatamente in giardino, in un clima cameratesco, tra artisti mentre il mare scintillava, ondulandosi verso la riva, sotto la luna.

Stralci di poesie recitate, le risate degli amici, le sue incredibili goliardie che non mancavano mai di lasciare di stucco la platea, le animate conversazioni, le feste, i viaggi. In quei pochi giorni di vita che ancora gli restavano avrà riavvolto velocemente in una bobina immaginaria il proprio passato e in silenzio quante volte avrà ripetuto, ancora vagamente lucido, all’indirizzo di se stesso che no, non può finire tutto così in una vorticosa spirale di violenza e barbarie. Sul Cile stava piombando, come una scure dal cielo, la più violenta delle dittature che il paese avesse conosciuto e al contempo calava anche il sipario della vita di Pablo Neruda che appena due anni prima era stato insignito, in un paese lontano dal suo, del premio Nobel per la letteratura. Sono trascorsi oltre trent’anni da allora. La casa, fortunatamente, è sopravvissuta alla lunga dittatura ed è diventato un ricco museo a conservare il più integralmente possibile, nello stile e negli arredi, tutta l’eccentricità del poeta.

Isla Negra, ai tempi di Neruda, era la sua dimora e faceva compagnia ad un pugno di semplici abitazioni in legno sparpagliate discretamente nei paraggi e seminascoste da una macchia quasi mediterranea. Oggi quel solitario pugno di case è diventato meno paradisiaco e decisamente più turistico fino ad assurgere a paese vero e proprio, dove sempre più abitanti di Santiago vengono a cercare tranquillità e aria pulita. In questo sabato, intiepidito di allegro sole primaverile, le onde così amate da Neruda e immortalate nei suoi toccanti versi poetici vengono quasi a bussare a quella che fu la sua bizzarra camera da letto. Nel vicino bosco incantevoli piantagioni di mimose esplodono tutta la vivacità dei loro fiori gialli contro il cielo di un bel blu marino, mentre famiglie di gitanti cileni scatenano i loro apparecchietti digitali nel giardino e nelle verande di quella che per il poeta doveva essere un’oasi di serenità. Sembrano venir qui anche per rimpossessarsi fieramente di quel grande orgoglio culturale nazionale che neppure la lunga dittatura militare di Pinochet era riuscito a cancellare.

L’ultimo dittatore cileno è morto qualche tempo fa e i suoi quasi vent’anni di spietato regime sono già finiti nel buco nero della memoria collettiva cilena. Entri in libreria, sfogli un libro di fotografie che raccontano la storia del Cile e di quegli anni neppure una parola come se morto Allende fosse succeduto un altro presidente democratico. Neruda è finito, invece, con il divenire quasi un rinomato marchio turistico ma anche un nome che il suo paese sbandiera di nuovo con orgoglio a se stesso prima che al mondo. Neppure la spasmodica creatività del poeta confinato, nei suoi ultimi giorni, in un letto coccolato dal mare, mentre l’intero paese gli sembrava scivolare in un abisso di follia umana, poteva immaginare un simile finale postumo. Penso che gli sarebbe piaciuto!

Casa di Pablo Neruda, Isla Negra

Vicuña, Cile
E uscii a vedere le stelle
30 luglio 2007

Gialla tondeggiante e quasi intrigante nel buio della sera si innalza con gradualità spuntando dal costone di un’oscura montagna lungo la strada illuminata dai fanali del minibus. La luna piena, per quanto poetica e affascinante, proprio non ci voleva in questa serata che mi vede giocare, con gli occhi al cielo, alla scoperta di astri e costellazioni per qualche ora, nel cuore del deserto più secco al mondo. Finirà con lo strappare nitidezza e visibilità al paradiso stellare esteso sopra la mia testa.

In questa arida zona del Cile, che il cielo omaggia di un paio di millimetri di pioggia all’anno, se va bene, i grandi studiosi di astronomia da ogni parte del nostro piccolo pianeta hanno trovato l’habitat perfetto per approfondire la loro conoscenza di pianeti e galassie distanti da noi un numero di anni luce da capogiro. La secchezza dell’atmosfera, la virtuale assenza di nuvolosità per quasi tutto l’anno, la costanza dei venti che soffiano dal vicino oceano e la mancanza di turbolenze atmosferiche fanno di questo angolo cileno il vero paradiso per osservare e studiare misteri e splendori del cosmo.

Ho lasciato la graziosa cittadina turistica di La Serena con le prime stelle della sera accese. Il verde rigoglioso dei boschi e dei prati, i bianchi panorami delle montagne innevate, il freddo umido e le brinate dell’inverno cileno, da Santiago in giù, sono un ricordo sostituito, con gradualità nel mio viaggio verso nord, da cespugli rinsecchiti e distese di cactus in un contesto paesaggistico brullo ma egualmente ricco di emozioni allo sguardo.

L’osservatorio astronomico di Mamallucca sorge su un discreto pianoro a circa 1.200 metri di altezza ad una ottantina di km da La Serena. E’ stato costruito per il semplice utilizzo di turisti e appassionati amatoriali. Struttura e telescopio sono del tutto insignificanti rispetto agli altri osservatori ospitati dal deserto di Atacama e, in assoluto, i più grandi al mondo. Quello di Cerro Paranal ad oltre 2.600 metri di quota è formato da quattro telescopi del diametro di oltre otto metri l’uno mentre non lontano da San Pedro de Atacama sta per essere realizzato il più potente radiotelescopio mai costruito dall’uomo: una immensa distesa di antenne gigantesche dal diametro di dodici metri l’una, una volta ultimate, finiranno per assumere i connotati e le impressionanti prestazioni di un gigantesco telescopio di 14 km di diametro!

Un paio di pulmini scaricano, oltre a me, un gruppetto di curiosi e appassionati giunti per una infarinatura di conoscenza visiva del cielo sopra le nostre teste. In lontananza tremolano appena, nell’oscurità relativa della notte secca e appena tiepida, le luci arancioni della cittadina di Vicuña. Alfredo è la nostra guida. Come un Caronte della notte, ci guida dentro la cupola del piccolo osservatorio e, attraverso un telescopio telecomandato nella direzione e nel piegamento, ci aiuta a saperne di più sui segreti di costellazioni, pianeti e astri magicamente sospesi sulla nostra verticale. Giove si annuncia come il solo pianeta visibile in questa serata. In altri periodi dell’anno, ci spiega Alfredo, gli anelli di Saturno, visibili attraverso la lente del telescopio, fanno scatenare esclamazioni di ammirazione tra i visitatori. Sarà per un’altra volta.

La pienezza della luna che illumina un panorama di pendii aridi delle circostanti montagne, come attraverso un filtro polarizzatore, vista al telescopio fa impressione. Nella miriade di punti luminosi che abbraccia la splendida notte del deserto, Alfredo unisce con i potenti raggi verdi di una penna laser, alla pari di un gioco della Settimana Enigmistica, quelli che vanno a formare la costellazione dello scorpione che piegano arricciandosi in una coda e il rombo di astri ad originare la mitica croce del sud, con due punti di sospensione finali, ad aiutare i marinai nell’oscurità australe. La via lattea è una scia polverosa appena accennata che attraversa diagonalmente la volta celeste. L’abbagliante riflesso della luna piena ne smorza appena il fascino.

Poco prima di mezzanotte termina il flemmatico scandire delle spiegazioni della nostra guida in un inglese che invita quasi a sorridere con il pensiero. Deve essere abituato alle domande più incredibili sollevate dai visitatori perché quando una ragazza francese chiede se gli astri lampeggiano per via della LORO atmosfera, non fa una piega a rispondere educatamente senza la minima traccia di stupore. Alfredo ci saluta ringraziandoci e si allontana con un buffo passo quasi da automa. In questa insolita serata di didattica stellare, per un attimo, mi viene da credere che sotto i suoi jeans e giubbotto si celi, in realtà, un simpatico extraterrestre piovuto da chissà quale lontana galassia. Che Mamallucca sia, in realtà, la versione dell’emisfero australe della celebre Area 51, aperta pure lei su un mondo di potenziali entità extraterrestri?

San Pedro de Atacama, Cile
l’inferno di Dante!
4 agosto 2007

Dallo specchietto retrovisore del pulmino che stava affrontando l’erta salita verso il confine boliviano, seguendo in parte una bella strada asfaltata, il villaggio di San Pedro de Atacama andava rimpicciolendosi sempre più in lontananza. In breve tempo sarebbe sparito per sempre dalla mia vista. La guida Footprint mi aveva ammonito, a mo’ di eufemismo, essersi un po’ troppo “appesantita” di turisti ultimamente.  Un tempo aveva l’aria di essere stato un umile ma suggestivo paese raccolto intorno ad una graziosa chiesa in stile coloniale spagnolo, abbagliante nella sua bianca calce, e circondato da bizzarri e meravigliosi giochi geologici, pazientemente ed artisticamente realizzati dalle forze della natura in migliaia di anni, nel cuore del fin troppo arido deserto di Atacama, nonché da una selva di geyser perennemente fumanti alle alte quote della cordigliera andina.

Le meraviglie naturali intorno a questo villaggio, fino a non molto tempo fa sconosciuto anche alla maggior parte dei cileni, sono bastate a trasformare San Pedro nel più stereotipato e disgustoso dei laboratori del turismo moderno: le strade polverose sono state cosparse di isole pedonali lastricate di mattoncini sufficienti a darle un’aria da pretenziosa località dolomitica o della riviera francese. I pochi negozi e i due ritrovi per la gente del posto sono stati rapidamente affiancati da innumerevoli agenzie turistiche e, soprattutto, da una distesa di bar e ristoranti dove all’impressionate calata barbarica di turisti è stata data l’illusione di non dovere rimpiangere affatto l’aria di casa propria, soprattutto al momento di pagare il conto, mancia esclusa, al cameriere.

Una cena condita da birra e conclusa con il caffè nell’unico modesto ristorantino frequentato dagli introvabili, quasi, abitanti originari di San Pedro, ho scoperto essermi costata quanto un’insulsa insalatina ordinata in un ritrovo frequentato non solo dai classici turisti, ma anche da parecchi di quelli che amano etichettarsi come viaggiatori indipendenti. La guida turistica più gettonata tra i backpacker suggeriva, in alternativa, il posticino disadorno ed economico gestito da una vecchietta di buone maniere, ma ai tavoli non ho visto purtroppo altro straniero all’infuori di me.

Nella vicina Valle de la Luna, dove il deserto si esibiva in conformazioni rocciose dalla forma più bizzarra e dalle più improbabili striature e fenditure tra le gole e le pareti di impervie montagne, poco prima che il sole salutasse l’ennesima giornata, decine di minibus catapultavano orde di turisti perché potessero assistervi stretti l’un contro l’altro, fino a ricordare riminesche visioni estive, oppure provare idiote “adrenalinate” del tipo discendere, a deretano rasoterra, un pendio sabbioso su una tavola.  A San Pedro de Atacama mi ero accorto che l’Europa delle ferie estive era inesorabilmente e barbaramente calata anche in questo remoto angolo del nostro pianeta. Dopo due mesi di viaggio trascorsi a contare sulle dita delle mani i pochi viaggiatori indipendenti, tra le gelide lande meridionali di questo continente, il dovermi rendere conto di essere giunto in un paesino trasformato in un gigantesco villaggio turistico, degno di un girone infernale dantesco, mi era piombato addosso con la violenza di un pugno in faccia. A suo modo faceva male.

Cordillera de la Sal, deserto di Atacama

Arica, Cile
Adios Cile!
20 agosto 2007

Il Morro è un aspro promontorio a strapiombo sul mare. Dalla sommità il panorama abbraccia la sottostante pianta urbanistica squadrata di Arica e, più oltre, la costa che piega a sinistra verso il non lontano confine con il Perù nascosto dall’intensa foschia e dal controluce di questo tiepido pomeriggio di fine inverno. Alle mie spalle le propaggini settentrionali del vasto e incantevole deserto di Atacama, fatte di pareti di sabbia compattata e di roccia sgretolata dalla quasi totale assenza di precipitazioni e dall’incredibile secchezza del clima, si arrendono al mare.

Sotto il mio sguardo uno stretto lembo asfaltato unisce alla terraferma quella che un tempo era una piccola isola rocciosa sorvegliata da un faro. Oggi é aggredita da un fantastico rendez vous di onde lunghe di ogni dimensione, che rompono a sinistra e a destra, in grado di regalare piaceri adrenalinici anche ai surfisti più esperti. Il costante respiro oceanico agita la maestosa bandiera bianco rosso blu cilena sopra la mia testa. Issata per celebrare, in un impeto di orgoglio e nazionalismo così poco consoni al carattere tradizionalmente schivo e riservato di questo paese, la vittoria militare sul Perù nella guerra del Pacifico del 1880 e la conquista di questa città.

Arica è l’ultimo avamposto settentrionale del Cile nonché ultima mia tappa in questo paese che mi ha accolto a puntate negli ultimi due mesi, regalandomi ben quattro timbri d’ingresso e altrettanti d’uscita sul mio nuovo passaporto. Ci sono arrivato in autobus da La Paz, seguendo forse l’unica strada al mondo in grado di proiettarti in poche ore da oltre quattromila metri di altezza direttamente al livello del mare. Nel bel mezzo di questo viaggio discendente tutta la vastità dei solitari altipiani boliviani, irrigiditi dall’alba gelida, piccole lagune dalle acque cristalline, pendii di innumerevoli vulcani, elegantemente conici ammantati di neve, da aggirare, sguardi sospesi a metà tra lo stupito e l’assoluta indifferenza di vigogne, lama e guanachi e gole profonde scavate dai fiumi esigui della cordigliera. Infine, il tuffo finale verso il mare non più distante, con il brullo e desolante orizzonte dell’Atacama addolcito all’improvviso, come nel più ovvio dei miraggi, da una lunga lingua di un verde intenso a confermare finalmente una parvenza di vita e di fertilità, fatta di campi coltivati, distese di ulivi giganteschi e di grano dorato. Dopo giorni di nullità e secchezza quasi totale alle alte quote boliviane, la visione di un tripudio rigoglioso di verde si annuncia come un bel sollievo per i miei occhi.

La mia esplorazione cilena si congeda con l’odore di salsedine, portato fin quassù dal vento. Era iniziata due mesi fa con un atterraggio serale nella sterminata periferia illuminata di Santiago, proseguita poi con un viaggio notturno in autobus, che mi aveva depositato in una deprimente alba di nebbia padana e di intensa brina nella nerudiana Temuco, prima di giungere sulle rive di uno splendido lago dai connotati alpini tra Villarrica e Pucon. Più a sud mi ero spinto nella piovosa isola di Chiloè per ritrovarmi un mese fa nella lontana e meridionale Punta Arenas, dopo la parentesi patagonica in Argentina. Cinquemila chilometri più a nord, da quella gelida ultima frontiera prossima ai ghiacci antartici, passando per la caleidoscopica Valparaiso e la vastità del deserto di Atacama, ed è ancora lo stesso paese. Stavolta addirittura oltre la linea immaginaria del Tropico del Capricorno.

Non è cambiato invece il carattere dei cileni incontrati ad ogni latitudine di questo paese che pare non finire mai. Stesso temperamento, uguale gentilezza, disponibilità immutata ma con quella punta di riservatezza rispetto agli esuberanti vicini argentini, che finisce per renderli giusto un pelo mitteleuropei. Ho pensato a questo fin quando non ho varcato la porta dell’ostello che mi ha accolto qui ad Arica. Roberto, il suo gestore, mi ha accolto con la sua travolgente simpatia affogata in una interminabile logorroica conversazione che ha spaziato dalla politica alla storia del suo paese passando per usi, difetti e curiosità sui vicini sudamericani. In serata, la sua irresistibile simpatia si è amplificata ulteriormente in un festoso barbeque da lui organizzato nel cortile dell’ostello racchiuso da pareti bianche straripanti di graffiti e pensieri autografati da tutti quei viaggiatori che hanno voluto dire la loro con il pennarello. Al portone d’ingresso una foto di Pinochet cornuto, racchiuso dentro una serie di cerchi concentrici, faceva da stuzzicante bersaglio a chi voleva cimentarsi in una sfida a freccette. Mezzo Cile, penso, si sarebbe messo in coda per giocarci!

Sotto i rami di una grossa pianta tra fiumi di birra e tequila che mi hanno spinto sull’orlo di un’ubriacatura ho ritrovato, dopo tanto tempo, lo spirito goliardico del backpacker, suggellato da un bellissimo clima cameratesco.  Nel fresco ricordo della serata e dell’esuberante simpatia di Roberto, con otto timbri rossoblu stampati sul mio passaporto, ho salutato definitivamente il Cile in un anonimo e sperduto posto di frontiera sputato dalla sabbia del deserto circostante, sotto un intristito cielo color del piombo.  Ho fatto qualche passo e mi sono ritrovato in territorio peruviano.

Guanaco

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