BUENOS AIRES (Argentina)
100 GIORNI IN SUD AMERICA |
Buenos Aires, Argentina
14 Giugno 2007
Il palco è laterale rispetto alla profondità dell’immenso salone ma ad osservarlo bene non occupa neppure metà del lato. Nella penombra gli fanno da corona i tavolini dove gli spettatori siedono intenti chi assaporando lentamente un calice di vino chi a cenare gustando i tipici piatti della cucina argentina.
Dina Emed ha più anni di quanti vorrebbe dimostrarne ma possiede notevole estro nel cantare e recitare con quella sua chioma rossa che ricorda una Milva di tanto tempo fa. L’ammiro quasi rapito mentre tra una canzone e l’altra, cariche di passionalità che raccontano di amori struggenti, muove precisi i passi intuendo le mosse e cogliendo gli sguardi del ballerino decisamente più giovane di lei ma altrettanto bravo. Entrambi si muovono decisi ma armoniosamente sul palco stretti in un elegante abbraccio frontale asimmetrico dove lui le cinge la schiena con la mano destra e con l’altra le tiene la mano.
Nei loro gesti c’è tutta l’improvvisazione, l’eleganza e la passionalità del più creativo dei balli che qui a Buenos Aires nacque verso la metà dell’ottocento: il tango. Per capire e carpire l’intenso fascino d’antan che emana questa straordinaria ed unica metropoli del mondo australe ho voluto intrufolarmi nel suo nobile passato sul quale la polvere dei ricordi ha steso uno spesso velo di nostalgia e grandeur ormai definitivamente assopita.
Una serata ad ammirare il tango è stato un buon incipit. Non mi è bastato cimentarmi nelle lunghe attraversate a piedi dei suoi maestosi viali alberati anche a nove corsie che ricordano quelli di Parigi o ritrovarmi spesso con il naso all’insù a cogliere, sorpreso, la magnificenza e l’eleganza liberty, a volte stravagante, dei suoi palazzi eleganti sormontati da panettoni e cupole con finestre ovali, disegni arzigogolati o forme architettoniche ardite.
Sono entrato nel magnifico Caffè Tortoni, uno dei più bei locali storici interamente in legno e che ha fatto la storia di questa città e ho osservato attentamente i quadri che ritraggono il suo ricco passato economico fatto di andirivieni di velieri e le fotografie impolverate in bianco e nero di personalità dell’arte e della cultura che hanno dato impulso al divenire di una grande capitale. E dai caffè allo spettacolo di tango il passo è stato breve perché proprio grazie anche a quest’arte che Buenos Aires ha tratto linfa vitale per diventare una grande metropoli.
Ancor prima di esserci faticosamente catapultato da un interminabile volo, reso ancora più lungo dai capricci della nebbia, avevo conosciuto la capitale argentina soltanto attraverso le avventure di Corto Maltese, le pagine di Bruce Chatwin e Tre mogli, una divertente commedia cinematografica firmata da Marco Risi, e grazie alla quale ero venuto a conoscenza della Confiteria Ideal, uno dei più antichi templi del tango di questa città. Due piani edificati in un vecchio edificio non lontano dal celebre obelisco che svetta nel cuore dell’Avenida 9 Julio. Al pianterreno una pasticceria senza pretese e dietro il salone per gli spettacoli serali decorato da colonne e banconi in stile liberty consumati dal tempo e un bel soffitto a cassettoni purtroppo logorato. Al piano superiore un salone di danze in legno dove ho visto esibirsi nel pomeriggio di un’assolata e frizzante domenica invernale vecchie coppie intente nostalgicamente a ritrovare i passi e i ricordi di gioventù nel tango. La Confiteria Ideal mi è subito parso l’esatto ritratto della città lasciata fuori all’ingresso: decadente, trascurata, impolverata.
Alla pari di Buenos Aires ha conosciuto decisamente tempi e fasti migliori, quando il tango non solo era espressione elevata di cultura e spettacolo, ma un evento vero e proprio attorno al quale si riunivano le più alte personalità del mondo che contava allora. La Buenos Aires che ho percorso oggi è invece il triste ritratto di una nobile signora invecchiata male e deturpata dal tempo. Con una metropolitana storica ma conciata da far schifo, tanto è sporca, con i marciapiedi ridotti spesso in stato pietoso e con un tripudio di olezzante spazzatura che la dice lunga sulla pulizia cittadina, la capitale argentina è lungi ancora dall’essersi ripresa dal tonfo economico di inizio millennio che ha trascinato l’intero paese sul baratro del collasso stringendo uno spaventoso cappio di debiti, al collo di innumerevoli suoi cittadini.
Su un futuro tremendamente incerto pesano, inoltre, proprio in questi giorni due anniversari infelici per la storia di questo paese. Venticinque anni fa la batosta data all’esercito argentino ad opera dei britannici per il controllo delle isole Falkland e trent’anni esatti trascorsi dalle prime timide apparizioni, in Plaza de Mayo, di alcune mamme riconoscibili da un fazzoletto bianco stretto sul capo e dalle fotografie dei propri figli, scomparsi durante la dittatura militare, strette al petto, per chiedere notizie e verità sulla sorte dei propri cari. In tutti questi anni la nuova democrazia poco o nulla ha fatto per trovare una risposta alla loro unica domanda. Forse sono proprio tutti questi aspetti drammatici e tumultuosi della nuova Argentina a stimolare attivamente l’impegno ideologico dei giovani che tramite dibattiti, eventi e concerti cercano di sensibilizzare l’opinione pubblica in quel nobile tentativo di provare a cambiare le carte in tavola di un paese che fatica a decollare. Succedeva anche da noi molti anni fa prima che la globalizzazione e uno spropositato consumismo ci rimbecillisse un pò tutti quanti.
Una delle fucine di questo impegno è il centro culturale delle mamme di Plaza de Mayo a pochi passi dal parlamento. Ci sono stato in un fredda giornata di inizio inverno argentino. All’interno un grazioso caffè, una libreria ricca di testi e documentazioni non solo relativi al periodo buio argentino ma anche su questioni di attualità contemporanee, il potere crescente delle multinazionali, l’Iraq e il petrolio in primis. Alle pareti decine di volantini colorati annunciavano dibattiti e manifestazioni in programma per discutere su tutto ciò che di brutto e ingiusto (non poco) accade a Buenos Aires e nel mondo. Al piano superiore le classi dove giovani lavoratori e studenti ascoltano il triste passato dalla viva testimonianza di alcune madri infazzolettate di bianco, in un impegno che cerca di supplire alle loro sofferenze ed agonie.
Poche ore prima passeggiavo in Plaza de Mayo, dove ogni giovedì pomeriggio si ritrovano le poche mamme che ancora a distanza di parecchi anni si ostinano a girare in senso antiorario intorno al monumento antistante il palazzo presidenziale della Casa Rosada, per urlare con l’arma che va più dritto alla coscienza, il silenzio, tutto il loro sdegno e il loro dramma. In un assembramento di turisti scatenati con le loro piccole digitali, semplici passanti, volontari dell’organizzazione, ho intravisto il profilo di una signora anziana stretta nel paltò e accarezzata in testa da un bianco fazzoletto. Aveva in volto stampato un bel sorriso. Nel freddo e grigio pomeriggio carico di vento e nubi minacciose di pioggia, mi è sembrato un magnifico raggio di sole e di speranza.
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