BOLIVIA
100 GIORNI IN SUD AMERICA |
Parco Avaroa, Uyuni, Bolivia
lagune, geyser, vulcani, fenicotteri e deserti di sale
6 Agosto 2007
Adesso che posso riposare un attimo nel disadorno panorama di Uyuni prima di ritrovarmi ad inseguire un’ennesima strada, mi accorgo che c’è un lago di ricordi da imprimere per iscritto prima che lo scorrere imperterrito del tempo prosciughi per sempre le piacevoli emozioni di tre magnifiche giornate trascorse in armoniosa compagnia sullo sfondo di abbaglianti e infinite distese di sale, stormi di fenicotteri, geyser, lagune di ogni colore all’ombra di solitari coni vulcanici e altre mirabolanti trovate della natura sempre pronte a lasciarti a bocca aperta.La Bolivia non poteva esibire biglietto da visita migliore, subito dopo uno scolorito timbro sul passaporto, rilasciato da un ufficiale nel bugigattolo di uno sperduto posto di frontiera ad oltre quattromila metri di quota. Giù in strada impetuose raffiche di vento, sopraggiunte dal deserto, sollevano fastidiosi turbinii di polvere mista a sabbia. Sul morire di un pomeriggio scintillante di luce dorata, donano un’atmosfera in perfetto stile western ad una cittadina di frontiera che pare appartenere ad altri tempi.
Sgraziata e con un passato insignificante, riassumibile tutto nel monumento, vagamente d’ispirazione sovietica, dedicato ad un insolito argenteo ferroviere armato, Uyuni ha scoperto, da poco, la propria gallina dalle uova d’oro: il vicino paesaggio da favola tra i più belli ed emotivamente intensi che il Sud America sia in grado di offrire. Negli ultimi anni, carovane estive di turisti e viaggiatori con zaino in spalla hanno fatto da spinta propulsiva all’economia di questo luogo sperduto sull’altipiano, accelerando parimenti una crescita urbana disarticolata in un paese già brutto di per sé. Sono così spuntati un po’ ovunque pizzerie, birrerie, internet cafè, negozietti straripanti di colorati souvenir, per lo più sintetici, a stravolgere all’improvviso la fisionomia di una insignificante cittadina fatta di strade spesso sterrate, polverose e case a un paio di piani, mai ultimate per mancanza di soldi o per semplice trascuratezza.
Proprio qui baci e abbracci sono calati oggi come una scure sull’improvvisata compagine ad interrompere l’allegro spirito cameratesco che ha allietato il lungo viaggio attraverso gli scenari mozzafiato dell’altipiano boliviano. Due fuoristrada impegnati per le piste sterrate e impervie nell’attraversamento degli splendidi scenari naturali donati dalle alte quote del parco Avaroa. Protagonisti tre simpatici studenti squinternati da Milano: Marco, il più esuberante nonché profondo conoscitore di Sergio Leone e memoria vivente in grado di propinarti alla perfezione le battute dei film più celebri del cinema moderno, Giuseppe, studente di fisica in grado di arrangiarsi quel che basta in sei lingue diverse, solo apparentemente sornione ma in realtà tombeur de femme da competizione, Nicolò, il più tranquillo di tutti. Oltre a questi anche altri due italiani, Bruno, ricercatore romano del CNR e Francesca, ricercatrice presso l’acquario di Napoli alla quale va la mia benevola invidia per avere avuto modo di visitare due volte il continente antartico, la dolce Yvette, sudafricana trapiantata felicemente a Londra a dirigere un laboratorio di pasticceria rigorosamente biologica, una coppia di Parigi ed un’altra di tedeschi, quest’ultima con la simpatia di una benevola palata di letame in faccia. Volti, storie da apprendere e raccontare, emozioni da condividere insieme, allietati dalla piacevole compagnia di Basilio, la nostra guida boliviana alla guida del vecchio fuoristrada Toyota.
E’ bastato superare il confine boliviano perché il ricordo di San Pedro de Atacama si sgretolasse come polvere arsa nel deserto. Una serie di lagune dalle acque artisticamente dipinte di calde tonalità grazie ai diversi minerali presenti nelle rispettive profondità. Quella verde sorvegliata da uno dei tanti coni vulcanici che costeggiano longitudinalmente il panorama sudamericano, quella bianca che ho paragonata quasi a un lago finlandese gelato d’inverno e quella rossa puntellata dalla presenza di miriadi rosate di fenicotteri, spettacolo amplificato per intensità dalla magica regia della luce soffusa del tramonto. Non erano bastati né questi incredibili caleidoscopici panorami, sullo sfondo di un deserto dalle calde tonalità contro il cielo blu cobalto, né i minacciosi fanghi sulfurei ribollenti all’interno di strette cavità rocciose simili a crateri in miniatura comunicanti tra loro, a distogliere i nostri organismi dal rendersi conto di trovarsi ad altezze decisamente insolite.
Giunti al rifugio spartano della prima notte boliviana, illuminato per poco da un generatore elettrico ad una quota di oltre 4.300 metri, i tipici disturbi del mal di montagna non si erano fatti attendere affatto: martellante emicrania per i più fortunati, per i meno una vomitata ad annientare in pochi secondi la cena, per tutti la certezza di una notte da trascorrere più o meno insonne nella gelida camerata priva di riscaldamento, con un Marco rantolante in preda ai primi sintomi di un brutto malessere. Prima di posare la testa sul cuscino, racchiuso come una mummia nel sacco a pelo, non ho voluto perdermi, seppur per pochi minuti nel buio del dopo cena già abbondantemente sotto lo zero, il più bel cielo notturno mai visto in vita mia: un paesaggio fuori dal tempo dove milioni tra astri e costellazioni disegnavano luminosi arabeschi con la scia della via lattea a pennellare nitidamente una chiara diagonale giallastra.
Il secondo giorno la pista sterrata o le parventi tracce di essa che, non so come, Basilio riusciva a scorgere davanti a se, hanno messo a dura prova le sospensioni del fuoristrada e i nostri rispettivi deretani, ma i panorami ci hanno, tuttavia, allietato la vista con un paesaggio desertico di alta montagna adornato di lagune, popolate da placidi fenicotteri, e di strane conformazioni rocciose, simili ad alberi di pietra, che si ergono solitari nella piattezza di alta quota.
Trascorsa la seconda notte in un rifugio meno rigido, l’alba è spuntata su una giornata strepitosa e difficile a dimenticarsi. Gli ultimi chilometri di impervio tracciato, su una pista sterrata, hanno presto annunciato la sterminata bianca distesa, già abbagliante nella prima timida luce del mattino, del Salar de Uyuni, il deserto di sale più vasto e alto al mondo. Lanciati, a bordo del fuoristrada, sulla spessa crosta salina bianca ornata, a tratti, da magnifici geroglifici esagonali in netto contrasto con il terso azzurro del cielo abbiamo raggiunto, per la prima e unica volta, un’isola … via terra!
Come un incredibile miraggio di alta quota, neanche fosse frutto dell’ennesimo capogiro per via dell’altezza, l’isla del Pescado si è gradualmente annunciata all’orizzonte quasi nel tentativo di separare il bianco abbagliante del mare di sale dall’azzurro cobalto del cielo senza nuvola alcuna. Una volta “approdati” alle sue ripide scogliere rivestite, come una fitta selva, da imponenti cactus a lanciare migliaia di bracci spinosi al cielo, abbiamo conquistato, seguendo un tortuoso e panoramico sentiero, la sommità di quella che difficilmente ci convincevamo essere un’isola e nel tentativo di scorgere un orizzonte che andasse al di la dell’incredibile distesa bianca. Non stavamo affatto sognando!
Il Salar de Uyuni mi è subito parso come la più spettacolare e pura delle nullità paesaggistiche in terra che riassumiamo con il termine riduttivo di deserto, con l’impressione che un semplice viaggio in fuoristrada fosse bastato a trasportarci in un’altra dimensione, su un altro pianeta perché nulla dalla cima dell’isola sembrava avere una rassomigliante, nonché rassicurante, parvenza terrestre. Questo fino a quando un esiguo gruppetto di guardie forestali boliviane si è riunito, un centinaio di metri sotto di noi, ad intonare un canto con lo sguardo rispettosamente rivolto in alto, verso un promontorio parallelo alla nostra sommità, sospeso quasi per magia sul mare bianco immobile e senza onde. Lassù un’altra guardia stava issando il tricolore boliviano su un pennone collocato nel punto più alto dell’isola. Abbiamo così scoperto di essere approdati nel luogo più incantevole della Bolivia proprio nella giornata in cui si celebra la sua festa più significativa e, ancora incredulo di vivere realmente il panorama straordinario che mi circondava, mi sono ritrovato, a inno ultimato, a battere fragorosamente le mani e, con la felicità di un ragazzino, a urlare al cielo un entusiasmante Viva la Bolivia!
Il viaggio da Uyuni a Potosi, Bolivia
7 Agosto 2007
Per fortuna non l’hanno asfaltata. Non ancora almeno. La strada che da Uyuni conduce a Potosi è un nastro sterrato che si amalgama splendidamente con la mutevolezza del paesaggio di alta quota circostante. Poco più di duecento chilometri per coprire l’intera distanza. All’autobus, sul quale mi trovo, occorreranno la bellezza di sei ore. Nell’arzigogolato tracciato imposto, in un incessante sali e scendi, dalla configurazione delle vallate e dei monti, ogni nuovo tornante si rivela una sfida, al limite dell’agonizzante, per il vecchio mezzo ma il panorama dal finestrino é da togliere il fiato, addirittura più bello di quello precedente.
Spuntoni di roccia scoscesi su pendii che planano dolcemente in distese di cespugli che si moltiplicano all’infinito come ciuffi punkeggianti color del grano più biondo, magnifici cactus che si innalzano fieri verso il cielo, altipiani che rovinano in improvvisi strapiombi da brivido profondi centinaia di metri, striature inferte come profonde ferite alle pareti montuose che sfumano in calde tonalità dal giallo al rame.
Il cassone dell’autobus ondeggia e trema paurosamente seguendo il tracciato quasi rallistico della strada, spesso foriero di improvvisi guadi di torrenti, che la secchezza dell’inverno boliviano finisce con il ridurre ad insignificanti innocui ruscelli. Distese di cirri, continuamente mutevoli nella loro conformazione, setacciano il lacerante azzurro di un cielo che alzi un dito e ti sembra quasi di toccarlo.
La passeggera che mi siede accanto è un’anziana signora con tanto di tipica bombetta nera in testa. E’ avvolta in un’immensa coperta, che la fa assomigliare ad una variopinta matrioska incurante della sua severa stazza che straripa nel mio sedile. Non ci sono più posti vuoti ma nel bel mezzo del nulla sbucano al ciglio della strada nuovi passeggeri. Per lo più sono anziane contadine appesantite da ingombranti carichi da vendere al mercato, ancora distante, di Potosi. Hanno la fronte bruciata dal sole di alta quota e solcata da rughe severe, ma si sciolgono nell’augurio di una buona giornata accompagnato da un sorriso quando individuano una loro simile, percorrendo il corridoio dell’autobus alla ricerca di uno strapuntino libero. Sale pure un contadino dall’età indefinibile. In mano stringe un cartone di uova e in testa il suo berretto con visiera sfodera uno sbiadito logo Rip Curl.
La polvere dello sterrato si intrufola a bordo. Entra in gola, seccandola ulteriormente, e solletica le narici dilatate dalla ricerca di quell’ossigeno che gli oltre quattromila metri di altezza contribuiscono a rendere un bene ancor più prezioso. Se non fosse per l’altalenante distesa dei cavi dell’alta tensione trasportata da imponenti tralicci zincati a fare infelice compagnia alla strada il paesaggio attraversato potrebbe far da sfondo ad un western di Sergio Leone. Di tanto in tanto ai lati della strada compaiono umili casupole ricoperte da tetti in legno di cactus, accanto alle quali corrono muretti diroccati sui quali sbiadiscono vecchi slogan politici o inviti a votare un preciso candidato elettorale per un cambio positivo.
A bordo, un paio di file di sedili più avanti al mio, una ragazza si alza per frugare nel borsone stritolato da altre decine di bagagli nella cappelliera. Ha i jeans attillati al limite del soffocamento e una maglietta attillata di un paio di misure più piccole che regala un abbozzo di fondoschiena. Gli occhi dell’anziana donna alla mia sinistra la fissano per istanti lunghissimi e sotto la tesa del cappello impolverato è evidente lo sguardo di rimprovero per l’abbigliamento giudicato troppo succinto.
Nella luce cangiante del tardo pomeriggio che allunga a dismisura le ombre ed esalta le tonalità chiaro scure dell’altipiano boliviano, si intravede finalmente la distesa di tetti color terracotta ad annunciare quella che un tempo lontano era la più ricca tra le città latinoamericane. Svettano le strette torrette rettangolari dei campanili delle antiche chiese spagnole, simili a quelli del Carosello, accanto a gloriosi palazzi coloniali abbaglianti ora di bianco, ora di un intenso giallo ocra e di altre tonalità calde. Potosi si stringe alle pendici della montagna che le ha donato, in passato, immense ricchezze sotto forma di argento. Secoli di spietato sfruttamento tramite una fitta rete interna di miniere hanno abbassato di almeno trecento metri la sommità della montagna, il Cerro Rico. L’autobus si ferma giusto il tempo per farmi recuperare l’amico zaino prima di riprendere il viaggio verso Sucre. Io, per il momento, mi fermo qui.
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