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Benvenuti nel sito personale di Stefano, web designer, fotografo freelancer per celebri agenzie fotografiche internazionali quali ALAMY e GETTY IMAGES, organizzatore di workshop fotografici a Barcellona ma soprattutto viaggiatore. Fin dal 2000 BACKPACKER.it ospita i racconti, le emozioni, i ricordi e le immagini dei suoi viaggi in una sessantina di paesi del nostro pianeta, oltre ad una sezione dedicata alla narrativa e agli articoli di viaggio, una guida ai siti utili per organizzare al meglio un viaggio con lo spirito da backpacker e tutto ciò che può incantare un viaggiatore con zaino in spalla. Buona navigazione!

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All’orizzonte di quell’oceano ci sarebbe stata sempre un’altra isola, per ripararsi durante un tifone, o per riposarsi e amare Quell’orizzonte aperto sarebbe stato sempre lì, un invito ad andare.
-Hugo Pratt

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NAMIBIA

NAMIBIA

Sulle strade della Namibia
Agosto 2000

Strada, solitudine, sabbia. Tre parole accomunate dalla medesima lettera iniziale riassumono un viaggio in auto attraverso la Namibia e danno un senso all’inquietante dilatarsi, fuori dal finestrino, di quel senso di vuoto e di smarrimento che gli infiniti panorami di deserto e desolazione tracciano in uno scenario da western all’africana, senza indiani né cowboy. Lingue rettilinee che tagliano in due un mondo di disperata solitudine: Marte a sinistra della carreggiata e Luna a destra. Deserti vecchi come il tempo, praterie ingiallite e arse dal sole, gole di roccia rossastra, a rompere infiniti altipiani, scavate da acque che non vedremo mai nel nostro viaggio, dune di sabbia imponenti quasi come montagne a guardarci immobili nella loro elegante e ondulante sontuosità, sembrano conoscere questo mondo da sempre.

L’emozione al maestoso e improvviso apparire del Fish River Canyon, dopo ore di panorami piatti alla padana, interrotti da lunghi e schiacciati plateau, monumento all’opera solerte e indefessa, scandita da lunghe ere storiche, di un innocuo e sonnolento fiumiciattolo, che si insinua, diverse centinaia di metri più in basso, serpeggiando tra altissime pareti rocciose. Un meraviglioso segreto della natura, gelosamente custodito fino all’altro ieri in questo lembo di Africa australe.

Paesaggio sulla strada per Lüderitz (Namibia)

In viaggio sulle strade della Namibia, fino a ieri protettorato sud africano e oggi giovane promessa di pace e stabilità per il più turbolento dei continenti.  Strade soltanto sulla cartina geografica. In realtà interminabili piste sterrate, ora di ghiaia, ora di sabbia compatta, più spesso, tuttavia, infide distese di pietre aguzze e crateri che, a raffiche, infliggono colpi, al limite dell’irreversibile, ai già provati ammortizzatori della nostra Mazda Midge. Strade sulle quali ci capita di assistere, preoccupati, all’inesorabile calare dell’indicatore del pieno e a sperare che la prossima stazione di rifornimento non solo non sia così distante, ma che sia anche fornita di benzina! Strade solitarie dove diviene obbligo, più che un gesto di cortesia, fare un cenno di saluto con la mano e un sorriso accennato quando, di rado, incrociamo qualche fuoristrada, annunciato già all’orizzonte da turbinii di polvere e sabbia violentemente sollevati in aria. Strade ove l’asfalto resta un desiderio che quasi arde nella gola come la sete e i granelli di sabbia che penetrano, quasi invisibili, dalle griglie di aerazione dell’auto assieme a spietati getti polari concentrati di aria condizionata.

Seeheim, Goageb, Helmeringhausen, Grootfontein.  I deserti della Namibia sembrano estendere la portata e l’incredulità dei miraggi anche ai cartelli stradali che, in piena Africa, promettono, a interminabili distanze, località dall’inconfondibile idioma tedesco o olandese. Invece sono una realtà annunciata, confermata anche dalla nostra cartina stradale, che li marchia con lo stesso pallino bianco nero col quale le nostre mappe geografiche indicherebbero invece centri urbani di ben diverso spessore. Spingi, allora, fiducioso e quasi soddisfatto sull’acceleratore, man mano, che il count-down delle verdi insegne stradali assottiglia il numero di chilometri che ti separano da un insediamento umano. Prima di apparire all’orizzonte, già la tua fantasia te li materializza nel pensiero in versione tridimensionale: case, negozi, bar e la vita sociale che, finalmente, riprende a scorrere dopo tanto deserto e vuoto intorno a te. Quando, infine, l’ultimo cartello, sulla sinistra della carreggiata, risucchiato all’indietro dalla velocità dell’auto, annuncia il centro abitato, scopri che era tutto un bluff e la delusione, mischiata quasi a rabbia, ti brucia allo stomaco e poi ti raggela il buon umore.

Elefante nel parco nazionale di Etosha (Namibia)

Seeheim, Goageb, Helmeringhausen, Grootfontein sono soltanto innumerevoli Baghdad Cafè all’africana: un bar che fa anche da piccolo emporio di generi alimentari, un distributore di benzina, un cesso provvidenziale, dove la vescica ti implora già da un pezzo di svuotare i tuoi litri di acqua quotidiana ingurgitata e, nella migliore delle ipotesi, una casa o una pensione annessa. Autogrill all’africana, punti di ritrovo di sporadici camionisti impolverati dalla sabbia, che si infila ovunque portata dal vento del deserto; alle pareti, tra mille gingilli colorati, appese, fanno bella figura le collezioni di banconote e monete da tutto il mondo lasciate dai turisti di passaggio. Le mille lire della Montessori e, addirittura, del precedente inquilino Marco Polo non mancano mai.

Case in stile bavarese a Luderitz

CON IL VELIERO A VEDERE I PINGUINI A LÜDERITZ

Se decidete di andare fin nella sperduta Lüderitz, piccolo e colorato porto in stile bavarese sulla costa atlantica namibiana, non perdetevi lo spettacolo e l’emozione di imbarcarvi su un piccolo veliero turistico che parte al mattino presto (condizioni del mare permettendo!) con destinazione la piccola Halifax Island dove risiede una nutrita colonia di pinguini Jackass. Lungo il tragitto è assai probabile che il veliero verrà “scortato” da acrobatici delfini che giocano da soli o in coppia (bellissimo!) e potrete vedere anche parecchie otarie. Per informazioni e prenotazioni occorre rivolgersi presso l’Atlantic Adventure Tours di Lüderitz. Il costo della gita, all’epoca del mio viaggio (2000) ammontava a 100 dollari namibiani.

In Namibia una stazione di servizio, se ha annessa una casa o un albergo, ha già il requisito più che sufficiente ad essere promossa centro abitato! Dopo un po’ non ci fai più caso. La breve parentesi coloniale tedesca sembra restata soltanto nei nomi di improbabili località: il deserto sembra essersi ripreso il suo passato. C’è una eccezione e si chiama Lüderitz, villaggio edificato oltre un secolo fa da un probabilmente pazzo colonialista tedesco in uno dei più impervi, inimmaginabili e sperduti luoghi esistenti su questo pianeta: davanti le gelide acque di un oceano sovente incazzato e in burrasca; alle spalle, le dune gialle di uno sconfinato deserto con la sabbia che, portata dal vento incessante, ti entra direttamente in casa.

Tramonto nel Damaraland (Namibia)

Arrivi a Lüderitz dopo ore di viaggio, a digiuno di ogni traccia umana, su un rettilineo finalmente asfaltato che taglia in due il Namib e pensi che ciò che ti appare dinanzi sia solo il frutto di una presa per il culo: un villaggio appena sfornato da una geografia più bavarese che africana con chiese gotiche e casette in legno a riprodurre una bizzarra e colorata mescolanza architettonica di stile imperiale tedesco e di art nouveau. Per un giorno non siamo più schiavi dell’auto e un piccolo veliero ci porta alla scoperta, grazie anche ad una tregua del mare, di un’isoletta popolata dai pinguini e di una colonia di otarie, che contribuiscono a rendere ancor più unica questa località dimenticata quasi dal mondo e arricchitasi per anni grazie ai vicini giacimenti diamantiferi di Kolmanskop.

Ripresa l’auto e risalendo ben più a nord verso Etosha, uno tra i più spettacolari grandi parchi africani, le condizioni di guida si fanno più ardue e lo sterrato, sempre più impercorribile, mette a dura prova i nervi tesi di Antonio e gli ammortizzatori dell’auto. La sinfonia delle lamentele orchestrata dalla Mazda Midge si arricchisce poi di un altro inquietante suono: un clang clang annuncia la rottura della pinza del freno della ruota anteriore sinistra. Ci terrà compagnia nel suo tenue e monotono sottofondo fino al nostro rientro a Windhoek.

Sulla strada per Etosha i ricordi nostri si rincorrono nei pensieri: una notte ululante di vento gelido dal Capo, trascorsa in un piccolo albergo accanto al castello di Duwisib, un altro miraggio architettonico tedesco che suona come un pugno nell’occhio sullo sfondo del deserto namibiano; la piacevolissima chiacchierata a cena con Saba e Rita, due ragazze etiopi di madrelingua italiana, in un albergo gestito da una famiglia eccessivamente cristiana, vicino alle splendide dune rosse del Namib; la laguna di Walvis Bay al tramonto, con le acque pennellate di rosa da una splendida distesa di centinaia di fenicotteri; i pinnacoli di termitai alti anche tre metri che, a migliaia, sfilano ai lati della strada di nuovo asfaltata e anche una pianta dalle foglie repellenti che dicono essere vecchia come Matusalemme e che, per andarla a vedere, ci fa perfino insabbiare la Mazda in un guado!

Duna 45 nel parco nazionale del Namib (Namibia)

Etosha è il punto più a nord raggiunto in auto. Il paesaggio cambia. Si colora di verde, i villaggi lungo il tragitto si moltiplicano e il sorriso dei neri del posto sostituisce la paresi permanente suggellata nei volti duri come roccia degli antipatici afrikaneer, che vivono nelle fattorie del sud. A Etosha giochiamo al safari, inseguendo con il cannone del teleobiettivo i salti delle antilopi, gli sguardi sornioni delle zebre, il passo elegante delle giraffe e quello imponente di una mandria di elefanti che ci taglia la strada. Unico grande protagonista assente delle nostre levatacce all’alba è proprio lui: il leone.

Sulla strada per il Waterberg Plateau veniamo meno a uno dei tanti moniti lanciati a Windhoek da chi ci aveva noleggiato la Mazda, un tedesco che non nasconde affatto i suoi risentimenti verso i neri e i loro “cervelli danneggiati”: diamo un passaggio a un ragazzo nero fermo e rassegnato, chissà da quanto, a un bivio stradale. In mano regge una bottiglia di Seven Up agli sgoccioli e accanto a lui un borsone quale bagaglio. Gli facciamo cenno di salire. Ha un sorriso smagliante, due occhi svegli e nel volto, riflesso dallo specchietto retrovisore, gli si legge stampato ancora, dopo parecchi chilometri che lo abbiamo tirato su, tutto lo stupore e l’incredulità per aver trovato un passaggio da due bianchi! Lo lasciamo a destinazione, all’ingresso di un albergo materializzato dal nulla, con un sorriso che brucia la sua timidezza e lo rimproveriamo quando ci chiede il prezzo del passaggio. Forse lo racconterà alla sorella presso la quale si reca a far visita! Per la serie come ti svuoto un pregiudizio qui fin troppo diffuso!

Tre settimane trascorse sulle strade della Namibia portano a quasi 5000 i chilometri percorsi. Abbiamo, a lungo, odiato gli interminabili tratti di sterrato, ma adesso che, nella luce crepuscolare e sotto un cielo infiammato di rosso, una distesa di luci annuncia la periferia di Windhoek e un’autostrada a tre corsie con tanto di svincoli e traffico ci riportano prepotentemente alla civiltà e alla fine del viaggio, Antonio e io ci guardiamo in faccia e la domanda quasi non vorrebbe trovare conferma: Ripartiamo?

Sulla linea del tropico del capricorno ci scappa pure una foto ricordo! (Namibia)

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Categorie: Africa, I MIEI VIAGGI | Nessun Commento »

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