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Benvenuti nel sito personale di Stefano, web designer, fotografo freelancer per celebri agenzie fotografiche internazionali quali ALAMY e GETTY IMAGES, organizzatore di workshop fotografici a Barcellona ma soprattutto viaggiatore. Fin dal 2000 BACKPACKER.it ospita i racconti, le emozioni, i ricordi e le immagini dei suoi viaggi in una sessantina di paesi del nostro pianeta, oltre ad una sezione dedicata alla narrativa e agli articoli di viaggio, una guida ai siti utili per organizzare al meglio un viaggio con lo spirito da backpacker e tutto ciò che può incantare un viaggiatore con zaino in spalla. Buona navigazione!

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Viaggiare è il più privato dei piaceri.
-Vita Sackville-West

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CAPO VERDE

CAPO VERDE

bandiera di Capo Verde

Ilha de Santiago, Capo Verde
Tarrafal, Luglio 2002

Un tramonto sul mare può anche far dono di una inattesa amicizia. Succede la prima sera a Tarrafal, sulla sabbia di un lido senza troppe pretese ma rinvigorito di esotismo tropicale da una selva di palme alle mie spalle. Lo sguardo contemplativo rivolto ad occidente e gli occhi ipnotizzati da tre semplici ingredienti naturali su cui poggiano e si amplificano pensieri ed emozioni: il fragore delle onde che vanno a morire a riva, il cielo solcato da pennellate di cirri arrossati e una palla di fuoco pronta a coricarsi all’orizzonte e a salutare un’altra giornata da togliere al calendario.

La brezza porta attenuato lo schiamazzo lontano di asciutti ragazzini capoverdiani festosi e il brusio di pescatori appena rientrati. Le voci di Oumar e Serigne sono un improvviso ma piacevole risveglio da questo piccolo incantesimo. Sono due ragazzi senegalesi con il sorriso e la dolcezza stampati in volto che si presentano in un buon francese e ci invitano, dopo cena, a un ritrovo nel più animato dei bar di questo paesino assieme a due nuovi amici, anch’essi italiani. Oumar e Serigne diventano subito il nostro punto di riferimento in questo soggiorno all’insegna di tanto ozio e mare.

Ogni mattino, all’ombra di una palma, espongono sulla stuoia il meglio del semplice artigianato del loro paese: maschere di legno, collanine, braccialetti, indumenti e batik che fanno così tanto etnico da noi e che per loro rappresentano il mezzo per guadagnarsi il pane e il solo filo conduttore per sperare in un futuro diverso e lontano da qui. E’ Oumar a fornirci le previsioni del tempo per la giornata ascoltate alla televisione al nostro arrivo in spiaggia ed è Serigne a invitarmi sotto la palma per sorseggiare un tè caldo appena preparato. I loro amici senegalesi diventano subito nostri amici e i loro gesti e sorrisi aperti bastano a dissolvere rapidamente qualsiasi celata nostra ingiusta diffidenza. Oumar, naso schiacciato, occhi svelti, è desideroso di conoscere turisti, carpire le realtà dei loro paesi, conversare con il suo fare così estroverso, simpatico e marpione. Serigne, nero, nerissimo come il suo amico, capelli rasta, sguardo più dolce, due occhi che sono un faro di dolcezza, introverso, con il fardello della rassegnazione che gli pesa addosso ad inseguire un visto per un paese europeo che gli dia il diritto a gioire di un lavoro e di un futuro. Oumar, intento nel suo ruolo di public relations con i turisti, che ci presenta una sera tre simpatiche turiste spagnole di Barcellona, che ritroveremo più in avanti a Mindelo, e calato nell’improvvisato ruolo di nostra guida verso una lontana caletta seminascosta e riparata da un impetuoso promontorio roccioso, dove approdano le tartarughe.

Siamo noi ad aver adottato questi due ragazzi africani offrendo loro da bere alla sera, la solita aranciata a Serigne e la solita birra analcolica a Oumar, acquistandogli pane al cocco e latte senza che nessuno dei due ci chiedesse nulla, oppure sono loro ad averlo fatto aprendoci gli occhi ed introducendoci in un piccolo ritaglio senegalese fatto di buon umore, battute e tanta conversazione, la ricetta in pratica per suggellare un’amicizia improvvisata e sincera?  Oumar e Serigne, inconsapevolmente e a scapito delle loro difficoltà a sbarcare il lunario, ci hanno omaggiato di quegli ideali di amicizia e fratellanza che spesso noi trascuriamo per inseguire ben altri futili valori.

Né Oumar né Serigne sono ancora in grado di dire cosa faranno da grandi ed entrambi non vedono alcuna delle prospettive che noi siamo soliti considerare quali diritti acquisiti e garantiti. Oumar ci scherza su dall’alto della sua innata ironia da buon marpione e pensa a conoscere ragazze straniere ma Serigne, più responsabile, ha perso quel suo iniziale sorriso accattivante di uno che sembra essersi sparato un cannone.

La nostra ultima sera a Tarrafal, fuori dal famoso baretto, ci getta in faccia tutto il suo sfogo evitando di guardarci dritti negli occhi per celata timidezza e rasenta la disperazione quando si da del fallito per non avere i soldi per continuare gli studi, né un visto per il nostro mondo dove potersi finalmente guardare allo specchio e vedere finalmente un futuro. I suoi genitori in Senegal non lo sentono da tre settimane e allora ecco spuntare la nostra scheda telefonica, solo in parte usata, per rassicurarli. Una telefonata fatta poco prima, che ci riassume con gli occhi persi nel vuoto, confessandoci di aver detto alla mamma di stare meglio da quando ha conosciuto due persone simpatiche e buone, che gli sono stati vicini con la loro amicizia e i loro consigli e questo gli ha dato la forza e il sostegno di poter credere e sperare un po’ di più, adesso. Bastano queste poche parole a rigirare, ancora una volta, il coltello nella piaga di una società diseguale e ingiusta e a farmi venire un umido nodo in gola in questa ultima serata a Tarrafal, che ci separerà da Oumar e Serigne, due splendidi ragazzi senegalesi.

Ilha de Santo Antão
Passagem, Agosto 2002

L’aluguer ci lascia in prossimità del sentiero a metà circa della Estrada da Corda, l’arteria principale dell’isola e anche la strada più bella dell’intero arcipelago capoverdiano. I suoi 36 km, che uniscono i due centri abitati principali, riassumono al meglio le variopinte bellezze naturali di Santo Antão. Partendo da un deserto arido e lunare la strada si inerpica ripidamente con una contraerea di curve e tornanti attorniati pericolosamente da baratri e precipizi, anche di mille metri, che regalano panorami mozzafiato, fino a bucare le nuvole addensate dagli alisei ed eccoci, quasi per magia, catapultati nel bel mezzo di una cartolina alpina ricca di vegetazione e rinfrescata dall’altitudine.

Un sentiero polveroso ci conduce in tre ore di cammino al di la dello spartiacque della catena montuosa, attraversando uno dei paesaggi più floridi e meravigliosi di Capo Verde. Scendiamo il versante di un antico e vasto cratere e il profumo inebriante che giunge da un bosco di pini e cedri, da respirare a pieni polmoni, è un vero toccasana dopo l’incredibile traversata in traghetto da Mindelo, di poche ore prima. I capoverdiani hanno un’innata e alquanto misteriosa predisposizione al mal di mare e ne siamo stati, nostro malgrado, testimoni su una nave carica di disperati all’alba di questa radiosa giornata di sole. Il traghetto non aveva ancora lasciato il porto di Mindelo, dopo un buon quarto d’ora di inalazioni di gasolio dai motori accesi, che già sul ponte decine di passeggeri, al limite di una dirompente e disperata rassegnazione, sembravano riprodurre nei loro volti tutta la tragicità annunciata di un evento immortalato da un dipinto del Goya o nella Guernica di Picasso.

Al crescente rollio del traghetto, sulle onde dell’oceano di un azzurro intenso e solcate dalle acrobazie dei pesci volanti, la risposta dei passeggeri, chi attorcigliato con il corpo a un palo con gli occhi di fuori e chi con un provvidenziale sacchetto di plastica a portata di getto, non si era fatta per nulla attendere. Come in risposta al colpo di pistola di un invisibile starter, era iniziato, sotto i nostri occhi e soprattutto a portata di olfatto, il più atroce degli smaltimenti da mal di mare che io abbia visto e più il fenomeno andava amplificandosi, senza discriminazioni di età e di sesso tra i presenti, più cresceva la nostra incredulità dinanzi a questo spettacolo di atroci sofferenze. Abbiamo attraccato dopo un’ora di traversata che il traghetto era praticamente divenuto serbatoio naturale di tutti coloro che ci avevano quasi rimesso l’anima!

Per fortuna il viaggio in mare è un ricordo ed eccoci invece a percorrere un sentiero che taglia in due il cratere adibito alla coltivazione della canna da zucchero che si inerpica poi fino in cima ad uno splendido balcone panoramico su una stretta valle con una visuale che raggiunge l’oceano prima di ridiscendere ripidamente, con decine di tornanti scavati nella roccia, giù al paesino di Passagem. Oltrepassiamo le coltivazioni disposte a terrazza, prati di un verde rigoglioso che sembrano un miraggio nell’aridità del paesaggio capoverdiano, pini, eucalipti e più in basso una distesa di palme.

Lungo il tragitto ci imbattiamo anche in un ricco campionario di abitanti dell’isola: bambini a dorso d’asino, che ridiscendono i fianchi della montagna, dopo aver prelevato acqua alle sorgenti, con taniche di ogni dimensione, dondolanti sulle schiene dei simpatici quadrupedi, bambine che ci omaggiano di mazzolini di fiori, contadini intenti a lavorare ogni minimo prezioso appezzamento di verde che il microclima umido regala in questo versante dell’isola, ragazzini che sguazzano felici in una minuscola vasca d’acqua per l’irrigazione dei campi e, all’interno di un portone di un fabbricato, giovani lavoratori intenti a sminuzzare la canna da zucchero in quella che scopriamo essere una piccola distilleria di grogue.  Al nostro passaggio ci salutano tutti cordialmente e il loro sorriso, che vale più di un benvenuto, sembra voler sopperire alla generale indifferenza della gente, riscontrata nelle altre isole finora visitate e che più di una volta mi hanno fatto dubitare sul carattere estroverso e cordiale dei capoverdiani, così decantato da un’amica e dalle guide turistiche.

Strane isole quelle che danno un senso, sull’atlante, a Capo Verde. La sabbia fine delle dune che inesorabilmente avanzano quasi a voler inghiottire tutto prima o poi, l’aridità del deserto lunare fatto di rocce e pietre, la cui estensione è, qua e la, interrotta da solitarie alture di origine vulcanica arse dal sole, il respiro costante del vento, a tratti violento, mai disposto a dar tregua, la forza dell’oceano, di un azzurro intenso e freddo, che per buona parte dell’anno, incute timore con la potenza delle sue onde e la scarna vegetazione che deve lottare sempre per poter sopravvivere e dare un senso alla vita, in questa anticamera terrena dell’inferno.

In un contesto simile, così ostile e inquietante, alieno al fascino dell’esotico, si trova a vivere e a combattere, ogni giorno, contro una natura infida, un popolo disceso dalla schiavitù, nato da un cocktail che unisce deportati e deportatori con i tratti meticci a rappresentare il timbro d’origine. Un popolo che ha fatto della musica la panacea per sopravvivere e la sua vera impronta digitale: suadente, a volte triste, a volte con richiami ritmici seguendo una direttrice afrobrasiliana; un popolo che dai portoghesi ha ereditato una indifferente apatia, che finisce spesso con l’irritare il visitatore, quasi a voler sottolineare un segnale di resa dinanzi alle difficilissime condizioni dettate dalla natura a queste latitudini. Ma oggi qui a Santo Antão, benedetta dagli alisei carichi di umidità e lontana ancora dalle rotte turistiche, ho visto nei sorrisi della gente incontrata e nei piccoli miracoli della natura, quelle eccezioni alla regola che vorrei abbracciassero tutte le isole dell’arcipelago.

Ilha de Boa Vista
Sal Rei, Agosto 2002

Piero Scaramelli, capelli biondo scuri lunghi da sembrare quasi un vichingo, due baffi folti, l’inconfondibile accento toscano, un mix dirompente di ironia e simpatia, è uno di quegli innumerevoli italiani che un giorno si sono arresi alle regole e alle imposizioni dei ritmi della società occidentale e hanno deciso di levare le tende e cambiare vita. Gente così, buona o cattiva che sia, la si trova quasi ad ogni remoto angolo del nostro pianeta e due chiacchiere con Piero le si possono scambiare a Sal Rei, capoluogo dell’isola di Boa Vista, presso la sola gelateria del paese aperta assieme alla sua compagna.

Deve esserci in ognuno di noi una molla che, all’improvviso, si spezza, manda a puttane l’equilibrio di una vita piatta e prevedibile ed ecco che la vocina del nostro inconscio ci suggerisce di racimolare i soldini nascosti in banca, puntare il dito sul mappamondo centrifugato a mille giri al minuto e scegliersi la destinazione per rivalutare la propria persona e rimettersi in gioco il futuro. Il dito di Piero si è fermato nelle acque dell’Atlantico vicino a una manciata di sassolini uniti dalla scritta Capo Verde. Piero e sua moglie si sono inventati un’attività che ovunque al mondo è fonte sicura di guadagni, vendere gelati, ma non si sono mai lasciati trascinare dal facile entusiasmo del business che ne poteva uscire fuori in un’isola dove il gelato piace ai capoverdiani e al numero crescente di turisti.

Che senso ha lasciare un lavoro che finisce per renderti schiavo in Italia per venire fin qui e ricostruire la medesima condizione di assidua dipendenza dal guadagno lasciata a casa? racconta Piero ed ecco che quando la richiesta di gelati si fa pressante e la voglia di prepararli cala marito e moglie decidono, di tanto in tanto, di abbassare la saracinesca e farsi un viaggetto: Namibia, Senegal, Perù.

L’importante è mettere da parte quel minimo gruzzolo di denaro che ti permetta di far fronte alle varie emergenze e imprevisti del caso o di rientrare in Italia qualora la situazione a Capo Verde dovesse offuscarsi ci dice Piero seduti a tavolino nella sua gelateria. Piero è un appassionato della corsa e, proprio sui terreni accidentati e così mutabili di quest’isola, ha ideato tre anni fa la Ultramarathon Boa Vista, divenuta ben presto un importante appuntamento per numerosi atleti internazionali. A questa competizione sportiva Piero ha voluto rendere partecipi le migliori giovani promesse capoverdiane che, per resistenza e fisico, possono dirla lunga e dar filo da torcere. E’ facile imbattersi in Piero mentre si allena sulle sterminate e semideserte spiagge di sabbia bianca e fina dell’isola o sui terreni accidentati di pietre e roccia appena all’interno, intervallati da lunghe dune di sabbia, spesso in compagnia di una giovane leva capoverdiana.

La quarta edizione della maratona è in forse perché sembra sia più facile arrivare al suo ambito traguardo che non trovare sponsorizzazioni sufficienti a coprire le spese, ma sarebbe davvero un peccato se la bella iniziativa di Piero, che per alcuni sportivi capoverdiani ha significato un ottimo trampolino di lancio per divenire veri atleti, dovesse giungere al capolinea. La sfida dell’uomo che corre sulle vie più impervie ai quattro angoli del mondo non può permettersi di perdere l’appuntamento sui tracciati di quest’isola persa nell’Atlantico, sferzata sempre dagli alisei sotto il sole battente dei tropici in un paesaggio metà luna e metà Sahara perché li ci sono un pugno di giovani capoverdiani che sognano di tagliare il traguardo e di confrontarsi con il mondo che corre e c’è un toscanaccio che ce la sta mettendo tutta per dar loro un futuro.

Ilha do Sal
Espargos, Agosto 2002

Per grandezza non è dissimile dalle altre case basse che si intravedono nelle immediate vicinanze e se non fosse per la pista asfaltata risistemata alla meglio, di recente, e una manica a vento costantemente gonfia, non si direbbe che il piccolo edificio, di un improbabile color giallo canarino, sia un aeroporto a tutti gli effetti. Lo spiazzo all’ingresso, ai lati della strada ciottolata che collega i due centri abitati maggiori dell’isola, è grande appena quanto una fermata d’autobus e non basta a parcheggiare gli aluguer venuti a scaricare i capoverdiani in partenza e il loro incredibile corteo di bagagli al seguito.

Accanto all’aerostazione, indisturbate, due capre sono alla disperata ricerca di un ciuffo d’erba tra le sterpaglie arse dalla siccità e la recinzione della pista.  Dentro l’aerostazione, all’unico banco del check-in, una signora di mezza età, che sfoggia l’uniforme di impiegata della TACV e che una targhetta alla divisa la consacra pure capo scalo, getta uno sguardo severo in direzione dell’ago del bilancione che sta pesando il mio zaino, annota il tutto scrupolosamente e poi mi consegna una carta d’imbarco compilata a mano. All’annuncio del nostro volo per Sal è sempre lei a ritirare le nostre carte d’imbarco e a condurci come una maestra elementare con scolaretti in gita dietro, al piccolo Twin Otter della TACV, un turboelica da 18 posti. Saliamo a bordo con il benvenuto offertoci dall’inevitabile botta in testa contro il soffitto basso dell’aereo. La stessa signora capo scalo, si improvvisa pure hostess rassicurandoci, in portoghese e poi in francese, sulla ubicazione delle uscite di emergenza e dei giubbotti di salvataggio sotto la poltrona e quindi ci augura buon viaggio con un sorriso, che vuole essere incoraggiante, prima di scendersene chiudendo, con attenzione, il portellone anteriore dell’aereo. Una dozzina di passeggeri nelle mani dei due piloti che hanno il compito di portarci in una ventina di minuti di volo a Sal.

Il vento agita il rapido decollo del piccolo velivolo che, grazie all’esigua quota di crociera raggiunta, ci regala una vista spettacolare. Sotto il finestrino scorrono, al rallentatore, la distesa di dune di sabbia dell’isola, lo spiaggione di Boa Esperança con il relitto di una nave arenatasi anni fa e che le onde del mare stanno inesorabilmente divorando e poi una distesa di innocue nuvole a pecorelle color panna, che vanno a coprire le acque increspate dell’oceano.

E’ un  volo senza storia con l’atterraggio scosso dal vento laterale sulla lunga pista dell’aeroporto internazionale dell’isola più turistica dell’intero arcipelago.  Sal, l’isola capoverdiana ammantata ormai di villaggi turistici e che il cemento indiscriminato degli investitori europei minaccia di distruggere come tanti altri posti esotici di questo pianeta, è per noi soltanto una breve sosta. Poche ore d’attesa prima di prendere il volo notturno che ci riporterà in Europa, giusto il tempo per andare, con una veloce corsa in taxi, ad ammirare le saline di Pedra de Lume, che si trovano all’interno di un vasto cratere e dove un bacino d’acqua diviene tappa obbligatoria per molti uccelli migratori.

Prima, però, ne approfittiamo per sorseggiare un caffè nel piccolo bar dell’aeroporto senza prestare attenzione più di tanto ad una grossa signora capoverdiana che se ne sta bella e comoda seduta a tavolino attorniata da un esercito di valigie di ogni colore e dimensione. La grossa signora è circondata da un nugolo di persone e, quando spunta persino una telecamera a riprenderla, con tanto di intervistatore, ci basta scrutarla meglio per capire che quel volto l’abbiamo visto su innumerevoli copertine di compact disc, due dei quali acquistati a Mindelo: è niente di meno che Cesaria Evora, la cantante più famosa di Capo Verde e da tempo consacrata nell’olimpo dei più prestigiosi artisti musicali internazionali. Una veloce indagine è sufficiente per ricostruire il tutto. Al nostro atterraggio abbiamo visto un Boeing 757 della TACV appena giunto dall’Europa e da quell’aereo deve essere scesa la nostra artista che adesso al bar se ne sta ad aspettare la chiamata del volo per Mindelo, sua città natale, dove, altro piccolo passo della nostra indagine, si sta recando per partecipare al Festival internazionale della musica di Baia das Gatas, che si terrà tra un paio di settimane in concomitanza con la luna piena d’agosto.

Abbiamo Cesaria Evora due tavolini più in la, colonna sonora di questo viaggio nei ristoranti, dove artisti riproducevano dal vivo il suo repertorio più noto, alla radio dove è facile ascoltarla, negli stereo in spiaggia, che ne diffondevano al vento la sua voce suadente. Ci vorrebbe un autografo e una cartolina capoverdiana a portata di mano, salvatasi dalle spedizioni agli amici, mi viene in aiuto. Mi avvicino a lei che è tutta intenta a scherzare con le persone che le fanno capannello, tra una Marlboro e l’altra, incurante di trovarmi nel mirino del cameraman col rischio magari di approdare nel telegiornale della sera ed ecco che l’autografo, con tanto di dedica, resta immortalato sulla cartolina. Quale migliore congedo da Capo Verde! So già che i dolci, suadenti, a volte accesi ritmi della sua bellissima musica, tra morna e funanà, suoneranno a lungo nel mio lettore di mini-disc.

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Categorie: Africa, I MIEI VIAGGI | Nessun Commento »

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